STEFANO VITALE, Il verso della storia


Dichiarazione di poetica

Per prima cosa c’è il movimento che è vertigine e necessità, che è viaggio e desiderio di sosta. La poesia è tensione tra questi due estremi: tra l’andare e lo stare (dal titolo di due vecchie poesia inserite in “Le stagioni dell’istante”). Da qui la pretesa e la necessità di superare, oltrepassare i limiti, dall’altra parte il bisogno e la fatica di fissare dei punti fermi, di fare dei limiti una possibilità nuova. Così l’errare e l’errore sono come consustanziali all’uomo: «Siamo fatti della stessa materia dei nostri sbagli» (una mia vecchia raccolta, dedicata a Mario Luzi, s’intitolava non a caso “Semplici esseri”). E basta un nulla, una semplice distrazione, a volte, a trascinarci «per il collo / a una festa d’ubriachi». C’è una contraddizione di fondo, che ha radici ontologiche, che caratterizza lo spazio della poesia e dell’esistenza: è una piccola luce che offre un fragile, ma preciso punto di riferimento sì da potersi orientare nel buio che ci circonda, capace di trasformare il proprio «incerto andare» in un «viaggio» consapevole.

Questo viaggio che è la vita, che è la poesia, è anche una sorda e assidua lotta contro il tempo, che talvolta percepiamo come una «belva rabbiosa» difficile da trattenere, altre volte come vuota attesa di un Godot che non arriva, e ancora come una «selva» insensata o una sorta di labirinto senza uscita. Fermare il tempo, arginarne la franosità, spezzarne la catena è quindi la tentazione più istintiva. Ma anche la più illusoria. I riferimenti a Pirandello, siciliano come me, sono necessari. Ma lo sono anche quelli che si riferiscono a Camillo Sbarbaro, poeta assolutamente da rivalutare. Da qui possiamo leggere l’emergere del contrasto tra vita e forma e, non a caso, c’è una poesia che si chiede e ci chiede se c’è davvero una forma: se c’è la possibilità di individuare una «epigrafe del tempo senza tempo» o se anch’essa non sia «Qualcosa che incessantemente / additiamo e nel mentre s’allontana». Non è una questione marginale, in quanto coinvolge anche noi («E noi, allora, che forma siamo?»), la nostra identità e la possibilità stessa di una «Verità».

Come insegnava Giorgio Caproni, altro fondamentale riferimento, il poeta non deve parlare solo di sé o per sé: egli deve saper porre domande che abbiano una portata universale. La poesia deve aprire una prospettiva, non chiudersi sui dolori o lo gioie del singolo. Il “noi” deve prendere spazio sull’“io”: in fondo siamo tutti «figli di un destino comune» e alla stregua di «pastori erranti alziamo lo sguardo / verso le stelle, manto di leopardo, / notturno continente che tutti ci racchiude». La poesia da sempre ha dato importanza al tema dell’identità che per me è intrinsecamente legato alla metafora dello specchio, perché nello specchio dovremmo avere la possibilità di riconoscerci, di ritrovare cioè la nostra “forma vera”. Senonché, come sosteneva anche Borges: «Non ci sono specchi cristallini / dove ogni cosa corrisponde a se stessa / ma nuvole di vapore che sfumano il gesto / nell’illusione della precisione». «Anche gli specchi possono sbagliare / restituire ombre disfatte / pensieri capovolti, / cenere dimenticata / nella vecchia conchiglia riciclata». La nostra immagine ne esce quindi «inevitabilmente» deformata ed è questo il limite che dobbiamo accettare e da qui partire.

Il tema dello specchio rimanda a quello della Verità. A prima vista si potrebbe pensare che è inafferrabile anch’essa, destinata a perdersi in un gioco di specchi senza fine.  Certo è così. Ma dobbiamo fare dei distinguo. Ciò che dobbiamo fuggire è l’«eterna tagliola / della presunta Verità», è la pretesa di dire la verità, di essere “nella verità”.  La poesia oggi ha certamente limitato il suo orizzonte e laicamente la verità è qualcosa di instabile, di non definitivo, per mio conto qualcosa di utopicamente orientante non certo qualcosa di ossessivamente sicuro. Il gioco dialettico è quello tra ragione/conoscenza ed intuizione/espressione. La logica razionale è indispensabile, ma non tutto può essere “spiegato”. Lo stesso va detto dell’intuizione: da sola non basta, è pericolosa. Da questo punto di vista l’idea di Nietzsche della fusione tra apollineo e dionisiaco mi pare centrale per cogliere il senso dell’esistenza e della poesia. Non a caso il mio ultimo libro s’intitola “La saggezza degli ubriachi” La Vita Felice, 2017). Non perché “in vino veritas”, ma per dire metaforicamente che non dobbiamo farci ingannare dalle apparenze e ciò che pare saggio magari è folle e ciò che pare folle forse è anche saggio. La poesia è figlia di questa possibile sintesi, portatrice di una forma di saggezza strana e stramba simile a quella degli ubriachi e ci può essere d’aiuto.  La poesia ha il potere di sovvertire ogni logica razionale, in nome di un’altra logica, volubile «come una piuma»,  ma anche di aderire all’estrema “originalità” della vita, di coglierne e di esprimerne al vivo l’intima essenza.   L’arroganza della ragione è come «l’arroganza degli specchi»: non approda a conquiste durevoli, ma conduce al «naufragio”.

Non possiamo però, come detto, fare a meno di cercare la verità. Ed in questo la musica , al pari della poesia, ci aiuta. Fluida e liquida, come la musica di Debussy, è la vita e non si lascia geometrizzare o costringere in una forma definitiva. Tutti noi, e la vita stessa, siamo segnati dall’imperfezione e dalla caducità. Che non implica, come si sarà capito, una presenza trascendente. In ogni caso, la mia posizione non è “nichilista” in senso “distruttivo”, ma per essere “positivi” non c’è bisogno di esseri superiori. Il mio è un mondo poetico è senza Trascendenza che non rinuncia tuttavia a “trascendere” (il “trascendere senza trascendenza” di Ernst Bloch), a cogliere l’inatteso, il divenire, l’utopia di una pace necessaria.

Qual è allora la soluzione? La «posizione / della giusta distanza»? la “divina Indifferenza” di montaliana memoria? Già per Montale però questa era un’opzione improponibile per noi uomini. Anche dal mio punto di vista «Non a tutti è dato saper mostrare cecità / diventare muro, insetto, foglia / e volgere gli occhi altrove». Dinanzi al male e alle ingiustizie il poeta non può sottrarsi e nascondersi dietro la neutralità delle lettere. Così  si risveglia «l’ansia del combattimento, / il pensiero di andare oltre la soglia / sotto un cielo carico di tempesta / al passo con la dignità offesa / come gli eroi che non s’arrendono / e spendono la vita a raddrizzare / i quadri storti, a costruire il tempo / che nessuno ancora ci ha servito». La poesia è poesia quindi civile, concreta, attenta alla realtà, capace di denunciare gli orrori, gli aspetti distruttivi della Storia, le storture della politica (“chiudere i porti e lasciar riposare/le nere coscienze marce di rabbia” ). La poesia può essere importante per «preparare piani segreti / mappe di resistenza, attraversare campi minati / e tagliare barriere di filo spinato». E ci offre una forma di riscatto e di risarcimento, ed il male di vivere diventa il «taglio da cui fiorisce, a bassa voce, / la piuma del tuo sorriso».

E come detto, la poesia lo fa coi suoi strumenti la cui misura è quella del «canto» poetico volutamente dimesso, perché «non si tratta di fare miracoli». Il poeta si dovrebbe proporre di «Ridurre il campo visivo / alla coda dell’occhio / per meglio vedere ciò che resta nascosto / allo sguardo troppo sicuro». Proprio perché è grazie alla concentrazione dello sguardo, della profondità (che dialettizza l’allargamento della prospettiva, come dicevo prima) che può emergere una nuova visione delle cose, oltre il “retro delle cose”.  Così, «nell’immobilità felice dello sguardo finalmente a tempo», forse ciascuno di noi riuscirà a mettere a fuoco ciò che gli sta a cuore.

Di passaggio: la poesia non dovrebbe quindi essere “autoreferenziale”, chiudersi in forme di deliberata “non comunicatività”, di supponente oscurità. Come diceva Paul Celan la poesia è oscura di per sé. La poesia deve cercare la precisione, la chiarezza della sua espressione, la rapidità definitiva della sua visione che coglie la realtà da angolazioni molteplici, in ritrovata e inattesa leggerezza, così come insegnava Italo Calvino. La poesia è linguaggio organizzato, è sforzo di significazione, è struttura che si mostra nella sua ambiguità, ma non per questo è forma esoterica o, dall’altra parte, parlata quotidiana. La poesia ci obbliga, scrivendo o leggendo, sempre ad uno sforzo intellettuale ed emotivo e soprattutto è capace di suscitare forme successive di comprensione. La poesia è un territorio ricco di stratificazioni che emergono a poco a poco nel tempo; il poeta lavora “per sottrazione” e scrivere versi significa eliminare tutto il superfluo, tutto il possibile e scegliere di far brillare qualcosa che altrimenti andrebbe sommerso.

Come ha scritto Carlo Prosperi, (e lo cita in esteso perché si possano cogliere altri miei riferimenti poetico-letterari) recensendo il mio “La saggezza degli ubriachi” su “Atelier”: “… per quanto il nostro poeta prediliga il verso libero e sciolto, non manca, a tempo e luogo, di avvalersi della rima o, in alternativa, dell’assonanza, per dare icasticità e musicale consistenza al suo verseggiare. Si veda, a mo’ di esempio, la seguente lirica: «L’importante è colpire di sorpresa / spezzare la catena dell’attesa / rompere la noia / di questa inutile pastoia / che rende schiavi / di una Storia / di cui si sono perse / ormai le chiavi». Altrove le rime sono più defilate, talora anche interne, vuoi per esaltare l’efficacia di talune dittologie («cresce e mesce», «l’orrore e l’errore», «rappresi e sorpresi», «affidabili e improbabili»), vuoi per accentuare qualche enjambement o per dare aire al verso successivo («nell’ossessione scomposta della vita che ci resta / pesta nel mortaio dell’inutile attesa»; «teste ritmate / folate di vento»; «molecole colate / a folate dal cielo al niente»). Ad esaltare la musicalità del dettato concorrono non di rado allitterazioni, paronomasie e anafore (in primis verbali). Così, soprattutto nella sezione finale del libro, Moments musicaux, il poeta può innestare il suo discorso su quello di alcuni brani musicali, in una mimesi che, pur senza rinunciare in toto alla valenza semantica delle parole, le porta a competere con l’onda «emozionale delle note», come giustamente annota Alfredo Rienzi nella sua “Prefazione”. Il che significa anche spingere la logica linguistica alle sue estreme conseguenze, fino a sconfinare in regiones incognitæ assecondando la sfida enunciata, in esergo alla sezione, da Paul Auster: «La lingua / ci porta via per sempre / da dove siamo […], / perché ogni parola / è un altrove…». Si potrebbe a questo punto sospettare una suggestione verlainiana, quella dell’Ars poétique: De la musique avant toute chose. Ma il discorso è più complesso. E ambizioso. Vitale mira infatti  a «Tirar fuori dalla selva del tempo / una parola certa e precisa / che ci rassomigli una volta per tutte / per dare un senso  / al silenzioso scrutarsi delle cose: / è questa l’incrollabile speranza / che porta al fine di ogni arte».

In conclusione, la poesia dunque come “stato di emergenza” (Walter Benjamin), che vive nella profondità dell’istante senza lasciarsi trascinare nell’indistinto, che coglie tracce di verità senza cadere nella disperazione o nell’arroganza, piccola porta dalla quale potrebbe in ogni momento entrare e passare un brandello risolutivo di senso. La poesia come frattura, come torcia che scandaglia le fratture e cerca un senso nel caos. La sua fragilità è anche la sua forza generata dall’intreccio di pazienza e speranza. In qualche modo si tratta di organizzare il pessimismo, il realismo delle cose, trovando un ordine, un significato, una trama laddove vediamo a prima vista confusione e dolore. La poesia si fa pensiero, ma non assume mai l’alterigia della verità assoluta, la poesia è riflessione, processo di consapevolezza che resta visione, ebrezza. La mia poetica è dunque “filosofica” ma, credo, anche molto “emotiva”, ovvero attenta agli stati del nostro essere-al-mondo. Una poesia che vuole essere pensiero lucido e slancio sentimentale; empito ragionante, concetto che si presenza in un respiro visivo.

In tale direzione inevitabilmente scopriamo, come detto all’inizio, di essere in bilico tra apparenza e verità, che siamo immersi in conflitti quotidiani e universali, che dobbiamo fare i conti con il tempo e con la nostra indifferenza, che siamo chiamati a delle scelte etiche. Siamo impegnati in una ricerca d’identità in cui anche la memoria, intesa come irruzione dell’inatteso, come costruzione di un legame, appare necessaria per non perdere l’orientamento.   L’arte, la musica, l’amore, la natura possono avere questa funzione. Una funzione che ci può permettere di accettare i nostri limiti come una possibilità, che ci può aiutare a ridurre la vanità e la superbia, controllando le nostre pulsioni distruttive. Anche quelle “sociali” e “civili” per così dire.  Un’altra mia raccolta si intitolava “Il retro delle cose” che altro non era, forse, che un nuovo nome dell’angoscia, una porta chiusa sulle ferite dell’apparenza senza però rinunciare ad una possibile liberazione (“ogni cosa ha sua stella utopica nel sangue”). E’ una questione di strategie: c’è sempre qualcosa che ci sfugge, che non riusciamo ad afferrare definitivamente, ma che ci richiama alla necessità di essere vigili e poetici, per quanto possibile.

21 maggio 2019

* * *

La lezione dei fiori è nel loro colore?
O forse è nel lento
invisibile viaggio verso la luce?
Nel silenzio del loro respiro
di creature sagge e leggere?
Oppure nel loro profumo
liberata essenza di se
disordine dei nostri sensi rappresi e sorpresi?
La lezione dei fiori
è nel loro essere fiori, e questo basta,
mondo che rinasce
nella pura insolenza del vivere.

 

*

 

Desideriamo tutti una forma,
ma c’è una forma?
Appare e scompare un corpo liquido
di colori, timbri, altezze, suoni e dolori,
sfuggenti onde dell’attimo
si scompongono e ricompongono
sotto i nostri occhi attoniti e scivolano via
tra mani inutilmente tese.
Musica senza rumore
senza serialità sicura, appena un abbozzo di luce
sguardo di vento che passa e accarezza la pianura
sconvolge le carte, travolge i castelli di sabbia
epigrafe del tempo senza tempo.
Questa è la forma?
Qualcosa che incessantemente
additiamo e nel mentre s’allontana?
Restare immobili nella contemplazione
del continuo smarrito passare
e la giusta posizione per cogliere una forma?
E noi, allora, che forma siamo?
Perfetta onda del mare
ora e di nuovo ancora dissolta?

(Claude Debussy, Images I e II)

 

 

(Inediti)

 

Il verso della Storia

 

I.

 

Cade la parola
nel pozzo del tempo
ma si sposta la Storia
un verso più in là
lasciando la piuma
a mezz’aria sospesa
che la vita va spesa
non certo sbiadita
tra fogli e figli sgualciti
e facce dipinte.
Restare sul punto
è l’intima impresa
di chi scrive nell’ombra
e scuote le foglie
d’un albero antico
che sempre rinasce
anche senza di noi.

 

II.

 

Erbario senza foglie
è il libro della Storia
solo figli morti
e madri inginocchiate
e padri immaginari
chini e ripiegati
su un teorema che
mai dimostreranno.

 

*

 

Attraversiamo paesaggi di vetro
coi piedi piagati e la pelle bruciata
ma dritta è la schiena
nel desiderio di giustizia
c’è il miraggio della verità
mentre scorga il sangue
dal costato ferito
e nel supremo abbandono
il grido strozzato rivela
l’intima finzione, l’ultima illusione:
che la guerra non paga, che regala per sempre
l’anima al nemico, inferno perpetuo
senza una via d’uscita.
Così è meglio aspettare che cada la prossima neve
e tutto ricopra e disegni un nuovo orizzonte
sopra di noi, lontano da noi.

 

*

 

Non è mai detta l’ultima parola
in questa vita lunga una frase intera
restare in equilibrio su  incerte latitudini
sfidare la voce del silenzio
con l’inutile saggezza d’una causa persa
tra il muro, la finestra e il cielo dentro al foglio
figlio d’un colpo di tosse
e d’una ferita coperta di sale
dove la lingua ricama sillabe e accenti
grezzo tappeto d’aria e materia di noi.

 

*

 

Tu, mi riconosci?
E’ a me che hai dato
una moneta al mattino
e ho sorriso alle tue scarpe.

Tu, mi riconosci?
Sono quello seduto
sotto i sudici archi
a mangiare in silenzio
un pezzo di pane
sporco d’insulti e occhiate distratte.
Tu, mi riconosci?
Sono un cane senza padrone
un’ombra senza nome
un banale effetto collaterale
d’una Storia sempre uguale.
Tu, mi riconosci?
Davvero non mi riconosci?

 

*

 

Tutto s’è perso
smarrita è la via del ritorno
qui conta solo il tempo dell’andare
occhi sbarrati sulla strada deserta
restare a guardare il treno partire
e tutto s’è perso e anche il ricordo
è un bambino nato morto.


Biografia di Stefano Vitale


 

Poesia italiana contemporanea

Informazioni su frequenzepoetiche

Giorgio Moio è nato a Quarto (NA) il 25 maggio 1959. Poeta, è stato redattore delle riviste «Altri Termini» e «Oltranza» (di quest’ultima è anche tra i fondatori). Direttore editoriale di una piccola casa editrice, nel 1998 ha fondato e dirige la rivista «Risvolti», quaderni di linguaggi in movimento. Ha collaborato con numerose riviste, attualmente collabora assiduamente col magazine on line "Cinque Colonne" e con la rivista webzine "Malacoda". Ha pubblicato una quindicina di volumi.

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