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STEFANO TACCONE, Esorcizzare i fastidi del sonno

LETTURE – RILETTURE


È un itinerario lentamente cadenzato, ove la narrazione non viene mai meno al suo scorrere, ma è un incedere estremamente dilatato, a tratti quasi alla moviola, simile ai ritmi biologici la cui crescita è interdetta alla vista umana. Ecco perché questo è un libro felicemente anacronistico per una società fondata sulla riproducibilità tecnica, ove, come insegna Walter Benjamin il raccoglimento cede il passo alla fruizione distratta – e figuriamoci in una società fondata sulla (ri)producibilità elettronica! Ecco perché questo libro è anche una ardita scommessa: un puntare sulla possibilità che esistano, magari nei recessi più reconditi delle anime contemporanee – ovvero in spazi simili a molti dei luoghi in cui si muovono i personaggi dei sei racconti contenuti in Notazioni sui fastidi del sonno (Ensamble, Roma, 2020) di Letizia Leone ‒, ancora più o meno larghi bisogni di rallentare, darsi tempo di ascoltare ed ascoltarsi. Un tempo non lontano l’estate era questo tempo; oggi l’estate è sempre meno vacanza nel senso di vuoto rispetto alle cose che riempiono il nostro “tempo ordinario”. Il lockdown è stato proclamato da molti come questo tempo, ma di fatto per tanti non lo è stato, se non è stato addirittura il contrario: un momento di accelerazione ulteriore, solo meno visibile, ma forse più perniciosa, in quanto accelerazione a perimetro ridotto benché effettiva, specie nell’interiorità. Da qui – come documentato da numerosi studi ‒ ulteriori ansie, paure, pensieri disfunzionali e gli stessi fastidi del sonno.

Credo che non sia assente del resto un quid più o meno inconscio – parliamo di sonno – di ironia nel titolo, assieme ad una indicazione sulla funzione esorcizzante che la Leone attribuisce alla scrittura. Una funzione irrinunciabile per la nostra salute psichica è peraltro notoriamente da attribuire proprio ai sogni, anche e soprattutto agli incubi, delle parvenze minacciose e sinistre. Non sono forse esse traslazioni visive delle nostre nevrosi di cui abbiamo bisogno di liberarci proprio materializzandole, sia pure attraverso quella materialità impalpabile di cui sono costituiti i sogni? Lo stesso processo avviene forse per tanti scrittori, compresa l’autrice del libro in oggetto, il quale ‒ si intuisce ‒ ha avuto una lunga gestazione, eppure la fase finale della sua lavorazione ha coinciso grosso modo proprio con il lockdown. Il suo periplo tra realtà, immaginazione e sogno – concetto che probabilmente si potrebbe ricondurre, come sarà chiaro tra poco, non solo anche ad altre sue opere, ma proprio al suo modus vivendi – mi appare infatti connotato da un valore fortemente terapeutico in una dimensione in cui il dolore del mondo è qualcosa di consustanziale e si può solo affrontare al meglio, senza illudersi di estirparlo. Ho usato il termine realtà nell’accezione più comune, ma mi è d’obbligo approfondire questo punto, giacché André Breton ci ricorda che la realtà non coincide in nessun modo con il momento della veglia e con il visibile retinico: essa è anche momento del sonno, con tutto ciò che accade durante questo tempo, nonché lavoro dell’immaginazione o di ogni altra forza non meglio definibile che ci procura comunque visioni o altre sollecitazioni dei sensi.

Quando alludo alla realtà nella vita della Leone alludo pertanto al suo appassionatissimo lavoro di scavo nei meandri della storia umana – quella della letteratura, ma non solo. Una pratica condotta senza pedanteria e cavilli, ma non per questo meno rigorosa, fondata su fonti e documenti, ambientata in biblioteche ed archivi, ché mediamente le case – non solo quella dell’autrice – sono troppo piccole per contenere le “scatole del sapere” di cui si ha bisogno. Questo lavoro mi pare assai egregiamente esemplificato nel primo racconto, dal quale trae il titolo l’intera raccolta e che è incentrato sull’incontro tra l’io narrante ed il medico-poeta tedesco Gottfried Benn sotto i bombardamenti sovietici della Berlino del 1944, o dal terzo racconto, Esercizio di Morte, ove seguiamo un altro, più antico, poeta tedesco, Friedrich Hölderlin, nelle sue derive per le strade di Parigi e per i labirinti della sua coscienza, ma forse, più di ogni altro, dal quarto racconto, Grattare tombe, il cui protagonista non è più un celebre poeta, bensì un assai meno conosciuto pittore veneto vissuto a cavallo tra XV e XVI secolo, Lorenzo Luzzi, meglio noto come Morto da Feltre. Il suo crudo pseudonimo si deve al fatto che, più che cimentarsi regolarmente nell’arte della pittura, egli, possedendo una formidabile «familiarità con cripte e tombe, lavorava febbrilmente come si dà ai privilegiati, a copiare al lume malfermo della fiamma quante più minuzie possibili dal cielo di una volta sotterranea […] Fu proprio la sua mania di rintanarsi in luoghi disagevoli che conquistò al Morto la fama di uomo misterioso, amante più della compagnia dei trapassati che dei vivi. Mentre in verità era un attento collezionista di rarità, soprattutto disegni a sanguigna che andava a scovare in ogni bettola della città». Come non riconoscere peraltro in questo personaggio così wittkoweriano una sorta di proiezione certo un po’ estremizzata – ma anche questo può essere inteso come una traccia dell’ironia, della sottile soffusa ironia che pur non essendo il tratto più importante e tanto meno il più visibile della scrittura della Leone comunque, per chi sa scorgerla, affiora in tutta l’opera, non fermandosi al titolo che pure, come ho osservato, ne è provvisto – dell’autrice stessa con la sua passione dello studio come un portare alla luce non senza però una pazientissima peregrinazione attraverso qualcosa che somiglia al ventre della terra, ambientazione che non a caso compare in più di uno dei racconti.

E qui la mente corre al secondo racconto, L’antro, anch’esso portato di un profondo, prolungato percorso di studio per amore – si veda la dedica «A Giacomo Caruso, al nostro aver letto Dante fino alle lacrime…» ‒, ma anche tra quelli più intrisi di una sottotraccia ironica, rinvenibile nell’operazione di sfigurare terribilmente il Virgilio guida dantesca – già il non chiamarlo mai con il suo nome ma appellarlo con un certo tasso di incongruità il “pellegrino” va in questa direzione –, che appare quanto mai dubbioso e incerto, non propriamente insomma un soggetto capace di infondere sicurezza in chi ha smarrito la retta via in una “selva oscura”. Estremamente pregno di una giocosa verve è anche la circostanza per cui ad un tratto il pellegrino incontra Vlad Dracula, e subito dopo il filo delle sfasature cronologiche continua con lo scorgere da una grata «un filosofo calabrese che schiacciava blatte per distillarne inchiostro»: il mondo ctonio può essere il regno dei trapassati ma anche il luogo della pena terrena di Tommaso Campanella, storicamente «l’orrida fossa del Camerone sotto Castel Sant’Elmo» a Napoli – il dato storico, come si vede, è sempre lì pronto a spuntare per riequilibrare il subbuglio destrutturante dell’immaginifico.

Contro quella che altrimenti sarebbe soltanto una arida ricostruzione storico-cronachistica – la Leone non è e non vuole essere una storica e se anche per avventura lo divenisse non praticherebbe mai la storia in maniera banalmente fotografica, ammesso che sia possibile, ché, come si legge nella Seconda inattuale (1874) di Nietzsche, «I fatti sono stupidi» – la poetessa romana non oppone del resto solo una immaginazione più o meno tendente al sogno, non privo di tratti bizzarri che sono tipici del lavoro onirico. Ho alluso non a caso in questa occasione all’autrice con la parola poetessa. Il suo linguaggio è infatti a tutti gli effetti e senza alcuna accezione sminuente quello di una poetessa che narra: gli accostamenti tra soggetto e verbo, sostantivo ed aggettivo, verbo e complemento rivelano un ricercatissimo uso del lessico, finalizzato, come in tanta poesia – e nella sua poesia – a fare entrare in frizione i significati più vieti delle parole permettendo che nuovi, impensabili orizzonti di senso si schiudano accompagnati da una componente di plurivocità che istituisce il mistero tipico di tutto ciò che sfugge, che sfugge ad una mentalità positivista e scientista. E tale attitudine appare in piena consonanza con gli umori crepuscolari e talvolta persino esoterici che si respirano invero in tutti i racconti, ma che trovano probabilmente la loro più compiuta espressione nel quinto, Il mio poco fuoco, ove se la fonte prima è questa volta costituita da alcuni frammenti di vita vissuta – e quindi la componente di ricerca storico-archivistica qui è ai minimi termini, o almeno è meno evidente, giusto un paio di citazioni dalla filosofa spagnola Maria Zambrano, una dal Talmud ‒, l’identità di poetessa della scrivente permette ancora di parlare, come nella maggior parte dei casi, di un protagonismo del soggetto-poeta, pur non trattandosi naturalmente stavolta di un incontro con un poeta consacrato storicamente o di un viaggio nella vita dello stesso, bensì – potremmo dire – di una esplorazione della voce narrante nel proprio io di poetessa e nella propria vita pregressa. Già l’ambientazione cimiteriale palesa la fascinazione della Leone per la letteratura gotica moderna: essa diviene il teatro di spettri della mente, di apparizioni fugaci e di sparizioni arcane. Una storia d’innamoramento che oscilla tra ardente desiderio e incertezza sulla sua stessa dimensione di realtà. Dall’amica che rema contro ‒ «“Malattie da fantasticaggine” le definì la mia amica, e quella volta mi telefonò trafelata. “Senti questa” mi disse “leggo direttamente dal libro: le malattie da fantasticaggine e da stizza sono dello spirito, mi sembra che la cosa ti riguardi! Ti fotocopierò la pagina” – agli ossimori che lo stesso io narrante produce incrociando i suoi pensieri con quelli dell’amica ‒ «Senza poter confidare la mia disperazione a nessuna persona ragionevole. Non è certo un metodo sano di vivere innamorarsi di uno sconosciuto, neanche la mia amica sarebbe stata disposta a venirmi incontro in questa follia, “fantasmi” avrebbe detto. Eppure così tangibili» ‒, fino alla consapevolezza del proprio stato di alterazione – «Certo non avrei potuto vederlo, il mio stato d’animo non bucava l’aria, non ero più una sonnambula ma un’invasata»: tutto concorre a delineare un orizzonte fantasmatico radamente popolato da astanti composti della medesima materia.

Il cerchio si chiude ancora con un incontro tra il narratore ed un poeta – su tale schema si fonda anche il primo racconto, benché quanto quest’ultimo trasuda di malinconia per le crudeltà del momento storico in atto tanto ora i toni sono assai più rasserenati e rasserenanti. Un poeta ed un poeta realmente greco, Konstantinos Kavafis – aspetto che si ricollega così idealmente al poeta tedesco che avrebbe voluto essere un greco antico del terzo racconto: «Una distanza enorme lo separa dalla Heimat, la sua patria che non è la Germania, ma la Grecia, non è questo sentiero di fango e neve che sta calpestando ma una strada di mare tra le cedraie dell’Oriente» ‒ è infatti il protagonista dell’ultimo racconto, L’odore di cera, ed i suoi spettri non sono che «ragazzi allegri di una imprevista giovinezza e irrompono rumorosi da un punto di vista azzurro di luce ellenica». Anche se «visitare la sua casa è come visitare una catacomba, malgrado «la mestizia di questa penombra», questo racconto si percepisce come il meno “nero” di tutti: «vino, miele, focacce sacrali» aprono alla dimensione solare dell’antichità pagana, mentre il raccoglimento del poeta non è tanto indice di disadattamento, quanto vita appartata all’insegna della limpidezza dell’in(operosità) poetante ‒ «Mi siedo vicino al poeta che continua a scrivere indisturbato per tutto il tempo della nostra conversazione. Non è maleducazione o disinteresse. Tutto gli è lecito per la venerazione nei riguardi della poesia e poi per me è già un miracolo avere ottenuto udienza».

 

Letizia Leone
Notazioni sui fastidi del sonno
Ensamble, Roma, 2020, pp. 88

Biografia di Stefano Taccone


 

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