GIOVANNI CARDONE, Riccardo Dalisi: Arte come Linguaggio Sociale

In questo saggio ho voluto ripercorrere in parte lo stile e il linguaggio sociale di Riccardo Dalisi che nel tempo ha permesso tanti giovani di riscattarsi attraverso la cultura, in una città come Napoli che vive tra luci e ombre. Era il 1972  quando a New York c’è la grande mostra dedicata al radical design, ancora oggi viene vista dalla critica come il momento della consacrazione del radical design, ma nel contempo come il momento di implosione dell’avanguardia radicale che entrava in una fase di involuzione teorica. Nonostante ciò il l’anno seguente si apriva con un avvenimento importante, si trattava della fondazione del sistema dei laboratori Global Tools. Ad annunciare l’evento sarebbe la Rivista Casabella che nel numero di maggio sarebbe stato pubblicato il documento della fondazione avvenuta  nello stesso anno presso la sede della stessa rivista. Gli architetti ed i gruppi che vi partecipavano posarono per una fotografia che venne  pubblicata sulla copertina della rivista ed erano: Archizoom associati, Remo Buti, Alessandro Mendini, Riccardo Dalisi, Ugo La Pietra, i 9999, Gaetano Pesce, Gianni Pettena, Adalberto Dal Lago, Ettore Sottsass jr., Superstudio, Ufo e Ziggurat. Ma certamente la figura più interessante  è quella di Riccardo Dalisi che io ho conosciuto, visitando il suo studio di Calata San Francesco, forse li ti accorgi della grandezza dell’artista, ma nel contempo di un grande uomo umile e semplice, da quell’incontro me ne andai arricchito non solo nello spirito, ma il maestro mi regalò tantissimi libri che conservo gelosamente. Possiamo dire che Riccardo Dalisi da anni ha intrapreso una ricerca che nasce dallo studio della teoria della “tecnica povera”, che spinse Dalisi dalle pagine di «Casabella», ha sottolineare innanzitutto che “povero” non equivaleva a “misero”, anzi intendeva polemizzare con l’idea che la creatività e la tecnica potessero venire solo dalle élite che possedevano conoscenze preliminari derivate dallo studio universitario, e avevano a disposizione strumenti tecnicamente avanzati. “Povero” in questo caso significava trasformare il limite strumentale e conoscitivo in strumento, la tecnica d’altra parte veniva riscoperta da parte di questa neo-avanguardia come specifica dimensione umana coincidente con la capacità dell’uomo di dominare il mondo oggettivo. Dalisi, inoltre, specificava che la tecnica povera non intendeva essere un revival dell’artigianato, né tanto meno sostituirsi alle tecnologie industriali, ma voleva innanzitutto, far rinascere la creatività, che tutti posseggono e «nel rieducare gli strumenti sensoriali e percettivi vuole rifondare la ricerca tecnica e scientifica». A tale proposito, tutti questi architetti che si ponevano come una neo-avanguadia, avevano interesse nei confronti delle culture popolari, verso usi e riti e manifestazioni spontanee del mondo rurale. Basti ricordare le ricerche sulle tecniche povere effettuate da Superstudio, come dimostrano gli articoli pubblicati su «Domus», ad esempio con la sabbia a Boston in cui Toraldo di Francia raccontava l’esperienza come spettatore ad un concorso di costruzioni di sabbia, o Earth-Dynamics. Tecniche povere nel Colorado,in cui raccontava di un gruppo di ricerca per l’acquisizione di tecniche povere in termini di bilancio ambientale ed energetico, nato dalla volontà dell’ingegnere Lansing Yates. Superstudio, inoltre, tra il 1973 ed il 1978 aveva intrapreso presso la Facoltà di Architettura di Firenze una ricerca sulle culture materiali extraurbane, occupandosi degli utensili e dei loro rapporti col lavoro e con l’ambiente, degli oggetti casalinghi e il rapporto con l’organizzazione della vita dell’uomo. La ricerca veniva portata avanti soprattutto in polemica con l’uso dell’oggetto in senso consumistico che annullava ogni aspirazione alla creazione e metteva l’utente in condizione subalterna rispetto al produttore.

PulcinellaWeb

Proprio su questa ricerca si sarebbe espresso il gruppo, in occasione di una mostra dedicata al proprio lavoro, svoltasi presso l’Istituto Nazionale di architettura a Roma, scrivendo sul catalogo: «Nell’analisi delle culture subalterne o emarginate si scoprono i meccanismi di sopravvivenza che al di là dei modelli di sviluppo del sistema presiedono alle trasformazioni. È in questa enorme patrimonio di conoscenze che possiamo rintracciare non solo le radici della nostra scienza ma anche le possibilità di una scienza diversa. Riferendoci a questa realtà, possiamo analizzare correttamente il diretto rapporto tra l’uomo e la natura, tra l’uomo e la sua capacita di creare valori d’uso, in sintesi, tra l’uomo e gli oggetti che servono a soddisfare i suoi bisogni reali utilizzando cognizioni intelligenza e creatività che il sistema di divisione del lavoro ha reso inutili per la produzione di merci». In quegli anni molti architetti e designer si rivolgevano anche a studi sull’ecologia e sulla sostenibilità ed invitavano a stili di vita diversi, che tendevano a recuperare il rapporto con la natura e a riscoprire il corpo umano e le sue capacità. Scriveva Mendini a tale proposito: «L’ipotesi di un ritorno alla natura è essenziale, ma l’uomo può formularla solo recuperando dentro il proprio corpo le possibilità di questo ritorno», infatti, scriveva ancora, «L’uomo è egli stesso un insieme di strumenti. Se mi siedo per terra io sono una sedia, se cammino io sono un mezzo di trasporto. Il corpo è l’insieme primario di oggetti a disposizione dell’uomo, mentre i soliti utensili sono innaturali estensioni e caricature del corpo – inoltre, sosteneva – Se il corpo è il sistema primitivo ed insostituibile di oggetti, spetta al design il compito di rifondarne una coscienza critica. Gli spetta la scoperta di un senso arcaico e coordinato dell’educazione alla sopravvivenza. al movimento, alla fonetica, alla rappresentazione. all’uso intensivo dei sensi, all’autocontrollo biologico, al suono e al ritmo elementare all’invenzione del proprio corpo come segnale, alla meditazione, al relax, eccetera…». La tecnica povera per Dalisi andava dunque intesa come possibilità di un’esperienza diretta e recuperava il concetto di fisicità nel lavoro di ricerca, al contrario l’alta tecnologia aveva ridotto il contatto con la materia al suo stato originario.

Lo scopo primario della tecnica povera doveva essere, infatti, il colmare la distanza tra le tecnologie più nuove ed avanzate e ed i bisogni veri dell’individuo: il rischio di tanta tecnologia era quello di trovare dipendenza e di deificare la forma leggendoli come scopi e non come mezzi per la felicità del vivere umano. Dalisi, dunque non intendeva opporsi alla tecnologia, anzi ne riconosceva i meriti, piuttosto si poneva contro i modi con cui la produzione tecnologica era gestita, scriveva: «Molto può lo sviluppo tecnologico, ma è dimostrato che la sua funzione storica è strettamente legata ai modi coi quali è gestito, agli obiettivi, alle finalità immediate e a quelle lontane. Ove passa slegato dal fondamentale obiettivo dell’avanzamento dell’uomo e della sua effettiva emancipazione, parallelamente avanza una forma di alienazione». La tecnica povera serviva proprio a ridurre quello stato di alienazione e a coinvolgere l’uomo nel processo di realizzazione, ricordandogli che la sua forza creativa non era seconda alle macchine. Su queste basi a partire dal 1969 l’architetto aveva iniziato ad interessarsi al quartiere Traiano di Napoli, che egli stesso definiva uno dei più degradati dell’area flegrea ed in particolare al fenomeno del sottoproletariato infantile. «Sconcertante ‒ scriveva Dalisi ‒ «è lo spettacolo dei bambini nei quartieri poveri; i loro comportamenti diversi li fanno assomigliare a chi esercita un’azione di guerriglia urbana.  A chi è abituato con le cautelate maniere del buon vivere borghese essi appaiono irresponsabili, selvaggi, tutt’al più stravaganti. Non sono niente di tutto questo. In loro spicca un gran senso dell’autonomia ed un sicuro istinto del pratico». Il lavoro che egli si prefissava, al Traiano era un lavoro di coinvolgere i soggetti, come bambini e ragazzi, normalmente esclusi dalla frequentazione di scuole e tanto più di corsi accademici o universitari. L’importanza di agire in tale realtà, che di fatto rappresentava una committenza alternativa rispetto ai consueti circuiti del consumo, era innanzitutto simbolica: «Tutto sommato ‒ diceva Dalisi‒ «è l’altra faccia della città e della civiltà attuale che spiega molto bene, chi e in che modo paga il prezzo del progresso».

Con un lavoro di questo tipo si voleva dimostrare che creatività e intelligenza sono appannaggio della collettività e non solo delle elite. Questo pensiero era scaturito soprattutto dall’insegnamento universitario, in occasione del quale l’architetto aveva notato una maggior produttività in situazioni di collettività e non di isolamento.  A tale proposito scriveva su «In»: «L’analisi sulla situazione dell’università della didattica e della ricerca  non sembra accorgersi della natura di certi mutamenti sostanziali che sono avvenuti per effetto delle disfunzioni quali il sovraffollamento che hanno dato la possibilità di sperimentare per esempio la singolare ed affascinante denuncia dei corsi di massa. In alcuni sparuti esperimenti, in cui si tentava di dare senso al superaffollamento, sono apparsi letteralmente capovolti i consueti luoghi comuni sulle élites. La creatività e l’intelligenza appaiono largamente diffuse al punto di lasciare capire che il meccanismo delle élites è un puro fenomeno storico. La collettività appare come immenso deposito di immaginazioni e di intelligenza pronto a dispiegarsi in un opportuno clima di ricerca». Prima di recarsi al quartiere Dalisi aveva progettato un asilo, che poi non sarebbe mai riuscito a realizzare e iniziato ad elaborare progetti capaci di provocare la fantasia e di stimolare i bambini e i ragazzi alla produzione creative. Le forme erano semplici, a girandola, a fiore, geometriche, intrecciate ed i materiali usati sarebbero stati legno, chiodi, colla, materiale di scarto, fogli, matite colorate, spago, cartapesta. Al progetto erano chiamati a collaborare anche gli studenti dei corso di composizione tenuto da Dalisi presso la Facoltà di Architettura di Napoli. «Per la tecnica povera scriveva l’architetto non ha senso la separazione è massimamente aperta lì dove si manifestano le contraddizioni essa si costruisce attraverso la complementarietà degli apporti, sulla forza di coesione della individualità verso l’immaginazione comunitaria». Lo scopo dello svolgimento del corso al di fuori dalle aule della facoltà e per la strade e gli scantinati del quartiere aveva l’obiettivo di dimostrare che era possibile progettare seguendo il procedimento del fare piuttosto che dell’analizzare, ideare ed eseguire.

Pinocchio nel cuore di Napoli

Il lavoro svolto all’interno del quartiere popolare serviva, inoltre, a dimostrare all’operatore che ogni uomo, ogni individuo sentiva il bisogno di esprimere figurativamente la propria cultura, ma che fosse necessario l’uso di linguaggi appropriati, largamente comprensibili, non imposti e non elitari e che proprio consapevole di questo egli doveva allargare il suo le sue prospettive e maturare una capacità critica basata sulla vita reale e non solo sulle teorie. Dalisi avrebbe passato tre anni al quartiere e di volta in volta gli esiti degli esperimenti proposti erano diversi ed imprevedibili. Questi venivano pubblicati, sebbene senza regolarità, sulle pagine di «Casabella», e l’architetto non mostrava alcuno stupore nello scrivere che in quell’esperienza sentiva di ricevere e di imparare molto e contemporaneamente di agire nell’ambito dell’avanguardia. L’avanguardia radicale, infatti, avrebbe prestato attenzione al fenomeno, definendolo un’esperienza unica. Mendini nel presentare il progetto di Riccardo Dalisi avrebbe scritto: «Uno scacco matto all’accademia degli Istituti di composizione delle nostre facoltà, alla demagogia pseudo populista di molti baroni. Una rivoluzione totale rispetto ad ogni metodologia di progettazione, dove saltavano tempi, criteri di ricerca, tecniche di restituzione». Quello di Dalisi era un gesto di reazione importante che dimostrava che la fantasia poteva essere un mezzo strategico contro ogni imposizione e repressione e che poteva scaturire da qualsiasi condizione sociale, se correttamente stimolata. Il progetto comunque non avrebbe trovato solo consensi da parte dell’avanguardia, tanto che Branzi non esitava dalle sue Radical Notes a sottolinearne i limiti, derivati non tanto secondo lui dalla mancanza di metodo, ma dal fatto di non avere destino: «Il suo esperimento non è l’ennesima ricerca di un metodo didattico basato sullo spontaneismo, ma un sondaggio all’interno di uno spessore inesplorato di energia. Senza destino, proprio perché questi esperimenti non sono destinati né a migliorare i bambini, le loro condizioni di vita sono talmente disperate, né a creare i reperti di una nuova arte negra in Italia. L’assenza di destino qui coincide con l’assenza, a mio avviso, di qualsiasi sviluppo, sistematizzazione e prosieguo possibili.

L’esperimento infatti, una volta reso permanente il metodo, confluirebbe fatalmente in un neo boyscoutismo, o in una più grave forma di sfruttamento della miseria, intesa come categoria culturale possibile». Per comprendere meglio la natura dell’esperimento svolto da Dalisi, probabilmente è più utile citare le stesse parole del suo diario: «I bambini non avevano mai smesso di disegnare in maniera singolare strutture astratte, reticoli ed a comporre con me o da soli modelli spaziali. Essi non facevano altro che manifestare creatività, capacità di cogliere un aspetto sofisticato della cultura figurativa borghese. Era molto bello quando diradavo le mie visite al quartiere, constatare che qualcuno continuava ad aspettarmi conservando, da qualche parte pezzi di carta con disegni con un incredibile numero di motivi grafici e di macchie. Prima pensavo: essi sono in grado di capire e di fare proprio il patrimonio più autentico della cultura borghese. Ebbene oggi mi sembra di assistere alla nascita di un originale linguaggio figurativo in tutta regola». Oggi all’età di 89 anni, il maestro Riccardo Dalisi continua ancora nella sua ricerca e nelle sue sperimentazioni, le sue opere d’arti sono ammirate in tantissimi musei in tutto mondo.

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