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MARISA PAPA RUGGIERO, Paesaggio dell’occhio

(da una mostra antologica di opere visive di Mario Persico al Castel dell’Ovo, Napoli 2007)

Devo aver digitato il tasto matto ed ecco istantanea in bell’effetto flashbang (beh, con qualche approssimazione) l’immancabile scossa tellurica nella scatola cranica. Una carezza!

   È questo che vuoi? Affilare accordi crudissimi su questa bocca spalancata di vulcano e senza reti di protezione? Mi vuoi apprendista di quali alchimie speziate di cromie sonore e striature d’ascia nel blu? Questo Paesaggio dell’occhio è polvere da sparo e inchiostri stregati, grida di uccelli e bestie di cui s’è perso il nome. Che in un niente si espande a tuttocampo e come in ologramma scatta in avanti ‒ basilisco enorme ‒ nell’occhio. Bizzarro occhio, che continua a dilatarsi, che entra ed esce dal quadro. Ne focalizzo l’insieme ondeggiando sui contorni, poi penetro nel nucleo, no, meglio, ne vengo aspirata, come dentro una catena primordiale che mena dritta all’ignoto (non senza aver lasciato lembi di pelle e squame tutt’intorno).

   Dove sei, Perturbatore dei segni, da quale miniera di fosforo e zolfo ci spedisci la tua risata?

   Sono pronta, sì, pronta a mutare pelle, saltellando tra recinti spinati, spericolatamente appesa a cordoni epocali non proprio rassicuranti, con queste alucce che si spezzano mentre rispuntano; anzi, da qui, se ti avvicini, ti narro una storia, oppure, sei tu, Mario, che me la detti direttamente nell’occhio: una strana fiaba crudele scheggiata ai bordi, di colore plumbeo – sanguigno, o pressappoco, ma prima… devo strapparmi da sola quest’uncino che mi hai ficcato in gola. Lo userò come amo senz’esca su di te! ( Beh, le passioni, ti dirò, sono un sapere condiviso!)

Ecco, ora mi arrampico, mi vedo omuncolo di gesso o di lattice nel grande tuorlo perlaceo (o ne discendo?) figurina da niente caduta in fondo al gorgo primordiale, oppure, ma certo: larva gelatinosa escreta dall’occhio-cosmo, da cui verrà fuori, forse, (in quale tempo?) l’individuo che mi somiglia. Il filo, mi sa, il filo a cui mi aggrappo,  è stato una geniale invenzione brevettata tra un passaggio evolutivo e l’altro, decisa a confiscare un caos galleggiante nel cobalto acceso  attorno all’occhio-ostrica gigante. Ne faccio un’altalena, se mi va, e posso pure allungarlo in discesa, questo filo memore o dismemore, non so. In realtà mi ci aggroviglio, con un viacard scaduto in ogni tasca assieme ad altri consimili nella specie e non, scendendo sempre più in questo occhio-caverna di pura emozione e dentro esplosa come un ordigno. Ma poi, se guardi, occhio non è: è uno spasmo labirintico composto da miriadi di forme in mutazione impigliate, una dopo l’altra, fra le branchie e le pinne del pesce-occhio e sbattute giù a colpi di coda per finire come schizzi di acido, proprio lì, sulle pareti. Una folla! Questo siamo, una folla anfibia dai sensi bucati che una danza patafisica disarticola all’infinito, il cui solo riscatto si misura in forza-colore e si sconta in morsure negli occhi. Deliranti e sfigati, tra i gas saturi che i nostri corpi producono, ignari del limite, teatranti irriducibili di questo teatrino immaginario, di questa scapola di sud sconsacrato, ma con una manciata di grani fatati nel ventre. (Che sia, in fondo, qualche grano soltanto non ancora secco, tutto ciò che resiste?).

   Il resto, dirai (senza dirmelo) è disconnessione in corso impostata ad arte e in fuga sullo zero… Siamo o non siamo, per privilegio degli dei, invitati speciali alla Grande Festa di Scatenamento del Fuoco e dell’Acqua che si terrà a due centimetri dalla nostra testa in data da stabilirsi?

   Ma tu, a chi darai in consegna la mappa labirintica dove scrivi e cancelli le formule di tutte le dissonanti litanie sciamaniche prelevate dal ventre stesso della città-cosmo? Posso raggiungerti con lo sguardo nella Fucina delle Invenzioni mentre trasformi di sostanza idea e materia, mentre non smetti di pestare nel tuo mortaio pigmenti e detriti di storia, sillabari marciti e cifre algebriche a parodia d’una metafora della fine che è già tutta vissuta in fondo all’occhio; ed ora che l’hai ingoiata puoi risputarla: la fine è sempre un passo più in là. Solo un passo, un breve tratto che può essere tutto. Tutto ciò che ce ne distanzia, intanto. Ma flessibile, che prende ad animarsi in variazioni complesse, in accordi pulsati sulla retina, un paesaggio… Un paesaggio dell’occhio.

   Questo paesaggio, sbarrato a qualunque ovvietà di racconto, può essere solo quello che è: SCANDALO DELLA VISIONE PURA! Essenza orgiastica e intelligenza a blocchi. Visione!

   Basta saperlo, mi dico, essa non ti verrà annunciata, ti è già addosso! E adesso sai che in qualche modo, sì, in qualche modo – continuo a dirmi – ne fai parte: ne sei – ne siamo – sequestrati dentro: siamo, noialtri, materia guardata che vede, per rifrazione ottica, se stessa. E quello che il nostro occhio vede di noi è molto più di quanto sappiamo. Mentre l’occhio-pesce ammicca, sbattendo la coda, spostandosi da una parete all’altra col suo carico d’immagini già vissute, già dipinte e sempre di là da venire. Provvisorie, certo, precarie all’eccesso, ma già fissate nella mente dell’occhio e cresciute a dismisura in una spirale apparentemente senza sbocchi, ma che ha i suoi ingressi e le sue misteriose uscite. Il traffico sulla retina talvolta si congestiona, ma poi da sé si sgarbuglia, nodo o filo che sia, filo perso, filo ritrovato e, talvolta, appena esile bava di ragno.

   Che sia, insomma, tentare di sciogliere, sempre daccapo, lo stesso cappio? Per poter assumere da svegli la posizione reale del sogno; ma poi sospetto che sia l’inverso: per ri-assumere in ogni qui, in ogni adesso, quella che ci fa veri sognandoci dentro. Dimmi di no!

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