MARISA PAPA RUGGIERO, Poesie inedite


Dichiarazione di poetica

Una possibile idea di poesia

Qualcuno vuole che parli di questa carta. Ma che carta è? È una carta stregata, è la carta matta, la più matta del mazzo. Una figura che resta inesplicabile per definizione. Provo a decifrarla, ma già so che è illusione.

Tentare un avvicinamento? Dovrei saperlo che a nulla vale inseguirla: ti ci imbatti. Mi è nota la sua capacità mimetica, trasformista. La sua singolarità rispetto al frastuono di tante anonime compagne di strada, la relazione complessa con le cose, non per raccontarle, ma disegnarle nello spazio.

Ma cosa cerca di dirmi questa carta? È la figura incognita che non si trova nel mazzo. Non si sa bene come succede: entrano con questa carta, come per trasfusione, aree indomabili del desiderio, della magia e dell’eros. E della morte e le sue figure. Lei ‒ figura indocile ‒ ama occupare zone antagoniste, zone non protette… Prende tutto lo spazio, tutti i sensi. Li sconvolge e li spiazza.

Innesca  meccanismi di contrasto visivi, sonori, strutturali, concettuali. Mette in tensione delle corde insospettate che invaghiscono.

Innesca sistemi in forma di parole.

Li incide sulla pelle. Molecole vive di ossigeno e sangue. Molecole di energia. Sensibili a farsi visioni.

Sai che sanno accarezzare. Sai che sanno ulcerare. Che non basta l’occhio per la visione. È la visione che dà il suo sguardo.

Una carta che è ipostasi del gioco che la inventa giocando. Un gioco che strizza le sue figure fino a farle sanguinare.

È questa la lama ‒ guarda ‒ te la sfili da una fibra nascosta. Sono schegge minime di verità che ti vengono incontro; è una misura che cerchi, una sonorità, una possibile idea di poesia che entra in circuito e ti afferra, una scansione nuova sul ritmo del respiro. Si è sempre apprendisti di questo gioco ‒ lo sai ‒ un gioco di cui non puoi dire di conoscere a priori le “regole”: le scopri  all’istante. E non puoi fare a meno di sperimentare di questa ricerca il suo lato duro, la sua crudeltà inquietante e infinitamente amarla.

Non la racchiudi nel conformismo inerte di una cornice.

Ignori dove è diretta. Va in esplorazione di abissi, di falde acquifere, di crateri lunari… Riformula all’infinito uno spartito di codici diversi, li apre alla densità. È lei che compie, con la continua invenzione di sé, la sua resistenza contro il Nulla.

Salvo poi, se lasciata sola, allontanarsi e sparire. La vedo a volte appassire, sfocarsi, e la vedo, di nuovo, come fenice risorgere.

Infiniti i processi di trasmutazione che ama mettere in scena, al di fuori dei quali sa di non aver motivo di esistere.

Adesso segnala la sua perturbante enigmaticità. Ma può, nello stesso istante, rendersi inattingibile se non trova uno sguardo che la colga. Sa che nulla può accadere se manca l’altro polo della spirale: una mente percettiva capace di captarne i segnali.

Non c’è che la percezione di un occhio umano ad illuminare la parola, a farla esistere.

E allora, fare proprie le parole che Agamben  ebbe per le Ninfe: «è solo nell’incontro con l’uomo che queste immagini inanimate acquistano un’anima, diventano veramente vive».

La levità, che la contraddistingue da altre creature sorelle ‒ mi sta bisbigliando all’orecchio ‒ in lei non è vaghezza, diviene lo stadio più avanzato delle passioni, la sfoglia più esterna di un frutto complesso.

Le passioni: queste sensuali facce di un prisma in movimento. Su ognuna una luce diversa. Su ognuna una sfida, un teorema.

Ama talvolta svincolarsi dal suo involucro scritturale per tramutarsi in metafore visive che esaltino, in una loro trasposizione materica, plastica, o pittorica, la valenza segnica. (Poesia visiva). Ama aprire in assoluta libertà un  panorama semantico del tutto inedito in cui può accadere che l’utopia entri nel possibile.

Tra le carte è quella che sfugge ai codici di comunicazione ordinari, ne mette in campo altri, oltre la parola, oltre la vista, oltre il già noto. Rifugge litanie intimistiche, confessionali, diserta luoghi egocentrici, criptici, manieristici.

Pretende di far avanzare, della realtà, quella mai vista prima, quella che fa lampeggiare l’alito del tempo, gli aromi e gli odori di un vissuto stratificato, il respiro fenomenico del mondo. E, finalmente, quella realtà  altra  che sa guardare negli occhi il sacro. Quella che non trova posto nei poteri perversi della post-modernità, nella cupidigia ottusa delle mercanzie.

Quella che osa mettersi di traverso a certe logiche.

Ha le sue armi e le sue misure; non le interessa farsi paladina o manifesto di questa o quella ideologia; la ragione etica è già tutta insita nella sua natura,  nella sua destabilizzante trasgressività. L’intera sfera delle conoscenze è già inscritta nei suoi codici estetici, come nella sua coscienza civile.

Che cosa la fermerà?

L’imperativo violento della banalizzazione, della normalizzazione globale che tutto appiattisce, macina e ingloba. Che tende a sfigurarci, a nientificarci. Forse ci siamo già. Forse tutto ciò è a un passo da noi o è, addirittura, già avvenuto.

E se invece fosse lei a indicarci un’uscita possibile?

Utopia. Utopia…

Utopia, certo. E con essa, il ritorno vitalistico, urgente, e senza fine, del desiderio… (m. p. r.)

 

* * *

(le poesie qui presentate , tutte senza titolo, fanno parte di una raccolta di prossima pubblicazione)

 

L’uccello sta tra la rétina e il foglio
ad ali ferme marca il respiro
congiunge i piani in dialogo di forze
incontro al mio movimento
dentro le cose che immagino
e l’ala sbatte    disegna cerchi

tra le parole che scrivo

– artigli a mille  in corsa nelle arterie
a raspare la luce   ed un singulto passa
sul taglio della carta
dalla gola d’uccello passa
nell’occhio tinto di nero   ai margini del senso
sul filo teso di una rifrazione
indicibile
sul filo di questa lama

 

*

Lance di luce aprono il quadro
un magnete d’acqua stringe a cono gli sguardi
forza all’interno la materia    la vince
La donna nuda sull’erba
nell’urto elettrico del lampo
contempla  il cifrato del seme
nel buio grembo l’Erosione e il Peso
discesi nel fiume
Donna e Viandante a picco nella mente
le due figure di una stessa carta
dietro una lente curva    che semina attriti
Ha raggi laser il triangolo perfetto
dei nostri sguardi
dall’uomo alla donna
dalla donna a me
che li raccolgo entrambi
finché il lampo trascina la materia
in nuove fecondazioni
nell’enigma circolare del Paesaggio

nel cavo dell’utero del mondo

nell’istante    immobile    di un pensiero

 

*

Botola lasciata aperta    ne spio
il fondo oculare    laggiù dietro il tendaggio
di taglio un raggio pronto a scattare
Vermeer    mi prende    per mano
e mi tira dentro il quadro
che sta dipingendo
io sono qui   sono ora   contagio vermiglio
di liquidi sensi    io qui che mi vedo
isolare l’istante ad una più fonda memoria
che scioglie il respiro
e nel suo occhio mi guardo
caraffe di luce sulla pelle nuda
scintillante di miele    io lo so
lo so adesso
che l’assoluto è qui
intorno e dentro una combustione di mine
esplose nell’iride

un lobo   poi l’altro   forati da spilli
– qui   la goccia di sangue   qui la perla –
lo scandalo della finzione sulla tela tocca
il nervo sensibile del vero
denso come la polpa di un pensiero
fiondato in vena    guarda l’io
allontanarsi tacendo
guarda l’io allontanarsi

 

*

Il foglio è un sentiero animato
fatto di punti miliari
a stento visibili    un calligramma scritto
coi passi    tra gli spazi vuoti del bianco
in cerca di un senso nascosto al disegno
ed io cammino  e    ancora    cammino
nell’ordine cieco che oscura le tracce
muovendo i passi senza fermarmi
tra gli spazi aperti di questo foglio
di cui tutto ignoro
tra i punti distanti
che non riesco ad unire

 

*

Un fermo immagine spalanca
all’infinito l’inizio

È qui la tigre
Mi spezza il respiro
mi fissa in un gioco di specchi

Tre passi avanti e la punta di un fioretto alla gola
Mi vedo col dito isolare l’istante
scalando formulari indocili   da cui
mi sporgo in bilico sul fiato
è qui   la tigre   è qui che ustiona
l’intero sguardo
adesso che    questa voce    di viva carne
entra a ricalco
nella parola scritta

 

*

Se mi sposto   lo sai
rompo l’assetto delle immagini
la sacca rossa di aromi   di malizie
sul limitare di soglie strette
sillabando sottolingua una
sonata patafisica
gettata in mare
in queste acque fervide di senso
che ci specchiano
occultando le tracce tra
l’istante e il nulla
dove tutto    si rompe
per la caduta di un sassolino

dove    di nuovo   tutto    ritorna

Napoli, 11 febbraio 2019


Biografia di Marisa Papa Ruggiero


 

Poesia in Campania

Informazioni su frequenzepoetiche

Giorgio Moio è nato a Quarto (NA) il 25 maggio 1959. Poeta, è stato redattore delle riviste «Altri Termini» e «Oltranza» (di quest’ultima è anche tra i fondatori). Direttore editoriale di una piccola casa editrice, nel 1998 ha fondato e dirige la rivista «Risvolti», quaderni di linguaggi in movimento. Ha collaborato con numerose riviste, attualmente collabora assiduamente col magazine on line "Cinque Colonne" e con la rivista webzine "Malacoda". Ha pubblicato una quindicina di volumi.

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