FABRIZIO BREGOLI, Zero al quoto


Dichiarazione di poetica

La poesia probabilmente non ha nessun compito fondativo, nasce spontaneamente da un vizio del linguaggio: la rivendicazione della parola a una propria ragione autonoma, indipendente da un uso pratico, fattuale. La poesia ha valore nel suo stesso esercizio, la ricerca strutturale di un linguaggio che ambisce alla pienezza della forma, l’astrazione in uno spazio solo suo, di cui si è riappropriata, quello dove forma e contenuto coincidono, convergono in senso.

E lo stesso vale anche per l’uomo per il quale è oggettivamente difficile riscontrare una necessità alla sua esistenza (a meno di ammettere orizzonti trascendentali e quindi esterni all’insieme d’appartenenza), se non la missione a una trasmissione di sé oltre il proprio esiguo dominio temporale, matematicamente inteso, come spazio del suo essere: missione alla quale solo la parola, esiliandosi nella forma-poesia, può assolvere, attraverso un processo di negazione del suo stesso atto creativo, il ripudio del suo creatore. Questo può accadere solo per divisioni successive, riduzione dei termini, smascherando del linguaggio le finzioni, con un processo non diverso, filosoficamente, da quanto avviene in un crivello di Eratostene o con la regola di Ruffini, ossia smembramenti successivi, ciascuno dei quali serve a svelare l’inganno per gradi incrementali, raffinamenti differenziali.

L’aspirazione di ogni espressione poetica (e artistica in senso lato) è ambire a qualche forma di resto utile, una scoria buona in cui sia possibile un rispecchiamento, dopo avere sfrondato la contingenza, il superfluo. Tuttavia, riuscire a distinguere questo nucleo residuale, per quanto fragile – infinitesimo – prima che esso si confonda nel rumore bianco di fondo, si riduca al suo nulla – parte di un Nulla più ampio e sistemico – significa avvicinarsi asintoticamente a una curva di senso che appare, man mano la si approssima, sempre più repulsiva alla tangenza, al contatto. È lì che uomo e poesia si incontrano.

Ma questo inarcare la parola fino al suo limite massimo, al suo disvelamento, avvicinarla al punto di collisione con questo zero al quoto – dove l’auspicato resto utile sembra essersi smarrito – per poterlo così preservare, o provvisoriamente difenderlo, è in definitiva la ragione per cui la poesia merita di essere scritta.

 

* * *

 

DI CERTA PRUDERIE CHE NON SOSPETTI

La vita non si dice, non significa.
Ci s’avvicina come ad un asintoto
dimostra per assurdo la sua ipotesi.
È soluzione che condensa, satura
soggetta a sedimentazione rapida
per gravità vi bascula, precipita.
La vita non si còmpita, non indica.
Si recita ad accentazione sdrucciola
svicola se si sillaba, vi latita.

Ha persistenza solo per istanti
quel poco che vanifica l’antidoto
– consisterne finché si può, si deve –
e radica negli interstizi atipici
quegli attimi che addensa il temporale
per l’attrazione – nota – delle punte.
Frazione di millesimo che sgretola
residue parte e arte, come una zìqqurat
di sovrapposte, d’avventizie carte.

 

ZERO AL QUOTO

Chi sa come t’immagini, se appanna
la tua linea esatta quel po’ di specchio
dove il vapore reinventa il mondo
mentre t’asciughi uscendo dalla doccia,
chi sa cosa resta di quel te impavido
che si scaglia come una profezia
sulle formule delle celle excel
e tutto inesorabilmente quadra.
Dicevi vizio, estro di simmetria
quello sdoppiare, sfaccettare il senso
quando unica è l’aria che si respira
per gradazioni appena più sbiadite
monocromie di soffocamento.
Così pensavi di quell’infittirsi
dei numeri da interi a relativi
quel loro suddividersi in frazioni
radicali e mantisse logaritmiche,
perché si progredisce tutti ad una
diversa densità degli infiniti.
Nelle fessure della pece algebrica
che appiccica i numeri mosca a mosca
credevi vi fosse un tarlo di spazio
che tira le somme, o almeno conguaglia.
Dicevi, poi si fa piano la conta
ci si rassetta il riccio fuori posto
si bagna il labbro, quieti si ragguaglia
si schiarisce la voce e con la mano si
fa buonasera, e più non ci si sveglia.
Si mette zero al quoto, tutto intero.
Si dice vedo: più non ci s’imbroglia.

 

*

Hai ragione, Piero, siamo alberi
spicchiamo frutto, da radici che
non ci appartengono, o meno ancora
saprofiti che ineriscono a schegge
di corteccia, ad una cruna di verde,
e come dici, poesia è questo
porgere la mano, sperare prossimo
il cambio della guardia, e continuare
nella corsa, passare la staffetta
già sapendo la meta irraggiungibile
fragile la parola, perché l’unico
eterno che perdura è l’impossibile.
Perfetto nel non darsi.

Restano mani abrase, franto il fiato
l’orlo di buio che ci ha arato il viso.

 

*

Ma c’è sempre
qualche peso di troppo, non c’è mai
alcun verso che basti
(da I versi di Vittorio Sereni)

È tutto qui.
Ci s’assottiglia, il garbo d’un asintoto
dove la curva stromba nel suo ignoto
a gradiente rapido, senza antidoto.
Nell’interstizio fra virgola e intero
punti di flesso fra altrimenti e vuoto,
ennesima potenza a base zero.

Sieben acht gute Nacht
Neun zehn auf Wiedersehn.

 

*

The age demanded an image
Of its accelerated grimace,
Something for the modern stage,
Not, at any rate, an Attic grace;
(Ezra Pound)

 

È vero sai. Non s’abdica.
Forse è un’anomalia dello spazio
quell’orlo che fa rovina di luce
la parola, una linea di Kármán
fra ascesa siderale e cuore. Sempre
troppa gravità, i piedi che pretendono
lo scarto per un passo, terra-ferma.

Si parte così per rarefazioni
progressive, insufficienti portanze
alari. Mani sempre più leggere
per aprire lucchetti d’aria, botole
sul baratro. E ogni addio un labbro franto.
Come Quando Fuori Piove dicevi
per farti forza, torcere l’enigma.

Poi rada polvere d’argento, un grumo
di piume. E fiordi d’azzurro, una càmelot
tra le nuvole. Una parola d’ordine
non serve dicono: forse un petèl metà
cifrario d’angeli, metà gramelòt.
O un nodo al fazzoletto, un hocus-pocus
falsetto da apprendista mago. Un grido
minimo, a ripetizione automatica.
Non un memento mori, ma un MarMàLuOt.

(Le poesie, concesse dall’autore per «Frequenze Poetiche», sono tutte tratte dalla raccolta Zero al quoto edita da puntoacapo Editrice, 2018)


Biografia di Fabrizio Bregoli


 

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