Michele Nigro, Pomeriggi perduti

Dichiarazione di poetica

Non cerco la parola, ma da essa mi lascio trovare.

Nonostante questo non credo negli sfoghi fatalistici ma in un lavoro di “artigianato poetico” che dal foglio vergato di cancellature di un taccuino evolve verso il monitor di un computer e il foglio stampato, passando per cuore e mente; anche se, come scrisse Pedro Salinas: «Quando una poesia è scritta è terminata, ma non finisce…».

Prima di riversarla sul foglio bianco del tipografo, la poesia è “sporca”, embrionale, inquieta, scritta a mano sui bordi dell’esistenza, come un appunto privo di tecnica, imperfetto, messo da parte giusto per salvarsi la vita. Spesso nasce da un abbozzo imprevisto, un mezzo verso che ci raggiunge mentre facciamo altro. Una sorta di “ictus” linguistico, non richiesto, intorno al quale si va ad addensare tutta la struttura della poesia che in seguito vediamo stampata in “bella copia” nel libro. Ma prima vi è la fase dell’editing, dell’autoanalisi e della riflessione razionale sul senso e sulla collocazione in una poetica individuale, se c’è. Al di là dei tentativi di analisi e classificazione, la nascita della poesia ‒ per fortuna! ‒ è ancora un fatto misterioso.

Non seguo scuole, movimenti, stili comprovati. Non credo in una poesia di cosiddetto “impegno civile”: con la poesia si può essere “politici” e trasmettere idee in modi inimmaginabili, non programmatici e non dichiarati. Non aderisco a manifesti artistici e non frequento salotti letterari; pur leggendo gli altri, non emulo consapevolmente: credo, invece, nella poesia che rappresenta onestamente (per dirla alla Saba!) l’evoluzione neurolinguistica dell’autore. Il poeta non è un essere fortunato raggiunto sulla terra da un raggio di luce miracolistico in conseguenza del quale comincia a verseggiare, ma è il protagonista (nella maggior parte dei casi inconsapevole) della propria evoluzione neurolinguistica, frutto del tempo, delle esperienze, delle continue sollecitazioni genetiche e fenomeniche, delle letture, dell’addensarsi della conoscenza o, meglio, della non conoscenza, dell’intangibile che preme per venire fuori… Protagonista umano, biologico, mortale, anche se nel fare poesia rivela il suo lato laicamente “divino”.

Aspetto con pazienza, ascolto, soprattutto mi ascolto, annoto nel silenzio tutto quello che l’anima mi suggerisce di conservare perché sa che ne vale la pena. Quando il verso funziona e soddisfa il tuo ritmo interiore, lo senti; anche se in seguito non piacerà al lettore. Sono fermamente convinto che la poesia non debba spiegare o descrivere, strizzando l’occhio a un linguaggio troppo confidenziale e quotidiano, senza per questo arrivare a esprimersi in uno stile aulico. La poesia dovrebbe distillare con naturalezza l’essenza dell’esistere, senza ampollosità; rasentando un’apparente semplicità che non deve mai scadere nella banalità.

Perché fare poesia in quest’epoca? La poesia ci salva, ogni giorno: non quella scritta e pubblicata; la poesia come pensiero di sintesi, come linguaggio unico per dare senso alle cose del mondo e della vita. Ma non esiste un percorso facile: si tratta di una strada decisamente in salita, e in alcuni momenti, necessariamente solitaria. C’è un dazio da pagare, è ovvio. “Mezzi sicuri” da consigliare non ne ho. Posso solo dire che grazie alla cultura, al sapere contenuto nei libri, abbiamo l’opportunità di acquisire libertà di scelta e indipendenza mentale; con la poesia, invece, cambia proprio la percezione che abbiamo del mondo (visibile e invisibile), anche se restiamo “ignoranti” in altri campi. Per aprirsi un varco su quella strada occorre fare tanto esercizio (non solo poetico ma prima ancora esistenziale: fare esperienza di “alternatività” senza forzare la mano ma con naturalezza) e non è detto che il risultato positivo sia assicurato. Il bagno di folla è necessario, il divertimento piace a tutti, i rumori della città fanno parte dell’original soundtrack di questa vita, l’uomo è fatto per stare in compagnia dei propri simili e il modello del poeta isolato e maledetto ha fatto il suo tempo; la poesia, però, c’insegna come essere parte di questo mondo senza farsi possedere da esso.

* * *

Nuovo sol dell’avvenire

Finì così, all’alba
di un’estate indecisa,
la nostra sinistra
adolescenza
romantica e sognatrice
di zaini su strade d’idee
e mondi da costruire.
Ora che siamo adulti stanchi
neri di rabbia e disincanto
cerchiamo risposte brevi
al tramonto di una crisi eterna.

Ma tu, nel dubbio
in attesa di un nuovo sol dell’avvenire
non smettere di ammirare le mie gambe
pronte ad andare.

 

Acqua di ritorno

Adorava i temporali
estivi, tra sprazzi e lazzi
erano meme bagnati
su gambe scoperte
alla sua natura autunnale
dimenticata tra eccessi di
sole e promesse di viaggi.

Ora le campane chiamano
all’ordine di civiltà domenicali
e tuoni ribelli e grondaie
impreparate ad acque inattese
alla vita ormai persa
che scorre nel mare calmo
della morte che accoglie,
sperando di ritornare
giovane umidità
e nuvole
e di nuovo pioggia
tra i vivi di domani.

 

La speranza ai tempi del colera

                                                      a Gabriel García Márquez

Ho già belle e pronte
in paziente attesa dagli anni verdi
tutte le cose ereditate
da usare in vecchiaia,
la cipolla del nonno ferroviere
per quando, assuefatto alla provincia antenata
non avrò più treni da prendere
e futuri in cui sperare,
il tabacco da sniffare, come sacre ceneri di giorni assenti
per quando, evaporata l’ultima goccia di Preludio d’Oriente
non avrò più pelle di collo da odorare
e carte impregnate da conservare,
la cassetta militare di mio padre, tarlata dall’irrisolto
per quando, una volta lette tutte le parole
che andavano lette
e dopo averle rilette
insieme agli altri reperti dell’anima amata
giungerà il momento di mettere da parte, senza lucchetto
i libri dedicati con amore e disperazione
e i biglietti rifiutati dalla storia ufficiale
rispediti al mittente per non lasciare tracce.

Ho già bello e pronto,
è sempre lo stesso, non potrò più cambiarlo
– e se poi mi chiami al tramonto? -,
il numero di telefono dell’altrove
per quando, spezzate nel sogno
le ultime catene invisibili dell’indecenza
ormai libera,
sarai pronta ad invecchiare con me
nell’angolo perfetto della vita.

 

Spade cilene

                                   a Pablo Neruda

Cadono le parole
ingiallite come foglie
su carte d’erba,
sotto i colpi di autunni
dittatori, scrivono pagine
a un canto generale.
Non fu vano
il loro stare al cielo
a raccogliere luce
per l’eterno dire.

Non restarono mute
le foglie cadute
di Neruda assassinato,
come le spade taglienti
di un poeta fuggitivo
brillavano pericolose
nella vigliacca notte
della libertà.

 

Informosfera

Rinuncio
ai fatti filtrati
dal chissà dove
e da chissà chi,
mi affido
a dispacci sensoriali
nel ristretto cerchio
del vissuto.

Se lesiono
marmi barocchi
riscopro la fede
nell’invisibile.

 

Carbonio

Dolori grezzi di puro carbonio
compressi nel tempo
diverranno preziosi diamanti d’anima
in parole e nuovi amabili gesti,
non mi avranno ancora
le abbronzate logiche mediterranee
e i rituali connubi dei vincenti.

Raccontare vorrei di sera
dinanzi a fuochi spenti
le occulte storie infedeli e
avventure carnali senza eredi,
ma il silenzio che tutto ricorda
m’insegna mute saggezze.

 

Antropico

Il grado antropico
di sperdute contrade
non distrae la ricerca
del segno arcaico.

Un motore a scoppio
s’alterna alla pietra
muta testimone
o miliare muschiata,
al ronzio d’insetti
e al tonfo di frutti maturi
come questioni lasciate cadere.

Sincronia tra passi e cuore
su asfalti di campagna,
i pensieri metropolitani
diluiti da elementi naturali
attendono le piogge d’autunno.

 

A Martha Medeiros

Ti giudicheranno male
in eterno
se capovolgerai il tavolo di Martha,
ma preferisci raccogliere pezzi di vetro
e incollarli con gocce di parola
su pavimenti di fortuna.

Ora sei tu che t’adagi
lungo comodi e luccicanti giacigli
di false certezze,
tra indolori ferite di schegge
con la coda
di occhi maliziosi e stanchi
cerchi altri tavoli illesi.

 

Eternity

Nella lenta risposta alla vita
s’intravede sicura e fallace
una presunzione d’eternità,
il tempo, ligio ai suoi tempi
miete vittime non innocenti.

Colpevoli di fiducia
nell’infinito
infilzate da lancette crudeli
giocano con l’effimero presente
le nostre morenti carni.


Biografia di Michele Nigro


 

Poesia in Campania

Informazioni su frequenzepoetiche

Giorgio Moio è nato a Quarto (NA) il 25 maggio 1959. Poeta, è stato redattore delle riviste «Altri Termini» e «Oltranza» (di quest’ultima è anche tra i fondatori). Direttore editoriale di una piccola casa editrice, nel 1998 ha fondato e dirige la rivista «Risvolti», quaderni di linguaggi in movimento. Ha collaborato con numerose riviste, attualmente collabora assiduamente col magazine on line "Cinque Colonne" e con la rivista webzine "Malacoda". Ha pubblicato una quindicina di volumi.

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