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STEFANO TACCONE, La poetessa e la bambina

LETTURE – RILETTURE


Un titolo antifrastico, Un silenzio a due voci, e una foto di copertina depistante quelli scelti da Nadia Lisanti per la sua nuova silloge – la seconda a dodici anni di distanza dalla prima, Un attimo in più (2008). Nella foto di Valerio Bispuri, I due bambini, il titolo non fa che annunciare quel che ritrae, due bimbi neri dai tipici capelli lanuginosi – uno di loro, forse quella con il vestitino a quadroni, è una bambina? Nadia ha chiesto a Valerio di non rivelarglielo mai – avvolti in un ambiente a stento scandagliabile, popolato di riflessi, bagliori e tendaggi in morbido chiaroscuro. Il lettore che si accinge a sfogliare la raccolta potrebbe allora credere che siano le loro quelle preannunciate, peculiari voci che la poetessa canterebbe, mentre non è così. Una delle due metà di questo silenzio è appunto quest’ultima, che, avvalendosi anche della sua preparazione nella Lingua dei segni italiana – curiosissimo constatare come l’acronimo che la designa, LIS, coincida con le prime tre lettere del cognome della autrice –, affronta al meglio il suo compito di insegnante di sostegno, presso una scuola piemontese, per la piccola Sokona – «Alla piccola Sokona, / ai suoi occhi, / maestri di pace»: questa la dedica che apre il volume –, una bambina non udente del Mali a causa di una meningite curata male quando era ancora in Africa, ovvero l’altra metà del silenzio dialogante che dà forma al libro. Inutile dire che conoscere la LIS è un grosso aiuto, ma non è certo il bottone in grado di mettere in moto meccanicamente un processo impeccabile e non bisognoso di una continua verifica, e ciò non solo perché, come si può intuire dall’ultima parola dell’acronimo, ogni paese possiede una sua lingua dei segni così come possiede una sua lingua verbale, e non essendo Sokona di origine italiana… Bisogna anche e soprattutto valutare l’handicap di carattere psicologico, che ogni handicap di carattere fisico porta con sé di riflesso, per quanto non sia retorica, né voluptas dolendi, affermare che è assai difficile divenire persone sensibili, empatiche rispetto al dolore altrui – e quindi persone umanamente migliori – se le sofferenze non hanno duramente plasmato, tuo malgrado, la tua anima, spesso – per l’appunto – fin dalla tenera età – «A noi, /che nessuna scelta fu possibile / senza attraversare la tempesta», si legge ad un tratto come a suggerire l’affinità scoperta nell’intreccio di un incontro casuale tra due persone pur inizialmente lontanissime su di un piano geografico, culturale e generazionale.

Dall’esigenza immediata e tutt’altro che semplice di stabilire un dialogo con “mezzi non convenzionali” nasce innanzi tutto una grande, profonda storia di amore – a «lettere d’amore» la stessa autrice assimila i suoi componimenti. Dal momento che poi la poesia per Nadia è accomunata alla lingua dei segni per la sua vocazione ad esprimere il non dicibile attraverso la vieta prosa scritta o parlata che sia, oltre che considerando quanto il sodalizio sia stretto, prolungato, finalmente l’esperienza più pregnante per la recente vita di Nadia – e si sa che la poesia è come pioggia che scaturisce tanto più urgente e cristallina quanto più le nuvole pesano –, da tale sodalizio nasce un libro che, presumibilmente materializzatosi lentamente, mattone su mattone, attimo dopo attimo, trova il favore dell’Africa Solidarietà Onlus, organizzatore del Premio Internazionale di Poesia “Sulle orme di Leopold Sedar Senghor”, che vede Nadia vincitrice della quinta edizione (2019) sezione “Silloge inedita”, evento che le apre la strada per la pubblicazione (Kanaga Edizioni, Arcore, 2020).

Va da sé così – data la genesi – che molti versi risuonino del tono tipico di un rapporto tra maestra e allieva, pur non possedendo naturalmente nulla di prevaricatore e sprezzante. Ogni parola di Nadia è al contrario intrisa di estrema delicatezza, il suo metodo didattico non ha nulla di prescrittivo, ma è teso piuttosto ad un orientamento consapevolmente debole, a creare spazio per un apprendimento autonomo più che a saturare lo spazio di nozioni – «Esiste una poesia dei luoghi, / dimenticati da Cristo / che nessuno potrà insegnarti. / È fatta di un sentimento della natura / che nessuno potrà mostrarti» –; i suoi insegnamenti parlano di desiderio di vita – «Vorrei la venticinquesima ora del giorno / Che sia ricca di un non tempo / E di uno spazio a scompartimento» – e delle cose che la circondano, una concezione ove lo specifico antropico è inteso come qualcosa di radicalmente compenetrato entro la totalità dell’universo. Così ella può scrivere: «Di ogni scorrere di penna, / un oceano invisibile / si fa sabbia vergine» o «In quest’utero di sole dimenticato da dio / una donna partorisce salici piangenti, / ed è un viaggio di ritorno: / la radice del sale». Lo stupore per la bellezza, parola che l’autrice non teme di adoperare – «C’è un presidio di bellezza, / nella gente che ci ascolta» ‒ non implica – probabilmente lo si è già intuito – alcuna deriva verso una ingenua narrazione edenica, né potrebbe essere altrimenti considerando il discorso sulla esperienza-coscienza del male dell’esistenza cui si è accennato sopra. Ciò non conduce tuttavia neanche – e nella maniera più assoluta – ad una fluida corrispondenza tra imperfezione e sofferenza, ché la bellezza è anche – e forse soprattutto – fuori dal paradigma ideale per gli occhi e i cuori che conoscono il vario soggettivarsi dell’essere. L’amore può pertanto indirizzarsi persino verso «le rughe dei miei anni, […] le rughe dei volti degli altri». Esse sono infatti l’alfabeto attraverso il quale si scrive l’adorabile «racconto della pelle». Nessuna nostalgia dunque per la levigatezza dei vent’anni, intesa meno come pienezza di salute e piacere dei sensi che come carenza di un vissuto che rende attraenti in virtù della sua durezza. Un pensiero certo con il quale già un cinquantenne-sessantenne medio, dal poco più alto dei suoi anni, difficilmente entra in sintonia, tendendo a considerare astrattamente giovane chi lo è appena più di lui, e non identificando perciò una così spessa linea di frattura tra i venti e i quaranta.

Indizio di una visione tutt’altro che staccata dalla realtà dei conflitti del mondo sono i riferimenti alla contemporaneità socio-politica, che, pur non ossessivi, sono non di rado riscontrabili, denotando una sensibilità aperta ma chiaramente orientata: «A Torino c’è la manifestazione No tav / A Roma “L’Italia agli itagliani”»; «Se dovessi morire per un gilet giallo a Parigi, / se dovessi morire perché sono in Brasile con lui, / se dovessi morire perché sono in Africa con lei». Il rapporto con la piccola venuta da un Sud più Sud del suo – malgrado il tenero pensiero, reminiscenza del celebre bestseller Io speriamo che me la cavo (1990), contenuto nel compito di un bambino: « – la Basilicata è più terza del terzo mondo – » – non può inoltre che rinfocolare in Nadia il sentimento dell’accoglienza, la coscienza della ricchezza delle diversità ma anche la capacità di incontrarsi nella appartenenza alla stessa specie e di possedere pertanto – sotto la pur pregevole crosta delle specificità culturali – un substrato di facoltà comuni, e ciò è tanto più urgente in tempi di notturni umori xenofobi: «leggo che il parroco, Don Paolo Farinella, / terrà chiusa la Chiesa a Natale in provincia di Genova»; «Straniero, / questa parola che sa di strano, / in chi l’adotta vive un estraneo… / Così  estraneo a se stesso da diventar disumano!».

D’altra parte tentare di isolare i singoli toni e motivi è forse, fino ad un certo punto opportuno per rendere la misura del libro, e si sbaglierebbe se si intendessero le poesie come scansionate in tipologie più o meno tematiche. Non a caso l’unica suddivisione è tra la prima voce, che si identifica con la prima sezione, e la seconda voce che rappresenta la seconda. Bisogna ricondurre la prima alla voce di Nadia e la seconda alla voce di Sokona? Per l’autrice questa non è che una possibilità, ma neanche troppo forte, mentre l’esegeta tende ad abbandonare assai precocemente questa ipotesi, potendola più congruamente intendere ancora una volta – un po’ come già nel caso della foto rispetto alla effettiva identità delle due voci – come un depistaggio, benché in questa occasione esso sia a sua volta in grado di fornire una nuova indicazione, nella direzione di una consapevole, deliberata contaminazione delle identità dialoganti. È come se, in altre parole, l’autrice desiderasse infondere nel lettore il dubbio che ogni parola possa essere sua ma anche un po’ della bambina, e talvolta anche viceversa. Due voci dunque che, in una formidabile circonvoluzione, generano silenzio, ma anche si raddoppiano, si sovrappongono e persino – chissà – si fanno eco.

L’una o l’altra voce può dunque godere delle meraviglie di una farfalla discretamente librantesi fuori dal suo habitat o bisticciare allegramente con i caleidoscopici universi di senso aperti dalle parole e dalle loro giustapposizioni; solidarizzare con chi lotta contro il coma o contro l’alta velocità in Val di Susa – nell’uno e nell’altro caso si tratta di vita o di morte – o scagliarsi contro chi vuole deviare la tua vita ostruendoti orizzonti cui aneli o inducendoti ad indossare abiti che non ti appartengono; esaltare gli uomini che si fanno angeli e manifestare ancora una volta l’asfissia della ciclicità del tempo, delle sue ripartizioni umane – ma il tempo con cui ci misuriamo oggi è davvero ciclico oppure confondiamo la ciclicità dell’antichissimo rapporto uomo-natura con la pseudo-ciclicità additata da Guy Debord quale cifra della società spettacolare? Ci troviamo al cospetto di una dimensione in cui tra poetico e politico, così come tra personale e sociale, terreno e spirituale, sensazione e riflessione, micro e macro si istaura un evidente rapporto di continuità.

Il tutto avviene attraverso una scrittura rapida, persino scattante, impavida di fronte alla possibilità musicali della rima – «oggi desueta (ma desueta a torto)», commenta lo storico dell’arte e Segretario Generale della Società Dante Alighieri Alessandro Masi che firma la prefazione. Attraverso versi che se ne infischiano dell’equilibrio tra le parti di cui si vuole costituita la bellezza canonica dell’arte: spesso sono iperbolicamente lunghi, come i concetti che esprimono, in assoluta sintonia, del resto, con l’insofferenza più volte manifestata da Nadia per le standardizzate griglie temporali o per i dettami della bellezza ideale dei corpi. Evidentemente per lei le griglie della convenienza e del decoro artistico-letterario non sono meno castranti. L’incontro con Sokona è necessità di responsabilità che frena e lascia spazio, ma è anche morso che inibisce il dissuasore dell’eccedenza. Il dover essere del proprio ruolo, in fin dei conti, non elide ma esalta quella «dannata libertà di coscienza» che il pittore seicentesco napoletano Francesco De Maria riferisce in accezione spregiativa al coevo e conterraneo collega Luca Giordano e alla sua scuola, facendo sì che la sua denigrazione passi alla storia come il discorso meglio positivamente connotante il più emblematico degli artisti del secolo d’oro della pittura napoletana. «Dannata libertà di coscienza» è una locuzione che credo di poter applicare tranquillamente anche a Nadia e alla sua poetica, e tanto più le sarà gradita considerando la provenienza da quella città che ella stessa definisce senza paragone: «Vorrei renderLe un saluto / ogni giorno della mia vita, / inchinandomi al suo passo / di bellezza tra le dita».

 

Nadia Lisanti
Un silenzio a due voci
Kanaga Edizioni, 2020, pp. 99

Biografia di Stefano Taccone


 

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