LUIGI AURIEMMA, Tavole alfabepoetiche

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Antonio Francesco Perozzi, Luigi Auriemma e lo spazio segnato

Questi esperimenti di Auriemma si basano su un capovolgimento della struttura (concettuale) della pagina. Allo spazio bianco, che normalmente funziona come vuoto dialettico cui la scrittura si relaziona, si sostituisce uno spazio, se non significato, quantomeno “segnato”, cioè ricoperto di segni.

Le Tavole alfabepoetiche sono infatti delle inquadrature rettangolari della pagina saturate per intero da stringhe di caratteri. Solo alcune di queste presentano delle parole “riconoscibili” (nella lingua italiana), mentre le altre riportano, in ordine, tutte le lettere dell’alfabeto. Il cortocircuito che si innesca riguarda così il rapporto tra testo e contesto, nonché la nostra capacità psicologica e culturale di riconoscere (o costruire) segni.

Se l’intero spazio viene “segnato”, infatti, lo yang dello spazio bianco necessario allo yin della scrittura viene manomesso: se tutto è testo – voglio dire – sarà impossibile parlare di con-testo, cioè di quella alterità che proprio in quanto neutra, sottraente, compie l’azione di individuare il testo, isolarne le particelle e permettergli così di esistere (ex-sistere: letteralmente, stare al di sopra). Per impedire che, annullato il contesto, anche il testo si perda, l’autore deve quindi operare un intervento ulteriore e isolare le parti – per noi – significanti. Tramite l’uso del colore o dello spessore nascono così le quattro frasi, sorta di haiku stravolti e particellari: «volti / in / granito / ripenso / i / nomi», «consumai / teschi / in / penombra / da / luce / erosa», «suoni / di / onde / alte // fortuna / al / nome», «bagno / di / luna / universo / di / suoni».

Il lettore, tuttavia, è ormai edotto del fatto che la natura segnica pertiene anche allo spazio “bianco” (e così è, infatti, se pensiamo alla natura testuale della programmazione informatica, per esempio, che vale anche per gli spazi – mettiamo di un blog – che a noi sembrano vuoti). In questo modo egli diviene un esploratore della Biblioteca di Borges – dove esistono, in forma di libro, tutte le combinazioni di caratteri possibili – e concepisce, insomma, l’inganno, la relatività assoluta dei testi “visibili”: sono, semmai, meccanismi di emersione, dettati dalla cultura che ci educa e ci fa distinguere ciò che è significante da ciò che non lo è; una sorta di pareidolia applicata al testo.

Auriemma, con una procedura che smaga l’atto tetico del testo e ci fa pensare a Boetti, ai quadrati magici o ai risultati della musica aleatoria, sfida questa costruzione culturale del significato, ne mostra, anche drammaticamente, la relazione con un mondo che è linguaggio.

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