STEFANO VITALE, “Dedica”. Brucia la pelle della poesia (e della lingua…)


Il nucleo di questo libro è una silloge che ho avuto modo di leggere e apprezzare già lo scorso anno. Il suo titolo era La pelle e si classificò terza al premio “Gozzano” 2018. Questa la motivazione che l’accompagnò: La poesia di Lucia Triolo qui si fonda su una struttura architettonico-poetica precisa, dove il linguaggio sorvegliato e limpido gioca un ruolo essenziale. I versi d’apertura delle diverse composizioni hanno il sapore d’una introduzione, si presentano come una sorta di primo gradino da cui prende le mosse un viaggio verticale nel profondo delle situazioni scelte. Segue una sorta di sviluppo tematico che genera nuove risonanze, riflessioni, emozioni in un gioco di specchi e di motivi originali. Dal labirinto dei pensieri si esce nel finale con una sintesi, anche spazialmente sottolineata nei versi, che offre una sorta di “logica poetica” all’insieme del testo. Si è come di fronte ad una sonata musicale dove il lessico è essenziale, ma ricco di colori; la forma è lineare, ma risonante e la pelle della poesia risplende lucida.

Le motivazioni dei premi sono sempre parziali riguardo alla poetica di un autore, ma credo che in questo caso si sia colto uno dei registri fondamentali del modo di “fare poesia” di Lucia Triolo: quello di seguire, come una rabdomante, la via nascosta che porta al testo. Una via ovviamente fatta di segni, intuizioni, suoni che divengono parole, articolate in un linguaggio, strutturate in una forma. È come se in Dedica (Edizioni DrawUp, 2019), che amplia naturalmente la silloge citata, la poetessa ci dicesse che la cosa più importante per lei è la parola, che il suo demone è la lingua. Così con la sua penna (o con le sue dita sulla tastiera, non so come lei lavori…) insegue un ragionamento sotterraneo, nascosto, sottotraccia. C’è un impulso ctonico nella sua poesia (e ctoniche sono divinità legate sempre alla terra, alla sensibilità concreta), una volontà di cercare qualcosa di sotterraneo nella scrittura che può emergere solo dalla e nella scrittura stessa. Attenzione: la ricerca non si risolve in un gioco estetizzante, ma in un preciso e sorvegliato lavoro di lima, in uno sfrondare di pensieri che però si muovono sempre in una logica che la scrittura può esprimere e dire. E neppure si tratta di una poesia “sperimentalista” o autoreferenziale: il suo lessico è sempre diretto, chiaro. È l’articolazione, la strutturazione architettonica, sono i salti di pensiero e di lingua che determinano originalità e sorpresa dell’incedere poetico dei testi di Lucia Triolo.

Rispetto al precedente “Metafisiche rallentate” (2018) in cui il tono era  diverso, generalmente più narrativo, più prevedibile se così si può dire, qui abbiamo un passo in avanti. “Dedica” mi pare un testo più omogeneo, coerente e ben riuscito per spessore scritturale, un testo in cui Lucia Triolo trova, a mio modo di vedere, la sua cifra e la sua voce più originale. Altro avvertimento critico: in questo libro non vi sono testi “intellettualistici”, aggettivo cui normalmente si dà un accezione negativa. La poesia di Triolo è sempre molto emozionale anche quando pone domande universali: «A chi chiederò / del senso e del non senso?» e subito dopo: «Ho prestato al mio corpo / la tua sete e / la tua fame». Come a voler far subito capire che la poesia è fuoco che brucia la carne e non astratto pensiero. E non finisce qui: non ci si aspetti un tradizionale lamentoso io-poetico. La poesia di Triolo è “lucida follia” ironicamente tesa a rifiutare, in questa raccolta, di mostrare un’identità retoricamente “sofferente”. «In un punto di lucida follia / mentre stringo tra le mani / uno scheletrico io / e scarico una lacrima in latrina / riesco a dire esattamente /ciò che penso/ inconcepibile come una gaffe». La poesia di Triolo è certamente lirica, costruita con cura attorno ad un io poetante visibile e forte, attento a tenere alta la tensione del testo. Ciò accade  proprio in forza delle scelte strutturali e linguistiche della poetessa che, ad esempio, chiude i suoi testi con una sorta di aforisma poetico spiazzante che spesso scioglie e cambia la prospettiva trasformando ciò che potrebbe divenire intimistico in qualcosa di intimamente condiviso o di apertamente diverso. Altre volte la chiusa è affidata ad una nuova domanda che apre nuove porte, altre poesie ancora sono i puntini di sospensione a impedire che scivolino nel prevedibile. Perché, sul piano del linguaggio c’è sempre molta imprevedibilità in questa poesia, cosa che, appunto fa da barriera ai possibili eccessi lirici. Triolo ha la consapevolezza dei suoi strumenti e qui ne dà un saggio interessante e coinvolgente.

In un dialogo personale a distanza, che qui mi pare utile e plausibile qui riprendere, Lucia Triolo mi scrisse: «non mi interessa sapere chi sono, non ho mai avuto problemi di identità e non scrivo per sapere qualcosa che riguardi il mio io più profondo (lo dico perché ho ritrovato questa idea in molti discorsi dei nostri colleghi). Sono i corsi di azione che mettiamo in atto nella vita, a parlare per noi. E così la parola “identità” è da prendersi con le pinze, da considerarsi solo un punto di partenza mobile e provvisorio per ritrovarsi negli altri: mi ritrovo, quando ciò accade, sempre in un altro (cioè quando mi relaziono a un “tu”) oppure non mi ritrovo affatto. Così non ho nessuna voglia di tipo investigatorio nei confronti del mistero che ognuno di noi in qualche modo racchiude. Dicevo di recente a qualcuno che, nel mio caso l’indagine sull’io sarebbe come l’indagine del bambino sul meccanismo del giocattolo: aprendolo finirebbe col romperlo».

Credo che questo passaggio sia illuminante per cogliere il senso della sua poesia. Che pure ci dice in versi: «voglio uscire fuori da tutti i me / tutta non in percentuale» come a sottolineare un desiderio di autenticità. Ma questo «è un pensiero che mi mente dentro / incapsula tratti / d’insoddisfatta nudità». Ed è per questo che qui conta moltissimo il canto, che conta l’abbandonarsi della scrittura al desiderio carsico della lingua, è per questo che la sua poesia è fatta di salti sonori, di temi che s’intrecciano, s’allontanano e poi si ritrovano nella chiusa del testo. Ho nominato la parola “desiderio”: un tema portante della raccolta. Desiderio di autenticità, di amare ed essere amata, di cullarsi nella nostalgia, desiderio di invecchiare bene, di speranza, di scrivere. Il desiderio, chiave di lettura dell’esistenza, è declinato in modi diversi, ma sempre in maniera tesa, precisa, anche misurata, mai fredda, ma neppure troppo esposta. È un equilibrio interessante quello che trova Lucia Triolo che stempera il desiderio in una dimensione etica mai prescrittiva o costrittiva, ovviamente, ma sempre indirizzata all’integrità e al rispetto dell’io e del tu, dell’altro in noi.

Un altro tema importante è il travestimento. Tema, per così dire endemico, per chi è siciliano. Ma, e qui è interessante quanto scrive Giuseppe Cerbino nella sua introduzione: «L’io si gratifica solo travestendosi. Nella lirica della poetessa siciliana, il travestimento non è intesto come semplice mascheramento o costruzione ipocrita ma è il modo in cui si raggiunge il prossimo» In altre parole, ci si presenta agli altri  sotto una certa veste, cosa che non è quindi per forza elemento di nascondimento e mistificazione. È piuttosto una protezione di cui abbiamo bisogno per entrare in relazione con gli altri. Quel che conta è quel che facciamo e diciamo. Nel caso del poeta: quel che scrive. E torniamo al centro del nostro discorso: il travestimento è essenzialmente qualcosa che nasce dalle esigenze della lingua: «il prurito: i tra-vestimenti che aveva indossa-to / erano stati quelli la causa / non riusciva più a distinguerli dalla pelle / li toccava / quei suoi chiodi di risate in gola».. La maschera non è segno obbligatorio di alienazione, è la persona stessa che  modifica il proprio apparire per essere.

Il linguaggio stesso è un tra-vestimento, un attraversamento della pelle, apparenza e costruzione che non è vuota parvenza, ma la forma che ci dà vita. Certo c’è sempre qualcosa che resta oscuro e distante: «La poltrona che ti conosce / ha il segno del tuo corpo e / i braccioli sdruciti. / È lì che incontro la mia assenza». Ma è grazie al non-scritto, a ciò che è assente che la poesia, la scrittura emerge: «uno sfondo da respirare / una pelle da graffiare / ‒ amare amare verbo / e aggettivo» ‒ «il corpo disegna un’orbita eterna». La scrittura guarda anche a ciò che “senso irriducibile”, che deve ancora trovare una soluzione, emergere: «Ho preso dimora / in un frammento di specchio /sapeva di immagini morte». Ma la parola combatte e non si rassegna: «si udrà / una domanda / che si lamenta». Come ancora ha lucidamente scritto in un’altra poesia Triolo «Suda il profumo opaco altalenante / dell’incenso sull’altre di un io / in combutta con le sue ferite… / non riunisce le coscienze che osservano scompigliate / sa che affondano / per questo è qui lei / la parte di me che appare / l’unica visibile verità».

Triolo è «ladra di figure, / inseguita / da immagini e parole / rubo anche l’errore / ‒ desolazione / ‒ rivelazione. / Rubo infine i momenti alle parole / lì dove il tempo / acquista suono / ed è poesia» (Non rubo mai gli Dei). La poesia è vera perché sa di essere un “travestimento”, la poesia è inganno non perché sia falsa, ma perché coglie ed esprime la nostra più autentica forza-fragile nella e della scrittura, nella e della parola: «… non c’è un punto fermo / cui aggrapparsi / solo un accento in più / e non si capisce dove cada. / Vorrei sì / vorrei sapermi vivere / come verità mancata. / Che pace nell’inganno». In questo modo Triolo può, come detto, estrarre «dalla borsa i versi / lastricati sulla mia voglia / e li ho obliterati per sottrarli / alla logica dei fatti». Non a caso in due occasioni appare la figura della scimmia (p. 45 e p. 59) che nella tradizione alchemica è appunto il simbolo di trasmutazioni e trasformazioni, del dialogo tra gli strati superiori ed inferiori della coscienza: «la scimmia non cerca / mai uno specchio / non sa di esserci… il suo occhio travalica lo sguardo… / un’inquietudine ritta / è durissima».

 

Il titolo Dedica può deviare: apri il libro, leggi e non trovi alcuna dedica esplicita, almeno in senso tradizionale. Così il quadro si fa enigmatico. Certo l’amore e le relazioni amorose hanno un ruolo importante («l’amore è una tela di sacco / ruvida e procace /… fa dimenticare ciò che non / si può mostrare / ‒ paura del niente»), ma la scrittura (e la letteratura, dunque) non cede mai all’elegia esclusivamente soggettiva.  Eppure c’è tanta soggettività in questa poesia. « un piccolo labirinto questa raccolta così come è un labirinto il mondo della scrittura poetica che Lucia Triolo ha deciso di esplorare da un certo punto in poi della sua vita. «Sono nata con / un sassolino nella scarpa / e un piede balbuziente / in una giornata che vagiva» è l’incipit di una sua poesia che si chiude coi versi «Sono nata con un sassolino nella scarpa / che credevo d’altri / ed era mia». Come ha ben rilevato Cerbino nella citata introduzione: «dedica deriva dal latino de-dicere in cui il prefisso de- è un intensificativo del dire per cui la parola ha senso solo se si orienta alla persona per cui è nata. Dedica significa rivolgersi all’altro, spendere la parola per l’altro». Dedicare, partendo dal senso originario latino, implica il significato del consacrare con rito solenne qualcosa alla divinità o a persone celesti, significa offrire qualcosa, può anche indicare l’idea di destinare, volgere (la propria attività, le proprie cure) verso qualcuno o qualcosa. In tal senso il titolo, semplice ed enigmatico al tempo stesso, forse ci riporta anche all’idea del poeta che scrive appunto per offrire le sue parole, consacrandosi alla scrittura.

Dal punto di vita della composizione poetica, infine, la poesia di Lucia Triolo usa a piene mani le rime, le allitterazioni, la paronomasia, figure ossimoriche, gioca a staccare le parole con un trattino per offrire ridondanze di senso, usa l’enjambement, preferisce il verso breve; la sua poesia è carica di metafore, di salti logico-poetici, di versi anche aforismatici, ma che si situano sempre dentro alla cornice di un comporre attento al suono della parola, cauta nel rivelare subito il senso del testo stesso.

La sua non è una scrittura criptica, presuntuosamente illeggibile, è una poesia che però richiede abbandono: quello stesso a cui si è data la poetessa nel seguire, come dicevo, la via nascosta della parola stessa. Ed è una poesia che chiede attenzione, concentrazione emotiva e intellettiva a chi la legge, come deve fare chi riceve in dono una dedica. La poesia «cambia la punteggiatura / del corpo» ed è bene non distrarsi.

*

Scrivo a rovescio sulla pelle
vivo a rovescio questa vita
come chi non ha più carne
da redimere
tengo le ossa sotto
i passi
lo spirito fa ancora rumore.
Una persiana sbatte sbatte
mi fa arrossire.

 

*

Ciò che non ricordiamo
sa qualcosa di noi
il colore delle nostre vesti
l’arancio aggredito dal rosso ciliegio
quel lieve sentore di bugia
l’emozione sgualcita a pezzi
nel tappeto
le fusa del gatto
un gesto: l’ adagiarsi del corpo
il suono della porta
sul più bello
io non ricordo
ancora guardo

 

*

Ci era stata promessa
una terra avida,
ci fu dato un dolore avido di noi,
una debolezza
si dissolse in un singhiozzo,
un po’ più oltre
la parola si affiancò
d’un balzo
al suono di una voce
a farmi visita è giunto
il tuo bacio
velocissimo come un dubbio

 

*

Era troppo nudo
per essere bello
e non lo era.
Lei stava lì a guardare
calma stranita
avvertiva nel ventre
che la debolezza degli altri
fa paura
tremano pezzi di radici che non sai
di avere
come se tutto ciò che hai dipinto nella vita
si fosse scolorito.
Seguivo la traiettoria dei dipinti
e il rumore delle chiavi
quando battono
sulla cornice della porta.

*

Il treno stava fermo a gran velocità,
come il dolore come talvolta l’amore.
Nessuno sapeva dell’arrivo
né della partenza.
Era la grande occasione
da prendere al volo.
Lei però era caduta
su una buccia di banana
prima ancora.

 

*

Non ricordo di essere mai stata
nel luogo in cui nacqui,
lì dove la sfinge
offre il suo verdetto
attimo dopo attimo
accenti di furiosa rinuncia
irrisolte questioni
gonne sollevate sui miei dubbi
arroventate tensioni
delle labbra sbiancate
occhi cerchiati
in dono ai tuoi sguardi
dopo l’amore
le profondità religiose
che trovavo sulle virgole
della pelle
dopo l’amore.
Non ricordo di essere mai stata
nel luogo in cui nacqui.
Aspetto una notizia.


Biografia di Stefano Vitale


 

Freschi di stampa

Informazioni su frequenzepoetiche

Giorgio Moio è nato a Quarto (NA) il 25 maggio 1959. Poeta, è stato redattore delle riviste «Altri Termini» e «Oltranza» (di quest’ultima è anche tra i fondatori). Direttore editoriale di una piccola casa editrice, nel 1998 ha fondato e dirige la rivista «Risvolti», quaderni di linguaggi in movimento. Ha collaborato con numerose riviste, attualmente collabora assiduamente col magazine on line "Cinque Colonne" e con la rivista webzine "Malacoda". Ha pubblicato una quindicina di volumi.

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