GIULIO MAFFII, Piccola antologia


Dichiarazione di poetica

Il poeta scrive biografie. In un modo o nell’altro le scrive, siano personali, storiche, della natura; biografia significa, appunto, anche storia, quella universale e quella personale. Il poeta è un soggetto politico perché deve combattere la soggettività borghese che rischia, con un sistema capitalistico virtuale, di far crollare l’apparato poetico. Il mondo “reale” si proietta nel mondo poetico inteso come ipertesto sorretto da scrittura e idee. La soggettività borghese non include architetture, ricerca, sperimentazione che non sia vuota già alla nascita perché implosa prima di espandersi per mancanza di una architettura. Questo a causa di un ego autoriferito e di un narcisismo patologico che non ha, tra l’altro, spiegazioni logicamente accettabili. Quindi, parlando di poetica,  si parte da un progetto, un progetto ben preciso da sviluppare, non da una scrittura casuale, un agglomerato di versi. Chi fa poesia studia, approfondisce, costruisce e narra, racconta un qualcosa. La varietà dei registri è il gioco poetico su cui si basano le “narrazioni” dentro una precisa architettura che è alla base di ogni lavoro. Senza un’architettura narrativa ci sono soltanto accozzaglie di versi. In fondo non è una novità riconoscere l’esistenza e la diversificazione tra chi scrive pensierini,  chi è ben strutturato e formato e scrive versi e di un manipolo di Poeti che sfugge a qualsiasi categorizzazione. Senza conoscenza, letture e approfondimenti non c’è sviluppo. Si scrive ma si legge poco, per supponenza, per ignoranza, per alterazione dell’Ego. Da domani voglio fare il chirurgo e a che mi serve studiare medicina? Anzi farò il pianista senza conoscenza della musica. Il “poeta” che vive e scrive  della propria “ispirazione” è roba da feuilleton ottocentesco  o da menti di persone con evidenti problemi egotici, oppure  convinte che qualche “padrino” sarà sempre d’aiuto nelle pubblicazioni e altro (g. m.).

 

* * *

 

Da Angina d’amour (Arcipelago Itaca 2018)

 

-e poi cosa hai fatto nella vita?-
Un po’ mi sorprende il fare
Ho fatto l’albero il coro
il remo della barca
Ho fatto il dolore
che mi spiaccicava al letto
Ho fatto il cielo
l’esplosione di un diagramma
il passo più corto della gamba
Ho fatto l’epidermide
per scollare ogni pellicola
Ho fatto la bellezza
Ho fatto le ossa
rapinando il respiro del sasso
Non rispondo e torno
nel nucleo della sera
Ti lascio con i nodi
che a me non interessano
-e poi cosa hai fatto?-

 

*

 

Mi chiudi con le mani il cappotto
non avevo mai visto tanto amore
luccicarmi in fronte o nei paraggi
Poi lo abbiamo fatto davvero l’amore
un amore lungo uno scalpiccio ventricolare
quello dei resuscitati degli eccitati vinti
Non possediamo niente a parte il nome
e la carne fossile di qualche ricordo
Questa poesia non l’ho scritta io
l’ho trovata per caso e decifrata
sopra il tuo petto

 

*

 

C’è un fracasso di morti rotti
un ingombro da scrostare
segui la direzione del sangue
che non torna  indietro
Dimmi hai mai sentito il rumore
di un cuore che si vaporizza?
E non saranno i rimanenti vivi
ad eccedere in equilibrio
Si può nascondere ben poco
è come un rasoio bilama la felicità
Le cose inghiottono tutto
resettano memorie
accumuli e le azioni
sembra che il tempo non sia altro che la parola fine
– dio se non sei mai stato me non esisti –


* * *

Inediti

 

che l’ironia è uno dei motivi
dell’esistenza degli specchi

che non si può partire
mangiando un abbraccio
o continuare a fingersi disillusi

che ci sono parole bruttissime
urgenza silloge necessità tornerò
e ancora mancanza tripudio ego(ri)ferito

a volte anche poeta fa schifo

*

che c’è un cane nell’anima di dio
che la rabbia e la scabbia sono contagiose
che un bagno in mare aperto
è roba da migranti

che il respiro dell’ultima frase
mi ha tremato i polmoni

che tutto possa nascere in senso inverso

che l’unico tu sia quello
che mi penetra l’inverno

 

*

che la guerra è iniziata
perché le formiche non rispettano il giardino
che l’albero ha lanciato foglie all’albero vicino
che la pianta si disse meglio
del bosco e poi della savana
che l’intera strada si ribellò
ai palazzi in costruzione
che la delusione si proclamò neutrale
che la nazione bruciava senza essere paese
che la gente in fuga cambiò nome
che questo
che questo carico
che questo carico di lame

*

 

ecco poi mi osservi con le parole in mano
ecco il buio che attraversa i polsi

vogliono ardere un altro uomo
all’ingresso del supermercato
salvo poi farsi il segno della croce
darsi l’elemosina l’un l’altro
con le facce annoiate della domenica
[In vili veste
nemo tractatur honeste]

c’è fila allo svincolo
c’è fila senza voce

nessuno nel vicolo sotto casa
nessuno sotto la pelle

un astronauta e la luna
in questo momento si salutano
nella  notte esplosa

che non sapevi il ruggito di terra inospitale
ecco poi l’inferno che ti è sfuggito
avere un corpo
ed avere un altro volto
Siamo più vicini agli acari
che alle stelle
una trasfusione di santi
Sul semaforo la scritta avanti
e una pioggia di sicari

che poi l’inverno gioca a nascondino
con la morte
che la brina gela a mezz’aria
ogni forma d’amore e di ignoto
che gli uomini nascondono il vuoto
[dentro le case]
è li che le persone ritornano
– cavalieri dalle crociate-
tre anni d’astinenza
il silenzio è scandaglio di distanza

se moriamo a poco a poco
non è con il fuoco extrasistole
ma per la danza del freddo
(tra le costole)


Biografia di Giulio Maffii


 

Poesia italiana contemporanea

Informazioni su frequenzepoetiche

Giorgio Moio è nato a Quarto (NA) il 25 maggio 1959. Poeta, è stato redattore delle riviste «Altri Termini» e «Oltranza» (di quest’ultima è anche tra i fondatori). Direttore editoriale di una piccola casa editrice, nel 1998 ha fondato e dirige la rivista «Risvolti», quaderni di linguaggi in movimento. Ha collaborato con numerose riviste, attualmente collabora assiduamente col magazine on line "Cinque Colonne" e con la rivista webzine "Malacoda". Ha pubblicato una quindicina di volumi.

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