SALVATORE VIOLANTE, Rubina Giorgi. La sua poesia


Questi nostri tempi moderni ci presentano un uomo alle prese con il mercato, sempre più teso ad adattare se stesso e ciò che lo contorna alla ricerca di beni che possano dargli una qualche requie.  Tutto, con una febbrilità che lo porta in un circolo, simile a quello del cane che si morde la coda: una fatica di Tantalo che dà la dimensione del lago di vacuità in cui nuota. Come salvarsi da questo? In cosa poter sperare? La razionalità che potrebbe apparire il suo tarlo, è analizzata da Rubina Giorgi  con occhio propositivo, nella sua potenziale capacità di dilatarsi ed impregnarsi, durante i processi conoscitivi, di emozioni e senso. La Giorgi lo fa da filosofa in un saggio del 2011 Che farò senza il mio ben?, edito da Ripostes, Salerno. Ma è tutta la sua opera poetica che ne è imbevuta. In geometria due rette sono parallele quando pur tendendole all’infinito finiscono per mai incontrarsi. Ad occhio nudo, due parallele siffatte, per un inganno prospettico, sembrano avere,  lontanissimo, un punto in comune, oltre l’orizzonte remoto. Bene, pensate a questo leggendo la poesia di Rubina Giorgi! Pensate alle due rette, la prima che incanala le ragioni dell’intelletto,  la seconda che sottende i moti d’amore, entrambe sembrano confluire  in un luogo lontanissimo dove l’umano s’illumina di conoscenza e di gioia attraversando gli angoli scuri  e svoltando nella luce con caparbietà e fedeltà. Anche nella saggistica la Giorgi, quando legge altri autori, insegue almeno due scopi fondamentali: la ricerca di tracce, specialmente nei Grandi, delle sue convinzioni e la verifica di percorribilità della strada intrapresa. Da poeta, canta e la sua voce è da iniziata, da sacerdotessa del segno. I suoi versi sono in linea coi versetti dei testi sacri: sembrano accensioni rivelate e subito negate. La sua parola limpida, insegue utopie drammatiche, oscillando e incrociando speculazione ed immaginazione, cielo e terra, veglia e sonno, ombra e luce, silenzio e suono, eccesso e difetto, carne e cuore, terra ed aria. Tutto appare instabile tra speculazione e immaginazione nel lampo di un arco voltaico che condiziona il reale e ne sconvolge le connotazioni naturali. La domanda  di poesia nella Giorgi la costringe ad un ardito  tuffo in un caos vorticoso dove l’intensità è pari alla distanza e la parola s’innerva di polarizzazioni affettive che la fanno lievitare, portandola nella terra di nessuno dove la vita può trasformarsi in aria e l’aria in luce. Proprio così, quella di Rubina è una poesia di confine dove  s’incrociano mondi in cui non c’è integrazione ma interazione, dove il contrasto crea la forma ed i poli opposti generano energia.

In un suo libro, Immagini d’amore, immagini di ragione. Per trovatori a venire (Salerno-Roma 1998), l’autrice va alla ricerca di immagini-ponte per questi passaggi spericolati. Le cerca in Dante, in colui che ha attraversato l’Inferno ed è giunto in Paradiso attraverso il Purgatorio purificando gradualmente le sue immagini.  Cerca l’intelletto d’amore, quello che,  nell’uomo, si sovrappone all’intelletto di ragione: quello che subentra a quest’ultimo quando s’insinua il limite del vivere, l’ordinaria insoddisfazione, poiché l’intelletto di ragione dà risposte troppo rigide e troppo umane. Cerca l’immagine del divino nell’uomo e la sua “dissomiglianza”, l’elemento che rompe la staticità dell’essere e muove la dialettica di visione. Insegue, come lei dice in un passo: «l’iniziazione misterica all’uomo doppio. Una maniera di filosofia, (…) vena poetante del sentirsi creare e sentir creare, del sentir nascere e sentirsi nascere: essa reca promesse, avventurose e ambiziose, più-che-umane, chiedendo in cambio una partecipazione dell’intera esistenza, un impegno a esplorare e tentare figure e forme e immagini tuttora incognite dell’umano.(…) L’uomo è doppio, in sintesi, perché rassomiglia e dissomiglia: rassomiglia a se stesso e dissomiglia dal Dissimile».

Nella Modernità e sogno in Leopardi: l’uomo doppio un saggio ricevuto ancora inedito, la Giorgi utilizza la stessa maniera. Legge e leggendo cerca, ed inseguendo la modernità in Leopardi, in realtà annota tracce della propria maniera.

Annota il tema della lontananza, che aveva già indagato e che porta all’immaginazione, arte della dissimiglianza che in un talento visionario come quello di Jaufré Rudel, realizza immagini, (parole della Giorgi), che sono già alle estreme soglie fluide del mondo. La lontananza dice la Nostra, leggendo Leopardi, ha affinità con il sogno. Il sogno è, come l’amore, palese error: acerbo per noi è se, sognando, presumiamo di giungere a toccare la cosa desiderata; ma se sognando giungiamo a toccare l’immagine, il fantasma del nostro desiderio, il nostro errore cosciente, ne siamo salvati, possiamo perfino conseguirne gioia celeste (…).

Veglia e sogno, ricostruzione di un mondo che si specchia nel talento visionario, grazie ad una cosciente maniera di conoscenza che utilizza l’aria della lontananza e l’intelletto d’amore. Come si vede, il doppio binario resiste. Ancora più avanti, Rubina coglie la capacità dell’immaginazione che trasforma il dato di natura sempre generando una creatura nuova. Il doppio binario ha quindi bisogno del talento visionario nell’immaginazione. Ha bisogno di affinarsi per inglobare per intero la complessità dell’esperienza. Da iniziato, il poeta vive questo mondo e l’altro dell’immagine e può così raccogliere dentro e fuori di sé segni e tracce nella poesia. Deve riportare in superficie dal fondo rumoroso e caotico della sua natura di creatura complessa, quei suoni cristallini e originari del “fiat lux”. Così, forse, può costruire  la scala di collegamento tra il nostro essere soggetti alla gravità ed il nostro anelito all’aria ed alla luce. Rubina Giorgi, ha intrapreso la strada dell’iniziazione  persistendo.

Prendiamo, ad esempio, Invocazioni (Ripostes, 2008):

Quando soffiano venti
dove soffiano venti
qualcosa di sacro si leva
a richiamare rapimenti
ad opera di un dio.
Anche la polvere prega
quando il vento spira e la solleva.

La natura canta e lo strumento è quello del frate d’Assisi, che suona già nella “Lode dell’asino” nella sua condizione, nella sua apparente stupidità. È qui che si intravede la felicità dell’uomo che è nella condizione atemporale, originaria quando la ratio ancora non ha rotto con prepotenza l’equilibrio anima – mente. Già in questo libro, la poesia diviene testimonianza di un cammino iniziatico che va dall’abiezione al riscatto, cercando  la conoscenza di cose di altre dimensioni. In Trovatori dell’intimo intelletto (Salerno-Roma, 1999), Rubina Giorgi ci mostra un percorso che è una sorta di lirica autoanalisi: tutto quello che sta fuori di noi appartiene al divenire, caduco e tuttavia utile per raccogliere la sostanza del proprio essere. A pensarci bene, anche qui ci sono tracce di esistenza come preghiera e come ricerca: si vive il quotidiano, si soffre, si gioisce, si guarda il sole che annuncia il giorno, ma a sera tutto è un mettersi in ascolto, proprio come dopo una confessione o una riflessione. In fondo la poesia di Rubina Giorgi, la sua vita, la sua filosofia, è tutto un disporsi, un aprirsi all’amore, un sollevarsi e sollevare. La sua parola poetica risuona di molte assonanze che riecheggiano il divino; si fa sentire l’imperfezione necessaria (Salerno, 2005), che stimola la ricerca di altre vie più alte e solitarie, oltre l’apparente. L’apparente è l’orizzonte visivo, quello prossimo, da cui bisogna uscire per ritrovare la luce: da qui il bisogno di bere alla fonte dell’amore. La poesia diventa una donna da guardare con il massimo rispetto e pudore, una “madonna stilnovistica”, legame fra cielo e terra: in una parola, preghiera. In Ombra di luce (Salerno, 2005), l’autrice cerca elementi di divino nella carne, nella perfezione potenziale presente sebbene messa in ombra  e appesantita, elementi di luce pur viva esaltati dall’ombra. È questo il modo di ritrovare Dio nelle creature e viceversa. È la dialettica dei contrasti: il pesante asino si fa cherubino e da bestia meschina si eleva ad un sapere ispirato ad un “amor che nella mente mi ragiona” e “muove il sole e l’altre stelle”. La maniera continua con Echeggiamenti (Salerno, 2007). Qui Rubina Giorgi ascolta ad occhi socchiusi cercando un verso che sia percezione di echi da infinite distanze, da profondità sconosciute e tuttavia amate, dando l’idea del divino vivo in natura. A questo punto bisogna dire che la poesia di Rubina Giorgi, è davvero un miracolo: In lei è talmente grande il desiderio di avvicinare le nature opposte, da trasformarsi in amore pulsante, ed in tal guisa da rendere verosimile, l’impossibile unione dell’invisibile e del visibile.

Soprattutto bramo che l’uno e l’altro opposto
contengano, evidente o invisibile,
la loro particella di grazia
di splendore.

In Invocazioni la triade divino-parola-mondo è sintesi della poetica di Rubina Giorgi. La parola è un elastico che si allunga o si accorcia in rapporto all’intensità del canto. Ma è anche un bisogno di divino. Il divino è Dio ma anche la sua materna immagine. Il mondo è presenza di tracce divine. Ecco il senso d’Invocazioni: un’implorazione continua, di miracolo: il sentimento di un dio avvertito anche là dove non serve che ci sia. Il pensiero che vi sia nel mondo ancora la disponibilità ad aprirsi al divino. E il limite della parola, anche quella del poeta, è un dono, un atto d’amore del divino.

abbaglialo.
    Separalo
Da me.
Forse lo fai già
lo stai facendo
mentre io non comprendo.

Abbiamo aperto queste osservazioni citando il saggio del 2011. Voglio chiudere con lo stesso Che farò senza il mio ben. È qui che Rubina Giorgi, come filosofo scopre quello di cui era già convinta come poeta; cioè di poter arguire l’interdipendenza tra le varie funzioni cerebrali grazie ai progressi delle neuroscienze, con la scoperta dei neuroni specchio, che nella meccanica cerebrale dell’emotività, sembrano il registro neurobiologico dell’empatia tra individui. In questo viaggio, davvero fascinoso, tra filosofie e neuroscienze l’autrice coinvolge il lettore e lo convince, portandolo alla coscienza: esso risiede, per lo più senza farci caso, entro spazi invisibili come in quelli visibili, e le sue conoscenze riecheggiano un infinito sconosciuto mentre l’immaginazione, appare come il proiettile di una fionda da scagliare sempre più verso l’inimmaginabile. Ce lo permette la percezione di noi stessi. Nella nostra mente, da dentro, avvertiamo, in una miscellanea di emotività e raziocinio, una sorta di carnalità strutturale e potenziale pressoché infinita che si snoda grazie ad un motore mirabilmente complesso chiamato cervello. Il cervello può essere immaginato come un mare magnum da cui la mente emerge con più visibilità e produce il pensiero che resta bagnato da quel mare, da tutta la complessità di quel mare. Rubina Giorgi chiama come testimoni due neuro-scienziati molto diversi tra di loro come Antonio Damasio e Semir Zeki. Entrambi sono convinti che non c’è pensiero prodotto, vestito di solo raziocinio, in esso confluiscono sempre anche affetti e sentimenti corporali. C’è una circolarità fra i soggetti corpo, mente e cervello. Ciascuno non potrebbe essere senza gli altri due, ciascuno, agli altri due funzionale.

* * *

Rubina Giorgi, saggista e poeta, è stata docente di Filosofia del linguaggio e di Estetica nell’Università di Salerno e collaboratrice dell’Istituto di Studi Filosofici E. Castelli nell’Università di Roma. Alcuni saggi: Dante e Meister Eckhart. Letture per il tempo della fine (Salerno-Roma, 1987); Iniziazioni. Le promesse della filosofia (Napoli, 1992); Immagini d’amore, immagini di ragione. Per trovatori a venire (Salerno-Roma, 1998); Trovatori dell’intimo intelletto (Salerno-Roma, 1999); Luoghi dell’amore (Salerno, 2003); Saggistica in forma di racconto: Una vita imperfetta (Brescia, 1992); Il guanto di Velázquez (Salerno, 2002); L’imperfezione necessaria (Salerno, 2005); Poesia: Esercizi 1 (Feltrinelli, Milano, 1979); Tenuti da nulla / In laude del nero (un testo per libro d’artista, con Tommaso Durante) (Verona, 1998); E tanto d’uno in altro vaneggiai (Modena, 2001; Roma, 2003), in Aa. Vv., Poesie dell’inizio del mondo – Premio Antonio Delfini); Amore che tu alla fonte bevi (Salerno, 2004); Ombra di luce (Salerno, 2005); Echeggiamenti (Salerno 2007); Invocazioni (Salerno, 2008).


Biografia di Salvatore Violante


 

 

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Informazioni su frequenzepoetiche

Giorgio Moio è nato a Quarto (NA) il 25 maggio 1959. Poeta, è stato redattore delle riviste «Altri Termini» e «Oltranza» (di quest’ultima è anche tra i fondatori). Direttore editoriale di una piccola casa editrice, nel 1998 ha fondato e dirige la rivista «Risvolti», quaderni di linguaggi in movimento. Ha collaborato con numerose riviste, attualmente collabora assiduamente col magazine on line "Cinque Colonne" e con la rivista webzine "Malacoda". Ha pubblicato una quindicina di volumi.

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