ALBERTO RIZZI, Nel continuum dello spazio

POESIA ITALIANA CONTEMPORANEA


Dichiarazione di poetica

La poesia come mezzo per l’esplorazione dell’intorno. Una sorta di radar che usa il suono non solo per descrivere, ma per conoscere ciò che si ha attorno, prima ancora che ciò che si ha dentro.

E la poesia come filtro tra ciò che si ha dentro e ciò che c’è fuori. Come la pennellata e il colore, per Van Gogh, dovevano permettere l’identificazione dell’artista col soggetto rappresentato, così il suono delle parole e la loro composizione si pongono, per il poeta, come mezzo per conseguire questo fine.

La poesia come indagine sul linguaggio: continuo laboratorio per saggiare le possibilità sonore della parola; per esplorare i cambiamenti e le potenzialità che pervadono una lingua (o un dialetto, che tanto ha pari dignità), valutando i pro e i contro di questi cambiamenti.

La poesia come mestiere, come capacità per l’autore di dire il dicibile e di scavalcarlo, a prescindere dal genere poetico che sceglie e dal soggetto scelto.

La poesia come riflessione estetica: “pentagramma” libero che riflette il ritmo di ciò che è scritto; e che dona alla lirica, grazie a questo “spargersi controllato” dei versi sul foglio, un valore strettamente visivo che un testo scritto di solito non ha.

* * *

Un’ardente umidità

col suo corteo di foglie secche

t’accompagna a volte

per queste strade pigre

 

E con essa il lampo

che riverbera fratto su un “dove”

estraneo dal tuo andare

lo scrosciar di pioggia

che scartavetra la vista

da qualsivoglia vetro

 

così che un’opzione si fa strada

ed altrimenti percepisci i luoghi

quando le gocce fitte

battono al galleggiamento di tua auto

e ai pensieri raffermi nelle tasche

oblique

come il disagio a uno stipendio esangue

e sfidano la mano sul volante

 

Ma adesso sono qui

prendo atto del giusto riposo

chiedo una tregua al fare

 

E lui può ricominciare a piovere

 

può piovere ancora

ché il “fuòrdiquì” più non ci cale

 

 

INCIPIT

 

Non so se d’una parola

 

(d’una lingua, sì)

 

pòssasi dir che sia prostituita

perché

se questo mondo è spesso lupanare

solo a proprio bisogno la parola sta

come sta l’uomo a sua propria nazione

e dunque noi sappiamo

esservi uomini non perfetti no

ma invenduti e inviolati

a chi ora comanda

 

così per certo

parole o lingua

tutto può esser fatto loro

 

passate pel setaccio

pel camino

o smerigliate a caldo

sparpagliate e genuflesse

su parametri qualchi

ed erti a far montagna

 

com’anche colmate di carezze

anche

 

Ma questo so

 

che mentre voi e noi non rivedremo cose

e tutto in quàlch’istànte

sublimerà in memoria

le parole no

 

(le lingue, pure)

 

resisteranno al fondo di quest’occhi

 

 

*

Non c’è “perché” a ciascheduna cosa

 

Questo chiàrosuòno

quasi chiave di tutto

n’esiste

 

perché n’esiste risposta

 

qualunque sia l’uscita alla domanda

la porta è sempre un’altra

 

E la risposta ha mìllenómi

perché “perché” nome non è

e nemmeno “Nome”

ma solo spalanco estremo

 

E tu stai lì

a morsa parola quella dèntiserràta

e tu forse nato

forsennato

ma più spesso spento alla risposta

quàsisèmpre, sì

fulgorato su nessuna strada

apèrtochiùso nell’indeciso

a un’interrogazione vana

e piegata infine

solo a contener se stessa

 

 

OVUNQUE SUL CONFINE

 

Il limite è

in sostanza

una sabbia che costante il mare bacia

 

e lì un viaggiatore spiaggiato siede

  passeggia

  osserva

la quantità d’acqua attorno e dentro

 

Malgrado lo sconfinato iato

tra orizzonte e linea di marea

l’acqua pare ferma

nel riflesso quàsismàlto

d’un’ora anch’essa di confine

 

quasi uno stagno di biliose rane

il cui sommesso gracidare

pélovóla su quest’acqua appena sghemba

 

il viaggiatore è un’escrescenza controluce

un’aberrazione

ora

una tumefazione sul tempo

nel continuum dello spazio

 

che lo si veda di spalle

lo si supponga in realtà altrove

lui ha sicurezza di un altro sé

speculare all’orizzonte

intento a commemorare un cammino

con un altro cammino

 

per ricordarlo nel sempre

di un abbraccio mancato

solo sfiorato negli occhi

 

 

LAURA, CROCEROSSINA (9/6/40 – 9/9/43)

 

La notte che precedette le decisioni irrevocabili

io soffiavo le ombre generate dalle stelle

 

e la sabbia della riva

non era ancora fredda

gli anfratti delle rocce

si mostravano accoglienti

nel loro quàsiapìcco

 

Ma mentre si presagiva il futuro

 

(il suo volto teso d’immaginazione

e lo sguardo ottenebrato

di fulgidi destini

 

il mio pensiero a preparare il cuore

al dialogo con corpi martoriati)

 

mentre ci si stringeva

 

lui non mi volle prendere

 

chiuso in un equivoco d’orgoglio

di purezza

come se il seme d’un uomo

non fosse puro come pioggia

lui

se desiderato negli occhi e nelle vene

 

Fu così che conobbi

a riconoscere un addio (… … …)

 

 

INTRODUZIONE AL MESTIERE

 

E un angelo feroce apparve

 

(o fu in tal forma

che un qualcosa apparve)

 

disguiso a donna in vesti dolorose

agre

al tatto ed alla vista

 

lanciando con cuore di balista

ogni sorta di suono sulle genti

 

E quelle a pregar forte

che quella nube foriera di parole

presta si svuotasse al suolo

s’appassisse altrove

in salvo lasciandole

a lor buio a ruminare

 

E contro a quelli branchi

lor bocche riempite di vocali

solo io

solo io non sapevo un dire

pur che mi speravo

un ben miglior futuro

 

 

PICCOLA ELEGIA PEDEMONTANA

 

Tu alzi gli occhi a caso

dal colmo dei pensieri

e noti nebbia come trina

che mùtafórm’al mondo

 

e nella pausa del tuo sangue

resti a fissar cauto quell’uccello

che bianco nel biancore

trafigge a vólovìa quel velo

e si fantasma dentro a quel paesaggio

d’un argenteo incanto a chi respira

 

Soppesi pure il subuman ringhioso

ch’accanto a te

nel chiuso del vagone

disdice il proprio cuore

e ciò che di bellezza attorno vive

pareggia a maleficio

 

Ma già di lui più non ti curi

e passi a perdere il tuo

di cuore

come ogni altro usato senso

in questa nebbia che dai tondi colli

con dolce vento sale

 

e l’animo tuo

ora d’argento anch’esso preso

migra dov’è nascosto il sole

 

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NOTE AI TESTI

1) “Incipit” è la lirica che aprirà la raccolta ancora inedita “Verba”; che, come si comprende fin dal titolo, tratterà nella maniera più generale della parola.

2) “Laura, crocerossina (9/6/40 – 9/9/43)” è una sorta di dono, a ricambiare l’attenzione che hai per il mio scrivere. È un inedito che non apparirà mai altrove, essendo l’inizio di una delle poesie che comporranno una raccolta, iniziata lo scorso anno, che ha per tema la Seconda Guerra Mondiale; non ha ancora un titolo e idealmente farà pendant con “Poesie dell’uccidere in volo”, incentrato sulla Prima Guerra Mondiale. Non apparirà mai altrove, perché la raccolta sarà composta da poemetti, ciascuno incentrato su una figura combattente (ci saranno un carrista, un marinaio, ecc.) seguiti da subito prima della dichiarazione di guerra a subito dopo l’armistizio. Trattandosi di testi lunghi e che costruirò un po’ alla volta, ho deciso che non apparirà nulla di loro, finché la raccolta non avrà raggiunto uno stadio prossimo alla pubblicazione.

3) “Introduzione al mestiere” è anch’essa un incipit: quello della raccolta inedita “Il mestiere e altri accidenti”.

4) Tratta dalla stessa raccolta, “Piccola elegia pedemontana” nasce da riflessioni fatte insieme ad altri autori su un testo di Tonino Guerra, apparso in un post del gruppo FB “Laboratori poesia”.


Biografia di Alberto Rizzi


 

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