GIORGIO MOIO, Intervista a Stefano Taccone


Che in Italia la narrativa viva un’esistenza abbastanza in salute, ci viene confermato anche dall’esordio narrativo di Stefano Taccone, storico dell’arte contemporanea che ha insegnato ha insegnato presso la RUFA – Rome University of Fine Arts. RUFA – Rome University of Fine Arts, dottorato in Metodi e metodologie della ricerca archeologica e storico-artistica presso l’Università di Salerno, attualmente docente di storia dell’arte nei licei, il quale nel 2018 ha pubblicato alcuni racconti, Sogniloqui, per IOD Edizioni. Taccone, che è nato a Napoli nel 1981, ha al suo attivo numerose pubblicazioni, cataloghi e curatele di mostre personali e collettive. Dal 2007 collabora stabilmente con la rivista «Segno». Nel 2010 apre il blog www.cominciaadessoblog.blogspot.it. Nel 2012 è tra i fondatori dello spazio indipendente “Di.St.Urb” (Distretto di studi e relazioni urbane) di Scafati (Salerno). Ha pubblicato le monografie Hans Haacke. Il contesto politico come materiale (Plectica, Salerno, 2010) e La contestazione dell’arte (Phoebus, Casalnuovo di Napoli, 2013) e curato i volumi Contro l’infelicità. L’Internazionale Situazionista e la sua attualità (Ombre Corte, Verona, 2014) e Salvatore Manzi EXZAK (Phoebus, Casalnuovo di Napoli, 2014).

Incominciamo con una domanda scontata, visto il tuo alto spessore culturale, ma che facciamo soprattutto a vantaggio di quelli che non ti conoscono o non abbastanza. Chi è Stefano Taccone?

Certo! Ho trentasette anni. Sono nato a Napoli dove ho sempre vissuto fino ad un anno fa, quando mi sono trasferito a Milano per insegnare storia dell’arte al liceo. Possiedo infatti una formazione universitaria da storico dell’arte ed ho scritto alcune monografie e numerosi saggi su tematiche relative alla storia delle arti visive del XX-XXI secolo, sempre però con una grande attenzione al confronto con gli altri linguaggi e con le altre discipline. Una inclinazione che ha trovato senz’altro il suo culmine in un libro come La radicalità dell’avanguardia (Ombre Corte, 2007), un lavoro squisitamente teorico ove la ricerca storica e storico-artistica – relativa in primis alle arti visive, ma, tanto più dato l’argomento, con un occhio alle arti in generale – si incontra con la riflessione filosofica – l’estetica ma non solo – e con le istanze del politico. La ricerca è stata – spero – rigorosa nel penetrare la verità delle questioni e degli autori analizzati, ma questo non mi ha impedito di lasciar confluire in essa una istanza di trasformazione dell’esistente, e credo che – più o meno tra le righe – tutto ciò si evinca. Già il titolo è molto eloquente in tal senso.

Sei da poco approdato alla narrativa col volume Sogniloqui . Di cosa si tratta?

Di una raccolta di dodici racconti, tutti mediamente brevi, che ho concepito quasi sempre a partire dai miei sogni. Dico sogni, anche se la maggior parte dei miei sogni sono incubi, o comunque non sono sogni piacevoli, benché le eccezioni non manchino. Ad esempio Indios in giardino, il racconto col quale la raccolta si chiude, denota senz’altro una visione positiva – anzi direi assolutamente utopica -, una fiducia nella capacità dell’essere umano di riconoscersi in ciò che lo accomuna, nello spirito della celebre frase del commediografo latino Terenzio, «Homo sum, humani nihil a me alienum puto»,  mantenendo – non cancellando! – le specificità culturali eppure non trasformandole in barriere. Non credo nelle piccole patrie, ma non credo neanche nell’omologazione che vorrebbe l’ideologia del capitalismo globalista contemporaneo!

Sono partito quasi sempre dal mio involontario lavoro onirico – dicevo -, ma, come si può facilmente intuire, c’è stata una “postproduzione” cosciente. Per quanto tu ti ponga a registrare su carta il sogno un attimo dopo esserti svegliato, il ricordo ”evapora” con una velocità impressionante e dunque, anche volendo, è impossibile restituire la completezza, oltre che la complessità, del sogno attraverso la scrittura. Il materiale sognato non diveniva così che un punto di partenza, una traccia per una storia che poi si sviluppava con una rapidità ed una ricchezza di implicazioni tali da stupire – e talvolta addirittura spaventare! – me stesso. Persino quando la mia fantasia da sveglio concepiva snodi narrativi mi sembrava di essere più spettatore che produttore di ciò che pure stavo scrivendo io e nessun altro! Tuttavia ho specificato che non tutti i racconti derivano da sogni, anche perché ad un certo punto ho cominciato a conoscere talmente il mio “narratore involontario” da divenire capace di plagiare il mio stesso inconscio da cosciente!

In esso si evidenzia un lavoro sulla realtà della vita quotidiana. Qual è il tuo rapporto con la vita quotidiana, con questa realtà quasi evanescente?

Credo di aver alluso, attraverso soluzioni che eccedono la realtà fenomenica, e dunque attraverso una narrazione basata sulla dimensione del surreale, a tante questioni che toccano sia il dentro che il fuori dell’uomo del nostro tempo e del nostro spazio. Sicuramente ci sono riferimenti ad una contemporaneità segnata dall’incontro-scontro tra culture ed etnie, dallo sfiorire delle coordinate attraverso le quali eravamo soliti inquadrare i conflitti nel secolo scorso, dall’invadenza di una tecnologia alla quale tuttavia non siamo davvero in grado di rinunciare, dalla minaccia di una natura che si ribellerà presto all’insana smania dell’uomo di controllarla e di sfruttarla senza porsi dei limiti, non riconoscendo il suo essere parte intrinseca dell’ambiente in cui vive… Eppure ridurre tutto ad un elenco di “tematiche d’attualità” sarebbe fuorviante. Neanche io saprei sviscerare bene la densità di questioni che sono adombrate nei racconti. Molto spesso esse si presentano infatti più combinate in un intreccio difficile da dipanare che nella loro evidenza e trovo tale modalità molto preziosa, giacché è il mistero che non può e non deve essere sciolto a catturarci! 

In campo narrativo a quale modello ti ispiri e quali sono gli scrittori che ti sono affini?

Per molti anni ho letto quasi solo saggi di storia dell’arte, di filosofia, di politica… Poi nell’anno-anno e mezzo che ha preceduto la pubblicazione di Sogniloqui mi sono letteralmente immerso nella letteratura narrativa, recuperando molto del terreno “perduto” negli anni a vantaggio di altre letture. In questo periodo ho letto gran parte della produzione di Italo Calvino – prima  di allora di suo non avevo letto che un paio di romanzi -, compresa la raccolta delle Fiabe Italiane; ho letto alcuni romanzi di Dino Buzzati; ho cercato di completare la lettura del corpus della produzione kafkiana; ho scoperto il genio di Isaac Singer; ho amato la narrativa distopica di Aldous Huxley e di George Orwell; ho cominciato ad avvicinarmi persino alla fantascienza vera e propria, per la quale un tempo provavo una vera e propria idiosincrasia; ho approfondito lo studio della Bibbia, imparando ad apprezzare anche il solitamente più ostico Vecchio Testamento. Non saprei dire però se davvero a questi scrittori mi ispiro e non mi passa neanche per l’anticamera del cervello di dichiararmi affine a loro! Ho inteso solo elencare letture che mi hanno davvero arricchito. A tutto ciò voglio aggiungere almeno altri due autori che non hanno mai scritto romanzi ma accompagnano costantemente il mio modo di leggere il mondo, Jean Baudrillard e Guy Debord.

Sempre più spesso noto che autori di grande livello culturale nella loro “carriera” hanno pubblicato con case editrici non appartenenti all’industria culturale. Per riservare quella autonomia indispensabile soprattutto per chi porta avanti un discorso culturale di ricerca o non li filano o c’è una ritrosia di fondo verso le grandi case editrici?

Non ho una grande esperienza in materia, tuttavia credo che possa valere ora l’una ora l’altra motivazione ed anzi che esse non vadano viste neanche troppo in contrapposizione. Se ci riferiamo alla contemporaneità, ad esempio, non c’è dubbio che la grande editoria sia impermeabile forse non ad un lavoro di ricerca, ma certo ad un lavoro che non rispetta certi canoni ritenuti necessari per arrivare ad una larga fascia di pubblico. Può darsi che alcuni autori siano “naturalmente” e felicemente commerciali. Altri invece non potrebbero mai sopravvivere entro gli schemi della grande editoria; morirebbero soffocati!

C’è un problema editoriale in Italia e per quali motivi?

Anche su questa domanda non credo di avere grandi competenze per rispondere. Per quello che ricordo solitamente le statistiche sono inclini a rilevare che in Italia si legge poco rispetto alla media dei paesi dell’UE. Per quanto riguarda l’editoria, così come per ogni altro campo, guardo però sempre con un certo scetticismo a chi calca troppo la mano sulle presunte “anomalie italiane”. Molto spesso si tratta di impressioni che scaturiscono da una conoscenza troppo superficiale e mediata delle condizioni di altri paesi. Senz’altro in alcuni paesi europei la situazione della cultura è più felice dell’Italia, tuttavia vale considerare i seguenti quatto punti: 1) La quantità dei libri che si leggono non è di per sé garanzia di qualità; 2) In ogni paese europeo vige il capitalismo e con esso tutte le distorsioni della società massificata; 3) La crisi della cultura – e della lettura – possiede uno stretto legame con il mutamento antropologico legato alle nuove condizioni tecnologiche ed esse vigono in tutti i paesi cosiddetti “sviluppati”; 4) Come ricorda opportunamente Walter Benjamin non c’è testimonianza di civiltà – e quindi di cultura – che non sia anche una testimonianza di barbarie!

In Italia sembra che ci sia una propensione di massa verso la poesia, non tanto come lettori ma come realizzatori. Ci sono più poeti che lettori! Ritieni che la colpa di questo caos sia un uso indiscriminato e incontrollabile dei social, di internet, dove tutto sembra avere un senso nel nome di una libera diffusione ma senza contraddittorio?

Probabilmente la propensione di massa verso la poesia esisteva già prima dell’avvento di internet. La differenza è che quando non c’era internet spesso le poesie rimanevano nel cassetto e non mancava qualcuno che cercava i suoi quindici minuti di celebrità, come avrebbe detto Andy Warhol, partecipando a La Corrida di Corrado. Chi se la ricorda? Ora sembra basti avere un account di qualche social per sentirsi poeta, scrittore, ma anche videomaker, fotografo etc. L’uso dei social per far conoscere le proprie poesie o le proprie opere di altro genere non va tuttavia demonizzato! Chi ha coltivato e coltiva il gusto attraverso la lettura dei classici sa riconoscere l’eventuale qualità anche se si tratta di una poesia di uno sconosciuto che non ha mai pubblicato nulla se non sui suoi account. D’altra parte credo che nella letteratura – come nelle arti visive – il contesto non sia neutro, bensì ci condizioni ed è anche giusto che sia così. La scelta del contesto per me è parte integrante dell’opera poetica o narrativa.

Certo è che la società odierna non aiuta ad esprimere una cultura diversa, non stantia, non pacifica. Lo spazio pubblico e un società disattenta, o meglio, attenti soltanto al mercato globalizzato e agli affari economici, tolgono la possibilità alla poesia di percezione del divenire di un mutamento socio-culturale. Come può difendersi la poesia, l’arte in questo contesto?

La poesia per me non è solo quella che si scrive sulla carta o sul web; l’arte per me non è solo quella che si esprime nell’oggetto o anche nella performance. La poesia e/o l’arte sono anche nella nostra vita quotidiana, nelle strade, nelle relazioni d’amore che sappiamo tessere… Poco fa ho citato Debord. Senz’altro questa è una risposta anti-situazionista, eppure ha qualcosa di para-situazionista. Forse il nostro tempo offende più che mai la poesia, ma può anche darsi che il bisogno di poesia – e quindi la poesia più alta – sorga proprio laddove essa viene maggiormente vessata, umiliata, calpestata. Del resto «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati» (Matteo 9, 12).

E la tua arte come si difende?

Nella mia attività culturale non ho bisogno di scendere a compromessi con il mercato, dato che fortunatamente mi sostengo attraverso un altro lavoro. È una scelta che ha i suoi pro ed i suoi contro, perché l’insegnamento scolastico ti può dare molti stimoli sul piano intellettuale ed umano in genere, ma sei anche rigidamente legato a certi orari e spesso finisci per avere poco tempo per tutto il resto. Tuttavia nel mio caso, almeno per il momento, ho ritenuto questa opzione la migliore possibile. Naturalmente non biasimo chi rivendica una decente retribuzione per il proprio lavoro nel campo della cultura, né le iniziative e le lotte che si conducono in questo senso. Tuttavia per quanto mi riguarda preferisco che la mia ricerca sia indipendente dalla mia sopravvivenza. In caso contrario credo subirei condizionamenti troppo forti, che andrebbero oltre i limiti per me sopportabili. Non aspiro ai grandi numeri. Mi sento un po’ come il naufrago di cui parla Tommaso Moro riferendosi a L’Utopia: affido al mare il mio messaggio in bottiglia nella speranza che qualcuno lo raccolga. Devo dire che talvolta capita davvero ed è già qualcosa!

Hai parlato de La radicalità dell’avanguardia. C’è ancora l’avanguardia in Italia? Dove abita? Qual è lo stato di salute della ricerca letteraria in Italia?

L’accezione con la quale intendo la nozione di avanguardia in quel libro è molto specifica, fondandosi su tesi come quelle del Peter Bürger di Teoria dell’avanguardia (1974) e del Mario Perniola de L’alienazione artistica (1971). Ritengo, in sintesi, che non si possa parlare di avanguardia – o almeno non di avanguardia in senso stretto – se non quando siamo in presenza di movimenti che non perseguono solo obiettivi artistico-letterari, bensì una trasformazione radicale dell’esistenza e del mondo attraverso l’arte, che non produrrebbe più semplicemente opere, ma rifluirebbe nella vita quotidiana. A tale descrizione corrispondono senza dubbio solo alcuni degli “ismi” dei primi decenni del Novecento – ché poi molto spesso il suffisso “ismo” è una acquisizione posteriore di conio storiografico, ma non ha a che vedere con il termine che i componenti di un determinato movimento adottano originariamente per definirsi. Senz’altro essa funziona per il Dada zurighese o per il primo surrealismo, ma già mi sembra valida solo in parte per i movimenti russi e sovietici e persino per il futurismo è molto problematica. Non vale affatto invece, tanto per capirci, per il cubismo. Inutile dire che se per avanguardia si intende tutto ciò, l’avanguardia fallisce già entro gli anni venti. Gli obiettivi dell’avanguardia sono ripresi, dopo la seconda guerra mondiale, dall’Internazionale Situazionista, che crede di poter far fronte a quelli che ritiene i due errori complementari del Dada e del surrealismo – rispettivamente sopprimere l’arte senza realizzarla e realizzare l’arte senza sopprimerla -, lasciando l’ambiente artistico e trasformandosi in un movimento “iperpolitico”. Quanto avviene a Parigi nel maggio 1968 sembra loro inizialmente un primo passo verso la tanto auspicata rivoluzione della vita quotidiana, ma, osservato da una prospettiva storica, non equivale che al canto del cigno del movimento stesso.

Tutta questa premessa per dire che dopo la dissoluzione dell’Internazionale Situazionista non credo sia più lecito parlare di avanguardia, né in Italia né altrove, o almeno non secondo l’accezione con la quale la intendo io. Probabilmente ancora oggi sopravvive qualcosa del suo spirito – non parlo nemmeno delle mere forme! ‒, ma non certo nella produzione artistica mainstream – sarebbe peraltro una contraddizione in termini ‒ e probabilmente neanche tanto nella produzione artistica in generale, bensì in tutte quelle iniziative movimentiste che cercano nuovi linguaggi in vista di una trasformazione della realtà quotidiana, più che per investirli nella finzione artistico-letteraria. Il problema è che ormai, con l’iperproduzione della comunicazione telematica, anche tutti quei fenomeni che in un tempo non troppo lontano eravamo soliti etichettare come “controcultura” sembrano messi fuori gioco.

Credo tuttavia che con il termine avanguardia tu ti riferisca in primis alla sperimentazione puramente artistico-letteraria. Se è così un po’ ho già espresso la mia opinione nelle precedenti risposte. Premettendo che possiedo una discreta conoscenza solo del panorama delle arti visive contemporanee, ma non posso dire altrettanto del panorama della letteratura contemporanea, la mia impressione è che, almeno in Italia, vi sia sempre meno spazio per la sperimentazione sia nell’uno che nell’altro campo, che tanto le gallerie più potenti quanto le grandi case editrici siano sempre più raramente territori in cui si incontra qualcosa che valga la pena di essere fruito. Naturalmente questo non significa che le case editrici medio-piccole o gli spazi artistici cosiddetti indipendenti siano di per sé garanzia di qualità.

Per quanto riguarda in particolare le arti visive, forse una menzione la merita il modello della residenza, ove più facilmente, rispetto alla modalità assai più consolidata storicamente della mostra personale in galleria, i giovani artisti trovano oggi margini di sperimentazione. Tuttavia anche in tali contesti si vede molto manierismo e le logiche connesse alla selezione degli artisti sono spesso e volentieri complementari, e non alternative, a quelle del sistema mercantile dell’arte più tradizionale – anche perché in Italia le residenze sono spesso appannaggio di fondazioni presiedute da collezionisti.

E della poesia visuale?

Anche circa la poesia visuale preferisco un approccio innanzi tutto storico. Credo che la poesia visuale abbia avuto la sua epoca d’oro negli anni sessanta in relazione a tutta una serie di condizioni socio-politiche e tecnologiche ormai non più vigenti. Preferisco pertanto parlare di una eredità della poesia visuale. Senz’altro è ancora possibile raccogliere e sviluppare la sua lezione per gli operatori contemporanei, ma della sovrapproduzione di contenuti verbo-visivi favorita dai nuovi media probabilmente è proprio chi si richiama alla poesia visuale a soffrire di più. D’altra parte forse la più compiuta continuatrice della poesia visuale storica potrebbe essere identificata nella cosiddetta poesia elettronica, un mondo affascinate ma al quale sono poco addentro.

In conclusione, quali sono i tuoi programmi futuri?

Innanzi tutto chiudere due libri di argomento storico-artistico ai quali lavoro da un po’ di anni. Il primo è una sorta di sequel de La contestazione dell’arte (2013), in quanto analizzerà con inedita ampiezza di respiro le “operazioni artistiche verso la vita” in area campana datate a partire dal 1973-1974 – periodo in cui mi sono arrestato all’incirca con La contestazione dell’arte – per giungere fino alle soglie del decennio successivo. Il secondo, nel suo nucleo principale, si domanda se e in quali termini si può parlare in Italia di esperienze artistiche riconducibili al movimento internazionale della critica istituzionale e prova ad avanzare una serie di risposte. Ho intenzione inoltre di riprendere il discorso sull’avanguardia con un approccio ancora più lontano dalla mera ricerca storico-artistica, ma per ora preferisco non dire di più in merito. Continuo poi a condurre, insieme all’artista e pastore evangelico Salvatore Manzi, Artevangelo, un progetto tra arte e cristianesimo che il 29 ed il 30 dicembre scorsi ha trovato spazio nella Stanza di preghiera dell’artista Gianfranco D’Alonzo, allestita per l’intero mese al MacroAsilo di Roma. In quest’ultimo museo quest’anno curerò un evento con il quale darò un seguito anche alla mia ricerca sull’Internazionale Situazionista, cominciata nel 2013 con il progetto Far retrocedere dappertutto l’infelicità. L’Internazionale Situazionista e la sua attualità, tenuto presso il BAD Museum di Casandrino. Infine sono intento ad organizzare, per i prossimi mesi, presentazioni di Sogniloqui in varie città d’Italia ed ho già scritto qualche nuovo racconto per la raccolta che verrà.

2 gennaio 2019


 

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Informazioni su frequenzepoetiche

Giorgio Moio è nato a Quarto (NA) il 25 maggio 1959. Poeta, è stato redattore delle riviste «Altri Termini» e «Oltranza» (di quest’ultima è anche tra i fondatori). Direttore editoriale di una piccola casa editrice, nel 1998 ha fondato e dirige la rivista «Risvolti», quaderni di linguaggi in movimento. Ha collaborato con numerose riviste, attualmente collabora assiduamente col magazine on line "Cinque Colonne" e con la rivista webzine "Malacoda". Ha pubblicato una quindicina di volumi.

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