NIDAA KHOURY, L’ara del tempo (traduzione dall’arabo di Emiliano Minerba; dall’ebraico di Jack Arbib)*


(dall’arabo)

 

La recitazione del vino

Leggo il tuo vino importuno con le labbra
ronzando come le api
piene di cera.
I veli della luna crescente, trafugati
dal paganesimo,
verso l’accendersi
della gioia sbaragliata, dentro
una scarpa che mi raccorcia,
dalla figura del tempo.

 

 

L’ara del tempo

La notte, il giorno, la notte
mi avvolgono alla cintola
con cotone cardato
dai voli degli uccelli
e frammenti del tempo denso.
La notte, il giorno, la notte:
noia incatenante nella
immagine d’autunno.
Dalle caviglie dei coltelli
si moltiplica il tessuto di raso
nell’ara del tempo assassinato,
ed assume la mia forma abbattuta
contro il verso delle arterie.

 

 

Il latte di rosa

Giunse a noi la sete in forma di bicchiere
ci distrasse col desiderio
le portantine delle bare avanzavano
bevevano il nostro dolore
e si apriva
la porta della cintola
come nuvola di pioggia
la oltrepassiamo
ci cerca nel candore
mentre cominciano i funerali
e giungiamo
in groppa
guardiamo le nostre dimore
mentre nei nostri visi
le porte guaiscono
diventano cavalli
sulla porta della cintola
ci prosciughiamo
e si infiltra il latte di rosa
come mammella
di un figlio ucciso.

(da Anelli di sale ,1998, Beirut)

 

(dall’ebraico)

 

La sura del monte

Salire al monte
nel settimo giorno
Ronny Someck, Gilad e io
un’araba e due israeliani
saliamo per la valle del diavolo
nell’ultimo giorno del convegno
“Il pazzo non sa di essere pazzo”
diciamo:
“ noi, non ci vedono mai assieme”.
Qui possiamo
almeno in fotografia
con lo sfondo del monte
e la città distrutta.

Ercolano e Vesuvio.
Da allora
non ci hanno più visti assieme
nemmeno in una foto

dall’alto non si poteva fotografare il monte
solo la città
dal basso non si poteva fotografare la città
solo il monte
solo agli occhi del cielo
essi erano assieme
“È bello essere qui” assieme

e ognuno da solo, ricordiamoci
noi siamo su un vulcano
manteniamo
le distanze.

Ercolano, Dicembre 2008

 

 

 

Napoli

a Erri De Luca

Natale in Europa
straniamento freddo in Italia
poesia a Napoli

cominciamo,
parliamo, un’araba e un ebreo

– ti consiglio
“non essere speciale
cerca di essere semplice
qui in Europa non è uno scherzo”

Lui –
“E tu sei una bella donna,
non è meglio per te restare qui
vivere a Napoli, essere
donna?”

Lei –
“Essere una bella donna nella mia terra,
è essere una gobba

ma
a Napoli, essere
una bella donna
gli occhi degli uomini
aprono lo scartiello
ti spiegano le ali
come angeli, ti sollevano

qui tu puoi essere te
e io posso
essere me e ognuno
può essere sé
stesso.

 

*

 

 

Le stagioni dell’olio e del melograno

Mi parla la stagione del melograno
Un’upupa si sposa nel tempo,
incoronata di fiori dalla siepe della terrazze
che si diffondono piacevolmente,
la stagione del melograno si riduce
ai seni delle ragazze.
I cerchi di danza degli zingari eccedono
le arene del tempo.
E stilla dalle caviglie una danza andalusa,
che ne ricorda la nostalgia intrecciata alla nostra storia,
ci fuorvia affinché torniamo a Troia,
palpitiamo di cavalli che salgono.
Nei nostri colli
acqua che bolle e sangue che fugge dalle stagioni dell’olio.

(da Le stagioni dell’olio e del melograno, Napoli, 1911).

 

 

 

 

3.

 

 

 

I cavalli

 

1.

L’abbraccio si è imbalsamato
a mo’ di statua
lui vuota dalla sua bocca una parola
uccisa
uccide il bianco
comincia dov’era finita
una ribellione
sfida i cavalli.

 

2.

Il corpo della notte traspira umore
di oleastro e voce
stilla eternità
di bianco e di tempo
il corpo della notte è un garofano
sopraffatto dall’abbraccio delle rose
inviso alle cosce dei cavalli
un tremito e un mantello
il corpo della notte è terra nuda
indurita dall’intaglio
intagliata dall’affanno
che è come sibilo di voce.

 

3.

Le cosce delle essenze tremano
per la ferita profonda del salto
la terra sospira profonda
l’essenza trafigge
ferisce la distanza
che si prosciuga
mentre essa si scuote
sulle sue gambe
si alza la polvere
copre la palpebra tinta di rosso
sfrega il nitrito col silenzio
si spezza la porta della rugiada
ed irrompe la mattina
sulla soglia di casa.

 

4.

Il vento gira attorno alla cintola della vita
il cavallo trema
si corica sul fieno
sputa l’affanno
cerca calore
mentre l’odore del luogo ci riempe,
con gli animali
punge, punge, l’istinto del nitrito
ci riempe un filo bianco
cardato dal fiato represso.

 

5.

La mano arrotonda la sua pastella
‒ smetto la rotondità – scolpisce la sua immagine
aguzza, calorosa, docile, umida
si completa la sua fermentazione
fa crescere un ciliegio
sfida la lingua del buon gusto

 

6.

Percepiamo una tenacia bruna, dilaniante
pazza si oscura, sprofonda, la sgretola il tatto
salta, galoppa, macella la distanza
si allenta nella profondità

 

7.

Si stende il collo testardo
il cavallo salta follemente
intorpidisce una macchia di terra
ferendola…
vibra
celandola col corpo dell’essenza
fiaccamente
è abbastanza per il salto del suo nitrito.

 

8.

La tenacia del cavallo mette radici
di salti e di galoppi
fa scivolare
le cosce dei cavalieri
strette fra loro nei colli
finché non finiscono
e comincia il loro affanno
nel fieno.

(da I cavalli, 2018, Haifa)

  • Si ringrazia l’amico poeta Mimmo Grasso per averci proposto i testi di Nidaa Khoury

Biografia di Nidaa Khoury

Biografia di Jack Arbib

Biografia di Emiliano Minerba


 

Poesia straniera contemporanea

Informazioni su frequenzepoetiche

Giorgio Moio è nato a Quarto (NA) il 25 maggio 1959. Poeta, è stato redattore delle riviste «Altri Termini» e «Oltranza» (di quest’ultima è anche tra i fondatori). Direttore editoriale di una piccola casa editrice, nel 1998 ha fondato e dirige la rivista «Risvolti», quaderni di linguaggi in movimento. Ha collaborato con numerose riviste, attualmente collabora assiduamente col magazine on line "Cinque Colonne" e con la rivista webzine "Malacoda". Ha pubblicato una quindicina di volumi.

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