AA. VV., La poesia non è prosa!


Discussione a seguito della pubblicazione del mio articolo La poesia non è prosa sul giornale on line «Cinque Colonne» il 31 ottobre 2018 (http://www.cinquecolonne.it/la-poesia-non-e-prosa.html). Per rendere più esplicito il discorso, cito qui una definizione di Fausta Squatriti: «La poesia può essere astratta, evocativa, figurativa, concettuale, ma che sia poco, pochissimo narrativa, per quello esiste la prosa. In poesia, la narrativa è quasi sempre banale».

 

* * *

 

Dario Ulkrum Zumk – Articolo interessante.

Giorgio Moio – Grazie Dario. Non se ne può più di questa poesia in prosa.

Marisa Papa Ruggiero – Giorgio Moio pienamente d’accordo con te.

Dario Ulkrum Zumk – Però la poesia in prosa è una trappola in cui cadiamo tutti.

Giorgio Moio – Io credo di no, ed è per questo che uso il frammento e l’anagramma. Credo che per chi voglia fare poesia è una trappola da evitare, non sempre ci si riesce – d’accordo con te, Dario ‒ ma bisogna stare attenti: le trappole possono diventare pericolose.

Federico Preziosi Giorgio Moio il problema non è la poesia in prosa in sé, quanto l’odioso pretesto che questo titoli alcuni autori a legittimarsi come poeti. Amo Giampiero Neri, ma attualmente non leggo molte cose interessanti in prosa poetica. Devo dire però che il fenomeno è piuttosto diffuso al rovescio: quanta gente del resto fa delle prose versificate e le chiama poesie? È un problema abbastanza complesso, secondo me.

Michele Nigro – Quesito stuzzicante. “Allora perché chiamarla poesia?”. Infatti, molto più onestamente bisognerebbe dare a tali contaminazioni termini alternativi, anche solo per fornirle di dignità propria. Se il confine è netto e la poesia è poesia, punto, non è difficile riscontrare (non nella forma, come abbiamo appena detto) musicalità, ritmi e stili poetici in produzioni presentate come narrative (e non mi riferisco solo all’“andare a capo”). Insomma. Quando un poeta si presta alla narrativa, si nota. Non sempre, a volte…

Alma D’Amato – La poesia in prosa è un po’ più difficile da capire, per le persone meno elette… Ma quella, è vera Poesia…!!!

Giorgio Moio – Alma D’Amato la prosa è vera poesia? Ma stiamo dando i numeri?

Alma D’Amato – Caro sig. Giorgio Moio, perché non mi erudisce lei nel campo, probabilmente non sono all’altezza di capire ?… Grazie.

Preziosi Federico – Alma D’Amato però io non ho capito perché quella è la vera poesia…

Giorgio Moio – Alma D’Amato non è un mio problema se non comprende che la poesia in prosa mette in risalto il narrare, spesso autobiografico, piuttosto che ritmo, sonorità, significante.

Alma D’Amato – Qualunque cosa mette in risalto, anche un racconto autobiografico, può mettere in risalto il lato poetico, per me quindi ance quello è poesia… Non parliamo poi delle poesie che si leggono oggi, salvo qual che eccezione, andrebbero tutte nella spazzatura, oggi tutti si definiscono poeti… Purtroppo!!

Giorgio Moio – Questa della poesia spazzatura, del fatto che tutti si definiscono poeti oggi, sono altre questione − d’accordo − che la “scorrevolezza” e la pretesa della “comprensione” per tutti i lettori della poesia in prosa, non aiuta di certo!

Alma D’Amato – Abbiamo modo di interpretare la poesia, completamente diversa, per me tutto ciò che da emozione è poesia…

Giorgio Moio – Appunto. Dare emozioni. E crede che narrare la propria autobiografia, come spesso avviene tra i poeti “in prosa”, possa dare emozioni?

Alma D’Amato – Indubbiamente.

Giorgio Moio – Alma D’Amato, ora comprendo perché la poesia è caduta così in basso! Basta leggere le sue risposte. Sono molto contento che la pensiamo diversamente. Vivaddio!

Giorgio Moio – Amici, ma veramente nel mio articolo passa il messaggio che una “poesia in prosa” è meglio di una Poesia? Forse sbaglio io, ma, scusate, avete letto bene?

Federico Preziosi – A me non è sembrato.

Giorgio Moio – Quando dico «Allora perché chiamarla poesia?», cosa ti fa pensare? Forse è un po’ criptico l’articolo o non di facile comprensione, ma è una disanima, in negativo, contro la “poesia in prosa”. Infatti nel mio articolo non c’è scritto nessun avallo alla “poesia in prosa”. Non credi che l’avrei sottolineato, se fossi in sintonia con la “poesia in prosa”?

Preziosi Federico – A me non sembra difficile, si capisce benissimo che a te quel genere di poesia non piace molto, anzi ti sei premurato anche di fare un excursus storico per dimostrare di non essere prevenuto. La tua posizione emerge chiaramente.

Giorgio Moio – E allora, perché, caro Fede, hai postato “a me non è sembrato”?

Preziosi Federico – Giorgio Moio tu scrivi: «Ma veramente nel mio articolo passa il messaggio che una “poesia in prosa” è meglio di una Poesia?» e io: «A me non è sembrato», nel senso che non mi pare che passi il messaggio che la poesia in prosa sia meglio della poesia in versi.

Giorgio Moio – Ah sì, allora l’errore l’avrei commesso io. Scusa. Ma ho risposto a chi ha creduto che io fossi dalla parte della “poesia in prosa”.

Preziosi Federico – Ma no, è stato solo un malinteso, nulla di grave. Ribadisco, il senso del tuo articolo è chiaro, a te la poesia in prosa non piace e riporti delle motivazioni che possono essere condivisibili o meno. Ad ogni modo, se qualcuno non ha capito, evidentemente, non avrà letto con la sufficiente attenzione.

Flavio Almerighi – In tutta franchezza penso che discettare di “poesia in prosa” sia questione di lana caprina, esiste il prosatore maratoneta, esiste il prosatore centometrista; e lasciamo stare, non mettiamoci a scomodare la Poesia che è altra cosa, e non ne faccio questione di genere, ma di sostanza.

Giorgio Moio – Se non si è capito, sono contro la “poesia in prosa”, un raccontare, spesso autobiografico e autoreferenziale, fatto passare per poesia.

Michele Nigro – Io l’avevo capito!

Giorgio Moio – E menomale, caro Michele. Qui pare che abbiano capito che sono a favore della “poesia in prosa”: è solo un’indagine, breve, su chi e come si usa molto oggi la poesia in prosa. Non ho detto che Valerio Magrelli, Paolo Ruffilli, Gianpiero Neri, etc., facciano bene ad usare la “poesia in prosa”. Non credete che, se fossi d’accordo, l’avrei sottolineato?

Michele Nigro – È così chiaro il tuo articolo… che non so davvero da dove sia nato l’ “equivoco”!

Giorgio Moio – Boh! Come si deve scrivere per farsi capire?

Flavio Almerighi – Appunto!

Dario Ulkrum Zumk – Però anche se una trappola io penso che anche ciò che conta non è la prosa in poesia ma le metafore originali e le immagini che si costruiscono all’interno del testo. Che ne pensi Giorgio Moio?

Giorgio Moio – Se ci limitiamo alle metafore e alle immagini di una estensione non raccontata e autobiografica, ma pregnante di ritmo di suono e di significanti, allora sono d’accordo con te Dario.

Dario Ulkrum Zumk – Sì, questo intendo. Allora in questo modo la poesia in prosa ha un suo significato.

Giorgio Moio – Dario scusa, ma continui a non comprendere o sono io infelice nello spiegarmi. Perché se sei d’accordo con me dici: «Allora in questo modo la poesia in prosa ha un suo significato». Forse. Ma non chiamiamola poesia, chiamiamola con il suo vero nome “poesia in prosa”. E chi ne fa uso dovrebbe specificare e nominare la sua poesia con l’appellativo “poesia in prosa”. In questo modo si potrebbe anche darle un senso e una critica.

Antonio Spagnuolo – L’articolo letto potrebbe essere anche interessante e stimolante, ma non convince e non invoglia assolutamente a comporre poesia in prosa. Scrivere in tal modo è molto facile, abbandonando ritmi, musicalità, metafore, significanti, endecasillabi et similia. La poesia alta rimarrà sempre quella che si può cantare e declamare ad alta voce suscitando emozioni e sentimenti nell’altro!

Giorgio Moio – Anche tu, Antonio, non hai compreso l’articolo? Io attacco la “poesia in prosa”, non l’avallo. Sia chiaro per tutti! La mia è una disanima, in negativo, sui poeti che si esprimono con la “poesia in prosa”.

Preziosi Federico – Giorgio Moio il problema non è la poesia in prosa in sé, quanto l’odioso pretesto che questo titoli alcuni autori a legittimarsi come poeti. Amo Giampiero Neri, ma attualmente non leggo molte cose interessanti in prosa poetica. Devo dire però che il fenomeno è piuttosto diffuso al rovescio: quanta gente del resto fa delle prose versificate e le chiama poesie? È un problema abbastanza complesso, secondo me.

Alfonsina Caterino – Credo che il prodotto poetico, per le ragioni istituzionali, retoriche e storiche che lo contengono, confermandone nei secoli, la più alta forma creativa dell’uomo, vada tutelato nella distinzione della sua natura di Poesia, dalla Poesia prosa. La quale per intonazione, disposizione e impostazione del testo differenzia nella sostanza, dagli elementi che ricorrono nella Poesia-Poesia.

Ilia Tufano – Interessante l’articolo… credo sia più difficile dire qualcosa di poetico…

Lucia Triolo – Grazie Giorgio, l’ho letto proprio stamane con grande interesse, mi è piaciuto.

Luca Crastolla – Grazie Giorgio, la conclusione a cui giungi la sento molto affine al mio intento: la poesia non deve mostrare in maniera inequivocabile, la poesia deve spingersi dove le parole finiscono di significare e per questo, per sperare di continuare ad esistere devono affidarsi al suono di cui sono portatrici e alle immagini che possono evocare. Quindi la parola poetica è analogica, prelogica, non rispetta una scaletta. Per quello c’è la prosa.

Lucia Triolo – In altre parole: è libera e la sua libertà deve emozionare, un colpo allo stomaco insomma (senza riempire i pronto soccorso ovviamente).

Luca Crastolla – … sì.

Giorgio Moio – D’accordo con voi.

Lucia Triolo – La poesia è ardita, deve osare!

Domenico Pisana – Caro Giorgio, mi permetto di dire la mia a proposito del tuo articolo. Per me la poesia è una cosa, la prosa è un’altra cosa. Per carità, può esserci una prosa poetica, ma non una poesia in prosa, perché la poesia – diceva Quasimodo – «non deve dire, ma essere; deve portare una cosa dal non essere all’essere; non deve raccontare, pena la decadenza». Che dici, tanto per fare un esempio, di questa poesia di Vivian Lamarque, autore pubblicato da Specchio Mondadori? È poesia? prosa? prosa poetica o cos’altro?

«Non eri proprio capace
di morire, aiutami mamma
le dicevi che era morta nel ’18
di spagnola che avevi 6 anni
e tuo padre nel ’25 che ne avevi
13, perche di ferite di guerra
si muore non contabilizzati anche
dopo la guerra, e aiutami Dante,
il biondo marito rapito dagli dei
a 34 che avevi già aperto
la finestra per volare via anche tu.
Aiutatemi su, poi chiudevi gli occhi
e mi salutavi come fosse per sempre
sei stata una brava figlia, no sei tu
che sei stata una brava madre, no tu
no si no congedo gentile, prova
generale del morire.
Ma la mattina dopo con voce squillante
allora con l’Alitalia come va? mi chiedevi,
l’hanno finalmente trovato un accordo?»
(Da Madre d’inverno)

Quando un poeta è abitato dalla poesia si avverte subito dal peso specifico della parola che utilizza, delle sue proprietà, del suo significato in ordine al logos pensante, al sentimento e all’emozione ad essa correlati.

Credo in una “poesia disvelativa” capace di offrirsi ai contemporanei come “spazio di autolettura interiore” nel quale si vada oltre la paura del proprio inconscio e si tenda ad armonizzare il cuore con la ragione, l’istinto con il discernimento; è necessario il passaggio da una poesia che “interloquisce” ad una “poesia perlocutoria”, che – direbbe J. L. Austin – si fa linguaggio capace di influenzare percezioni, pensieri, comportamenti e dunque diventare canale di trasformazione e cambiamento.
Se a Neri, che si definisce un poeta, non interessa la poesia ma l’arte, a me interessa la poesia, che è arte.
Trovo che molti poeti contemporanei, presenti attivamente sui social, scrivono poesie in prosa anche se vanno a capo, poesie che raccontano; ma trovo anche poesie molto belle e che, in tanti casi, vanno anche oltre il minimalismo; tuttavia mi permetto di osservare che non sempre la “poesia estetica” è “poesia artistica”. Se l’estetico è il sentire, godere, contemplare e gustare il bello già preesistente , l’artistico è atto di genialità, è produrre, “creare il bello” , portare una cosa dal non essere all’essere, e la poesia, che deriva da poiein, è proprio una nuova creazione, è un attingere alla radici dell’autocoscienza, è un farsi pensiero rivoluzionario e dissidente , soggettività critica e creatrice rispetto alla “cosificazione” dell’uomo e all’imperante processo di “de-umanesimo” della società tecnocratica.

Se la poesia oggi vuole resistere al tempo sia a livello di fruizione che di produzione, deve mostrarsi capace di entrare nel mistero delle cose, nel segreto del “malessere ontologico” che si sta impadronendo di tutti noi, tramite una sorta di risonanza soggettiva e con un linguaggio poetico in grado di guidare uomini e donne di questo nostro tempo alla scoperta della vera autenticità esistenziale.
La parola del poeta non può rimanere la distrazione di un momento né un tranquillante di rassegnazione, né una illusione intellettuale e sentimentale, ma credo debba diventare la “voce necessaria di un dissidente” della società contemporanea già falsata dall’alienazione economica e da altre alienazioni. La poesia potrà usare questo o quel linguaggio, questa o quell’altra similitudine, questa o quell’altra figura retorica, ma se non ha a che fare con la realtà storica delle persone sia nella loro singolarità che socialità, sia nella loro spiritualità che relazionalità, rimarrà un atto di autoconsolazione senza prospettiva.

Il poeta è tale non perché segue corsi di poesia o di scrittura creativa, ma se accade in lui qualcosa che gli ha dato una emozione interna e lo spinge a scrivere: non si può scrivere poesia “su” qualcosa, ma solo se si è fatta direttamente l’esperienza “di” qualcosa. Nessuno può dire a un poeta: scrivi su questo tema!, perché chi scrive su commissione è un tecnico che usa la poesia e lo può anche far bene, ma essere poeta è un’altra cosa; ad un poeta nessuno può insegnare come scrivere, perché il poeta non è un tecnico di laboratorio che dice: su questo scrivo, su quest’altro no, oppure scrivo di questo perché può trovare consenso, scrivo di quest’altro perché così mi capiscono, scrivo in un altro modo perché non voglio essere compreso. Il poeta non è un mero esteta , uno che aspira a entrare nella grande Letteratura e a diventare qualcuno se usa bene e perfettamente le figure retoriche, le metafore, le immagini, le similitudini, una rima, la metrica, il ritmo, la fonia del verso, un endecasillabo, una terzina, una quartina, per cui esercitandosi tira fuori una bella poesia per conquistare il pubblico o una giuria e così ottenere un premio, una coppa, una menzione; se vuole, può anche farlo e non è peccato farlo, ma la sua rischia di essere “poesia artificiale”, una “poesia in provetta”, un “prodotto scientifico” , un esercizio letterario, una finzione della mente. Mi piacciono i “poeti-esteti” che con i loro versi conservano la tradizione poetico-letteraria del passato o la riproducono, a loro modo, come atto di contemplazione e di godimento del bello, ma amo molto di più i “poeti-artisti” che creano nuova bellezza, nuovo umanesimo, perché se un poeta è cercato e abitato dalla poesia, è sempre e fortemente «impegnato – direbbe M. McLuhan ‒ a scrivere una minuziosa storia del futuro perché è la sola persona consapevole del presente».

Giorgio Moio – D’accordo. Anche per me la poesia è una cosa, la prosa è un’altra cosa. A proposito della poesia di Vivian Lamarque, che dirti? È una prosa, per giunta autobiografica – ancora peggio! – che vorrebbe essere poesia. Se è poesia non può essere in prosa.

Marisa Papa Ruggiero – Giorgio, chiedo scusa ad alcuni, ma a me pare che stiamo perdendo tempo…

Flavio Almerighi – Marisa Papa Ruggiero hai ragione.

Giorgio Moio – Già, Marisa. Ma perché devo spiegare ciò che è palese? Chi non capisce si arrangi! E chi ritenga che la poesia in prosa, prosastica sia la panacea dei problemi che assillano la poesia di oggi, vada ad abitare altri luoghi. Qui non troverete terreno fertile!


 

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Informazioni su frequenzepoetiche

Giorgio Moio è nato a Quarto (NA) il 25 maggio 1959. Poeta, è stato redattore delle riviste «Altri Termini» e «Oltranza» (di quest’ultima è anche tra i fondatori). Direttore editoriale di una piccola casa editrice, nel 1998 ha fondato e dirige la rivista «Risvolti», quaderni di linguaggi in movimento. Ha collaborato con numerose riviste, attualmente collabora assiduamente col magazine on line "Cinque Colonne" e con la rivista webzine "Malacoda". Ha pubblicato una quindicina di volumi.

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