MARIO QUATTRUCCI, Quel delitto del’56

FRESCHI DI STAMPA


Il fattaccio si consuma durante la memorabile nevicata del Cinquantasei, nelle immediate vicinanze di una sezione del PCI, impegnato in quell’anno speciale nel drammatico dibattito aperto dal XX Congresso e dai “fatti d’Ungheria”. La sezione sembra in qualche modo coinvolta. Le indagini ci portano nel mezzo della storia italiana degli anni 50: guerra fredda, liquidazione della Resistenza, restaurazione, ritorno dei fascisti ai posti di comando delle forze dell’ordine e delle forze armate, discriminazioni e persecuzioni contro i lavoratori, sovranità limitata.

Mi sono deciso a pubblicare questo libro di verità storica, per certi versi anche scabroso e impietoso, per la recrudescenza odierna non solo del negazionismo e revisionismo storico − fatto di cancellazioni e di menzogne − ma di una ripresa invereconda, fatta nella TV di stato che noi finanziamo, della vecchia mai sopita diffamazione della Resistenza e dei partigiani − paragonati ai criminali nazisti. Partigiani che, questo viene sempre taciuto, furono 250.000 e non solo comunisti, ma cattolici e cristiano sociali (quanti eroici preti), azionisti, liberali, repubblicani, socialisti, socialdemocratici, ebrei, militari di ogni Arma inquadrati nelle formazioni partigiane o nell’Esercito Cobelligerante.

La filosofia dominante, predicata dal ventennio vergognoso di Berlusconi e poi dai suoi succedanei, vuole che esista solo il presente, il risultato immediato esigibile ad horas, e dunque che la storia non conti, conoscerla non occorra. Ad ogni buon conto, se se ne parla ecco la menzogna e il rovesciamento. Ma davvero la storia non interessa nessuno? Io non credo.

Quando ho occasione di parlarne a un giovane o ad una scolaresca (come in questi giorni in tante scuole è accaduto ad Antonio Salines e alla sua Compagnia che sta mettendo in scena Il diario di Anne Frank) trovo sempre non solo interesse ma appassionamento reale. Dobbiamo quindi fare tutto il possibile per farla conoscere, la nostra storia. Senza memoria infatti, senza conoscenza della verità, il presente non si comprende e la ragione è oscurata. E come dice Goya «il sonno della ragione genera mostri».

Se 100 persone, vecchi compagni d’arme e soprattutto giovani nati dopo il ’56, trarranno da questo libro, insieme al divertimento di un bel “giallo”, un piccolo contributo alla conoscenza delle loro radici, del tempo dei loro padri, e di ciò che tanto ancora pesa e influisce sulla vita loro e della Nazione, sarò contento di aver potuto dare ancora qualcosa alla lotta per la democrazia, per la giustizia sociale, per la cultura. Se poi saranno più di 100… be’, fate voi (Mario Quattrucci)

 

PREFAZIONE

È il 19 febbraio del ’56, prima domenica di quaresima, Roma imbiancata, quartiere Appio-Latino. Alle 7 del mattino un tramviere, mentre attraversa il ponte che passa sopra la ferrovia vede per caso, addosso al muretto, un cumulo di neve dal quale spunta qualcosa di nero. Per curiosità si avvicina, scosta la neve e si rende conto che il nero è un cappotto, una manica, e poi vede una mano e infine un viso… il viso di un uomo che si scoprirà essere morto ammazzato, ucciso da un colpo di pistola. Nei pressi abita anche un maresciallo dei carabinieri, chiamato dal portiere, a sua volta avvisato da una guardia notturna che il tramviere aveva incrociato al momento della scoperta del cadavere. Il maresciallo accorre, si porta dietro pure una macchina fotografica del figlio, appassionato di queste cose, e fotografa il morto. Poi arrivano, dal vicino commissariato, i poliziotti e, poi, i carabinieri, ma nel giro di poco tempo, il maresciallo fotografo verrà a sapere che le indagini non sono più affare loro e che tutto passa in mano ai servizi segreti… Chi era quell’uomo ammazzato? E perché tanto interesse da parte dei Servizi? E perché, ancora, la sua morte è stata poi gabbata come suicidio se al maresciallo è apparso chiaro, vedendo il cadavere, che l’uomo era stato ucciso e solo dopo portato nel luogo del ritrovamento? Il maresciallo, uomo valoroso, decorato in guerra e per la sua partecipazione alla Resistenza, non si rassegna ai risultati ufficiali, vorrebbe indagare, anche perché, una volta sviluppata la pellicola, mostrando la foto del morto al figlio, questi ricorda di aver visto quell’uomo frequentare la vicina sezione del PCI e tutto lascia credere, a un certo momento, dal racconto del figlio, che il cadavere sia stato appositamente lasciato lì, a due passi dalla sezione comunista. Vorrebbe indagare e, infatti, indaga per conto suo, scoprendo che – sono gli anni della guerra fredda, del “pericolo comunista” – probabilmente l‘uomo è un infiltrato, tant’è che a un certo momento il maresciallo viene richiamato e invitato – un invito che è un ordine, se non addirittura una minaccia – a lasciar perdere le sue personali indagini…

Non ha lasciato perdere Mario Quattrucci, figlio di quel maresciallo, che con Quel delitto del ’56 ci consegna una testimonianza e una rivelazione insieme, che ha tutti i crismi di un grande giallo, avvincente e scritto in uno stile personalissimo che ricorda il Gadda di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana.

Un giallo che, dopo tanti anni, fa luce su un delitto rimasto insoluto fino ad oggi (Diego Zandel).

 

ESTRATTO

La verità su quei fatti, su quel delitto, in realtà dal mondo non fu mai conosciuta…

Ovvero: non fu mai rivelata.

Del morto il mondo non ha saputo mai niente: due righe di giornale, un trafiletto in cronaca, e quindi l’oblio. L’uomo, il suo destino, il fatto…, come uno dei tanti dei cento misteri italiani…, tutto inghiottito dalla nebbia e dal polverone di menzogne che avvolge l’Italia da oltre settant’anni. Uno dei minori, in verità, ma non il primo né l’ultimo…

Del resto la stessa parola delitto, se non in discorsi segreti, in rapporti secretati, in mormorii di gruppo e in qualche rara confidenza…, né in quei trafiletti né altrove.

Un uomo morì; venne ucciso per così dire sotto i nostri occhi, ad un passo dalle nostre case, ci riguardò da vicino, fu una morte inferta con studio… ma noi stessi ne rimanemmo estranei e lontani. E il fatto, per quelle poche ore in cui tanto parcamente ne parlarono i giornali (niente nella giovane TV), fu rubricato a morte data, sì, ma data da sé stesso. Insomma suicidio. O, come da linguaggio poliziese e avvocatese in uso a quel tempo, e in realtà mai cambiato, “fatto suicidario”.

Tuttavia alla fine, come l’uomo fosse stato malamente e, lui aussi, pur’isse, molto anzitempo all’Orco indirizzato…, ed anche chi fossero gli autori di quel fatto suicidario…, alla fine noi, noi di quel Gruppo, lo abbiamo saputo. Ed anche, in conseguenza, di che fatto in realtà s’era trattato.

In un intervallo, in una nicchia di quell’anno. Sesto dei Cinquanta. Indimenticabile e speciale…, spartiacque del secolo, termine di quel sogno… E per noi di certo fine dell’innocenza, e condotti alle scelte che ci fecero adulti.

Passammo oltre. Eravamo impegnati in un altro cimento, concentrati sulla nostra vita e poi… sul dolore di un’altra perdita, non di uno sconosciuto, questa, ma di chi era parte di noi.

Adesso però, sessant’anni dopo, non sembra giusto mantenerla nell’ombra, anzi in quel cupo silenzio. Sebbene…, a chi può interessare disseppellire quella storia e sciorinarla al sole in questo nostro tempo pieno di assassinii e suicidi? Dopo tutto ciò che è accaduto in Italia e nel mondo, dopo i segreti e gli omissis e gli insoluti misteri…? Ma se nessuno, nessuno di coloro cui competerebbe, vuol svelare i nomi dei mandanti delle stragi del Novantadue, di Capaci e Via D’Amelio!

E alla gente interessa la storia di ieri? Né di ieri né di domani, l’uomo di oggi in realtà sembra voler sapere. Per lui, novello blasé, tutto ciò che ha significato e che conta è il presente, l’attimo che si vive, il frangente quotidiano, il risultato percepibile e incassabile ad horas. E soprattutto allontanare da sé ogni corresponsabilità ‒ anche se parziale, minore, soltanto colposa o involontaria ‒ per tutto quanto è accaduto e sta succedendo: alla Nazione, alla società… ai diritti, allo spirito pubblico, alla cultura e alla morale in sfacelo, alla Terra…: ai propri figli, perfino.

Noi tuttavia ci ostiniamo a pensare che non tutto e tutti vivono sotto questa nera stella, che lo sprofondo invece chiama a salvarci, che ancora c’è tanti che all’oggi e al domani pensano eccome e che, magari senza saperlo, un mondo più giusto ai figli e ai nipoti vorrebbero invece lasciarlo. E per questi vecchi e figli e nipoti, e non sono pochi…, perduti magari nel brusio della vita ma donne e uomini onesti, decenti, anche giusti…, continuiamo a credere che se la storia non è maestra di niente che ci riguardi pure senza conoscerla non possiamo comprendere niente nemmeno di noi. Se poi sia anche per me, per noi, come per quel Carlo Marx, che la situazione sia così disperata da riempirci di speranza, io non lo so. Lo dirai, magari: ma non lo credo.

E dunque narriamola questa storia. Anche se essa non fu che un fattaccio, un fatterello, un inciso minuscolo nella vicenda del mondo, un brufolo sulla pelle del tempo. Però, come ogni minima storia, anch’essa legata, condizionata, anzi determinata, dalla Storia di allora. E di essa anch’esso rivelatrice.

Anche Roma da dieci giorni sotto la neve. Temperature polari, di notte e di giorno. Liberate le strade, e nemmeno tutte, la neve restava a coprire le aiuole dei giardinetti e delle ville, ammucchiata alla base dei palazzi, attorno agli alberi dei viali e agli stenti alberelli delle vie dei quartieri. Il Pincio era un bianco aquilone librato sul mondo; Trinità dei Monti un pendio per sciatori avventizi; così le scalinate dell’Ara Coeli e del Campidoglio, spalate solo nel mezzo. Levitava a San Saba, al Giardino degli Aranci, sotto l’Abside rosa di Santa Sabina; cingeva di bianco le Mura Aureliane; San Francesco a braccia levate era un fantasma, il sagrato di San Giovanni un semicerchio di ermellino come fosse S. Basilio di Mosca. Le fontane con le loro storiche vasche ‒ il Tritone, la Barcaccia, a Colonna, a Farnese, la Terrina della Chiesa Nuova, le Tartarughe, i Dioscuri, la fontana di Corot a Villa Medici, Madon de’ Monti, i Leoni al Popolo… ‒, filavano stalattiti di ghiaccio.

Dal Gianicolo Roma, in quella serie dei giorni, come poi la canzone: tutta pulita e candida… l’hai vista più così? Dal Campidoglio, dal Pincio, da Monte Mario, dall’Aventino… tutto sembrava immobile e incantato: affatato, disse mio nonno. I ragazzini, e i giovanotti, e le ragazze in gonne scampanate e calzettoni, qualcuna in pantaloni da montagna, sciavano e slittavano, giocavano per strada a pallate di neve. Le case i termosifoni non bastavano a riscaldarle, ma la gente tendeva a non uscire. In certi locali, però…, in certi locali…, la sera la televisione era accesa e molta gente a guardarla: nel mondo succedevano cose grandi, e si voleva vederle.

Lo trovarono il 19 febbraio, domenica prima di quaresima, alle sette di mattina. Temperature, come detto, per giorni sotto lo zero, ma il 18 e il 19, come era stato già il 2 ed il 9, nevicò a non finire.

Lo vide un tranviere nel momento in cui passava sul ponte: lo stretto ponte che l’antica Via forma a quel punto scavalcando la ferrovia. Lo vide per caso, pe’ sbajo, disse: per miracolo, disse: perché era un mucchio de neve addosso al muretto ma dal cumulo esciva quarche cosa de nero…, uno straccio…, no: una stoffa… insomma ’na cosa.

E allora s’era bloccato. S’era avvicinato al montarozzetto, al rialzo, aveva scostato la neve, il nero era un cappotto, una manica, poi aveva visto una mano, infine una faccia.

Morto era morto, non c’era questione. Come, non si capiva…, ma lui non toccò. Me so’ messo paura, disse…, anzi no: m’ha fatto impressione…

Non passava nessuno. La neve cadeva sempre più fitta. Ma apparve una guardia notturna al rientro dal suo servizio: spingeva a mano la bicicletta, il cappello e il cappotto imbiancati.

Si conoscevano. Si parlarono. Pietro, il vigile, corse al primo portone; Anselmo, il tranviere, restò accanto al morto. Pietro suonò al portiere del 118; si fece aprire; entrò nella casa del custode; telefonarono alla PS. Il Commissariato era a poche centinaia di metri, in Piazza Galeria. Arrivarono nel giro di venti minuti.

Ma arrivarono anche i cugini: i carubba, i Ci Ci. O almeno uno di loro. Al 118, piano secondo, abitava infatti quel maresciallo: il portiere lo avvisò, lui accorse sul posto.

Era Augusto, Agusto Cenciarelli il nonno di Antonio, di Tony, il padre di Mimmo, l’amico di Gigi… e avevamo vent’anni.

Augusto, dunque ‒ maresciallo maggiore Cenciarelli ‒, arrivò sulla scena del crimine…, pardon: del fatto suicidario…, prima del Commissario. Ebbe modo perciò di constatare qualcosa che in seguito sparì da tutti i verbali, resoconti, rapporti. Non però dalla sua vista esteriore e interiore, dalla memoria. Ed anche materiale. Suo figlio infatti era moderno e appassionato, e gli aveva regalato una Leica portentosa, primo recentissimo modello della favolosa serie M. Augusto se ne servì.

Scostò la neve, scoprì la testa del morto, toccò la nuca e sentì… quello che s’aspettava: un inguacchio appiccicoso e l’osso sfondato, un buco proprio nel cervelletto. E un’39;altra cosa, vide. Anzi due: che la neve era solo un poco rosata; che attorno al collo del morto era legato un filo di ferro e che tale filo, lungo un paio di metri, era teso verso la spalletta e agganciato alla rete sovrastante.

Fotografò ogni cosa.

Poi la camionetta questurina arrivò.

Ne scese Ciriello, il commissario di zona. Con lui un agente; l’altro rimase al volante.

− Ah, marescià: state qua voi?

− M’hanno chiamato, so’ sceso. Sapete…

− Lo so, lo so, abitate qua sopra. Ma avete già chiamato il comando di Stazione?

− No, commissà. Non ne avrei avuto il tempo. Ma mo’ ci siete voi.

− D’accordo, allora. Sta facenna ’a pigliamme ’n mmano nui. Ma avete constatato qualche cosa?

− Che è morto. E non certo de freddo… Ma guardate voi, commissà. È tutto vostro. Peppe Ciriello la prima cosa che fece fu d’avvicinarsi alla jeep: ‒ Chiama la Questura. Di’ che qua ci sta nu muorte e che mandino subito il medico legale e quei sapimme tutte d’a scientifica. Subbite: primma e mo’. E’ capite?

E finalmente si chinò sul corpo… Il quale, come avrebbe detto Peppe-er-tosto, si presentava ormai decisamente proprio in forma e figura de cadavere de morto.

Poi tutto il resto. Il medico legale; la Scientifica; il Vicequestore Vicario Diotallevi in persona… ca si nun te ne vai subbite ‒ diceva Ciriello − finisci a pulire i cessi in Sardegna… E doppe…, dopo…, tutto come detto: quattro righe di giornale… − Un uomo di circa sessant’anni per ora sconosciuto è stato trovato morto per suicidio lungo una via consolare, appoggiato alla spalletta del ponte che la suddetta strada forma sulla ferrovia. Il suo corpo era quasi del tutto ricoperto dalla neve quindi il suicidio risale certamente alla notte tra il 18 e il 19. La Questura indaga… − e niente più.

Così. Senza ora; senza dire della causa del suicidio; senza niente sull’arma, se fosse stata trovata, e che arma fosse; senza né foto né descrizioni. Perfino il luogo rimaneva non detto: una via consolare, un ponticello sulla ferrovia, quale ferrovia tra Roma e dove lasciato all’immaginazione.

Augusto rimase in silenzio e senza mòve un dito, per l’intera settimana. E dal silenzio e dal resto intese e comprese. Ma volle la certezza.

Domenica 26, seconda di Quaresima, si mise dunque di posta a Piazza Armenia onde gli accadesse di intercettare il caro commissario. Al solito Caffè, naturalmente. Piazza Armenia, dunque. Proprio di fronte al proprio ufficio − la Stazione locale dei CC −, poco più giù, ma sempre lato manco, del glorioso Cine Tuscolo, indimenticato cinemetto del quartiere a centoventi lire la domenica, e proprio sotto le finestre di Ciriello.

Faceva ancora un freddo cane e la neve, spazzata dalle piazze e dalle vie, resisteva in grigi cumuli negli angoli in ombra dei palazzi e alla base di pali e alberelli sui viali e le strade. Un’aria gelida ed umida sconsigliava di uscire: giusto per la messa a mezzogiorno; forse il pomeriggio, se avesse stiepidito. I rari che andavano, magari a prendere il tram numero 7 per una qualche incombenza necessaria o per annà a vedé Roma innevicata, erano imbacuccati in pesanti cappotti e in sciarponi di lana.

Ma Cenciarelli sapeva che il collega Ciriello al suo caffè mattutino, specialmente alle feste comandate, prima di chiudersi in commissariato, non avrebbe mai rinunciato.

Specialmente in quel Caffè: Caffè Armenia di antiche origini e auguste − lui diceva napoletane − che ’o cafè o faceva comme Dio comanda, proprio come a Napoli il Caffè del Professore: con la miscela appena torrefatta del Foroni, che allora ancora stava − Coloniali & Torrefazione − in Via Gallia di sopra.

E là lo attese. E là lo incontrò.

Marescià, comme va? State buone? V'o pigliate nu cafè co’ me?

E perché no? Questo, poi…

Volete anche un maritozzo, un babà, ’na sfogliatella?

Grazie, grazie, ma non esageriamo. Lo sapete che a zucchero ho da annà cor bilancino.

E va bene, va… Ma, diciteme a verità: non è che siete passato per caso sotto a casa mia e vi siete fermato per caso al caffè mio, e m’avete incontrato per caso proprio stammatina…

E si fece ’na risata.

Ciriello era uno di quegli sbirri che non sapeva nemmeno lui…, nunn’o sapeva manch’isse…, come era finito questurino. E come era uscito quasi indenne dal ventennio e da Roma Città Aperta. Fisicamente ricordava Aldo Fabrizi, ma al contrario di colui era sempre stato antifascista. Coperto, ma antifascista. E durante l’occupazione fu dalla parte giusta: aiuti come poteva a gente tribolata e soprattutto ebrei: una famiglia addirittura l’aveva ospitata e nascosta a casa sua, con falsi documenti, come fossero suoi parenti scappati da Salerno. E per tutto quel passato, con Augusto s’intendevano si stimavano e se voleveno bbene. Perché i legami stretti a quel tempo di tragedie e sofferenze, quando una parola sola ti poteva portare avanti al muro, non si sciolgono più.

È vero Peppi’. Nun so’ passato pe’ caso. Volevo proprio sbafatte sto caffè.

E sapere qualche cosa no?

E sapere qualche cosa, certamente.

Malgrado il freddo uscirono all’aperto. Troppe orecchie appizzate intorno ai due…

 

Mario Quattrucci
Quel delitto del’56
Oltre Edizioni, 2020, pp. 138

Biografia di Mario Quattrucci


 

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Informazioni su frequenzepoetiche

Giorgio Moio è nato a Quarto (NA) il 25 maggio 1959. Poeta, è stato redattore delle riviste «Altri Termini» e «Oltranza» (di quest’ultima è anche tra i fondatori). Direttore editoriale di una piccola casa editrice, nel 1998 ha fondato e dirige la rivista «Risvolti», quaderni di linguaggi in movimento. Ha collaborato con numerose riviste, attualmente collabora assiduamente col magazine on line "Cinque Colonne" e con la rivista webzine "Malacoda". Ha pubblicato una quindicina di volumi.

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