MARIO FRESA, Dieci inediti da “La bella italiana”

La poesia cerca da sempre di esprimere se stessa con l’attraversamento di nuovi significati e nuove prospettive esistenziali, nuovi territori del segno e della conferma semantica di esso. Se prendiamo come esempio le avanguardie storiche del Novecento europeo, ciò che più colpisce è che quello che leggiamo è talvolta totalmente inedito, shoccante, autenticamente nuovo. La poesia scrive e riscrive la sua storia, come avrebbe scritto decenni dopo Rodolfo Di Biasio, ma una cosa resta fissa: la poesia vera passa attraverso il perturbamento, l’apertura all’altro da sé, a ciò che non è poesia, cercando di inglobare quel po’ di significato e di scala valoriale che ancora è possibile trasportare nella letteratura. Ma avviene, sovente, anche il contrario. Si prenda la produzione matura di Celan: in essa si vedrà che l’espressione concresce su stessa, che la lingua è diventata essa stessa un valore, che le parole emergono da un vuoto originario e a questo vuoto fanno capo, sempre. In queste poesie di Mario Fresa, con molta sorpresa, si assiste a qualche cosa di analogo. La lingua, le ibridazioni dei suoi registri, la spinta verso l’informale, la potente lezione surrealista, fanno vorticare le parole attorno a un vuoto terrificante, intrappolando brandelli di vite allo stato brado con una tensione verso il quotidiano che le annichilisce alla ricerca disperata di un senso che non c’è. Da qui il dato dell’evento, un qualcosa di cieco e sconosciuto che le colpisce a priori, come se esse non fossero mai nate per davvero, queste vite alle quali manca un io, che decide di deflagrare anch’esso, e che nell’essere insieme anonime eppure bisognose di realia celebrano la propria presenza nel mondo della dissoluzione. Perché non ci può essere che dissoluzione in un universo sottoposto al tempo e alla caducità. Non si tratta di una operazione nichilistica: Fresa sa comporre questo processo ricco di artifici in modo ormai magistrale, avendo messo da parte i propri strumenti tecnici da molti anni. Né si tratta di un tentativo di romanzo in versi, perché mancano sia il soggetto sia l’oggetto di una plausibile narrazione. Anche in questa breve silloge poetica, l’unica patria ancora possibile è il linguaggio, che ha un suo modo d’essere, e quando rimane da solo, deve assumersi sulle spalle il compito di restare raso terra se non vuole dirigersi verso derive sperimentali. In queste nuove poesie di Fresa, l’esperienza di questo atto di linguaggio è spinta a livelli virtuosistici, tanto che in alcuni titoli, si prende il gusto di ironizzare persino sulla tragedia, aggiungendo una inedita carica manieristica del tutto consapevolmente utilizzata. Per questo motivo, questo assaggio di un futuro libro del poeta salernitano rappresenta un unicum nel suo percorso autoriale, pronto a destare l’interesse critico dei più resilienti (come si dice oggi) amanti della poesia italiana contemporanea. (Stelvio Di Spigno)

* * *

Che cos’è un incidente e come servirlo ai vostri Cari

Capisci? Per quanto bravo sia, è destinato                                                                                                    a una folgorazione, fuso com’è in quella                                             
lettera che ha quasi sempre due facce:

la prima, che vorrebbe stare sola,
e lo prende come un ginocchio, giù da banco,
pronto a saltare come un baco scucito dalla mela.
L’altro, chissà: dice ogni giorno di voler bene,
ma lo sfiorano due labbra forti, condite
con la furia, sicure di offendere per prime.
Così il povero Magonza perde equilibrio e vista;
e, interrogato, ritratta la sua
dichiarazione, cede tutto alla gente
sparita non si sa mai perché.

Confessione edipica dopo il Collegio

Il talento gli ha portato via la gioia
come un camion, con la pasta che scotta
e perfino tutto il resto, sulla sua faccia sbriciolata
dopo il colpo frontale; e, già che ci siamo,
resta povero com’è, anzi più timido e un po’ desideroso,
davanti a sua madre o a una simile sciagura.
Vuole spiegare tutti i dettagli
dell’incidente: e se non è stata lei,
di sicuro è qualche diavolo che le somiglia!

Ma Luisa non cede. Vede sua madre
come un dramma degli Anni di Galera,
metà ressa e metà coro di soldati che sottraggono
il loro tempo alla guerra, e vogliono soltanto lei;
e poi sanno per filo e per segno
quando la morte la chiama lì nel forno
della stessa malattia di sempre.
E due sono le cose, ripete:
o siamo una famiglia, o ci vogliamo davvero bene.

Cartella clinica

Mia zia è il signor Tode e si traveste
da Infermiere senza pace.
La notte si lava i denti

per divorarti meglio.

Descrivi la tua famiglia

A scuola non ci credono, ma gli escono parole
così grigie dai vestiti; dicono tutti
che nell’aula c’è un disastro calamita
e non è mica facile restare:
casca da lì una vedova pianura
rattristata, che mette una distanza muta
tra il suo corpo e il volto purgatorio.

E queste sono le ipotesi
migliori. La lezione fa macello di lingua rossa.
La sua durata è quella
di un colpo, già da pagina 1:
le valli a U ci scagliano dietro
certi occhi paurosi, e poi giardini osceni ma
sempre caldi, o a dir poco deliziosi:
toccano i nomi e fanno freddo.

L’alunno, in prima fila,
riprende morte come può.

 

Dipinto con allarme

Da mesi, tiene basso lo sguardo
e perseguita tutti, come una stirpe.
Forse sente vertigini da bestia.
Ma noi, più che sottili, respiriamo
certe perle di fegato, perdendo sempre
l’ultima occasione; evviva.

Perché è così pesante, anche adesso
che il suo corpo odora solo
di memoria? Lei se lo sogna,
un paesaggio così. Sarebbe come vivere
per sempre soffocando, fingendosi il figlio
di Hubert; perché la testa spaccata
è infatti quella di Hubert, il giovane pittore
che sta col collo messo in giù: come fanno
la mattina i macellai, quando tagliuzzano
lo spirito a regola d’arte.
Così spingendo le pupille
cammina intanto, col suo malessere felice.

Geografia

La solita scusa: noi siamo tutti insetti,
figliolo mio. Se la smetti, ci si addormenta soli,
obliqui; e nemmeno lo sappiamo.

La stanza del vulcano si torce le mani
e crea legami e vuoti memoria.
Sai che cosa voglio?
Qualcosa senza baratto; uno sbaglio colossale
come il fiato di un perduto animale.

Chissà chi lo comanda

Si è fatta così lontana, l’oscena
dolcezza dei tuoi tiri mancini.
Ora allarghi i sentimenti fino al piombo.
Ma a partire dai mille metri in su,
qui si trovano animali
piuttosto rari come il babbo
e la madre. Sono di solito gentili,
ma il loro aspetto si fa sempre
più freddo e rigido col passare del tempo.

*

Neanche ci sente, il primo, ma vola piano
a lettere giganti, e casca infine male,
come un sonno vissuto di traverso.
Diventano un unico torace
che inclina lentamente verso un quadro
più incapace che vivo.
*

La spiegazione fu di troppo, credo:
la maestra li guarda, e con le dita fuma
i suoi ricordi migliori.
E giù col disastro ingoio
che chiama tutti per Nome.

 

Come se mi amasse

Ricapitoliamo. Nei ricordi di sua madre,
il bambino è un cinghiale che ubbidisce
ai richiami della valle: forse è meglio che
ti lasci andare. Lei, la capostipite,
corre per non farsi sentire da suo
marito, il cacciatore che ritiene faticosa
l’eternità. E la loro bestiola è un disilluso.
Fa i salti di noia. Potrebbe anche essere,
mettiamo, una ragazza brutta,
centimetro per centimetro, oppure uno
che si vede sbagliato
già prima di guardarsi allo specchio.
Ho bisogno di stare al chiuso per sentirti meglio.

………………………………………….

Potrebbe perfino scatenarsi sul letto,
nonostante l’abituale auto-controllo!
E poi che padronanza di sé. E che dolcezza mostra

quando lui ti rifiuta, sostenendo di non poterne più…

L’accoglienza

Il Supermedico ha una lingua
tumultuosa e potente. E così prende Tanathos
per il suo cravattino, gli ricorda di fare
la persona con la testa sulle spalle,
prima di andare a salutare
amici e nemici. E allora mi dico: tutto
è indignitoso, dubbio, impasto.
Potrebbe essere un dispiacere e invece
è caduto soltanto dal primo piano, procurando
un collage di sorpresa da parte dei curiosi.
Morire prestissimo non è facile, però; sostiene
la tua Guardia allo specchio.
Ma nel sogno sembra un altro: gestisce un Bar,
fa l’uomo forte, ha una stretta di mano minacciosa;
o non ero d’accordo con lui?

Capisci, allora, che è diventato tardi e insetto.
Io non dormo, mi risponde,
perché non m’illudo più.

 

Cattività

Gli è bastato uno sguardo fatto di parole
per cascare dal muto mondo. E grazie tante.
Siamo in lista per la nostra solita
spesa infernale. Ed è pronto per l’inizio:
condisce acqua e reperti per la mano
che è dentro il suo spirito, con tutte
le notizie colate come il collo sopra il piatto.
E poi l’arma anatomia che non somiglia
più a niente. Come il corpo smarrito
su qualcosa che colleziona tinte
maldestre, cuori separati dal cencio essere nulla.

E sì che sono stufa di restare senza memoria.
Vogliamo unire i nostri sedici tentacoli
finché il mare non ci separi?


Biografia di Mario Fresa


Una risposta a “MARIO FRESA, Dieci inediti da “La bella italiana””

  1. Una poesia che, senza mancare di soffermarsi su eventi, anche piccoli, della vita quotidiana (“la pasta che scotta”), propone intense, enigmatiche, immagini dall’evocativa valenza esistenziale (“cammina intanto, col suo malessere felice”). Complimenti, Mario

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