GIOVANNI MATTEO ALLONE, Linguaggio e scrittura come ricerca di verità


Nel 1951, durante il suo soggiorno a Bahia in Brasile, Emilio Villa (1914-2003) scriveva un componimento in lusitano maccheronico dal titolo Carta para Ruggero Jacobbi, dedicato all’amico regista, il cui tema, se di tema si possa parlare, verteva sulla domanda que è o falare (cos’è il parlare?) per la quale non esiste una risposta sicura, certa, concludendo que nao è falar /sem vicio de palabras, perché a suo parere tutto si risolve in un circolo vizioso di parole; inutile la richiesta perché ormai il discorso è giunto all’agonia della sua logicità e capacità comunicativa.

Parecchi anni prima Eugenio Montale in una poesia della raccolta Ossi di Seppia (1925) esprimeva la stessa limitatezza linguistica affermando «Non domandarci la formula che mondi possa aprirti, / sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. / Codesto solo oggi possiamo dirti, /ciò che non siamo ciò che non vogliamo«, chiaro riferimento al male di vivere, alla impossibilità di esprimere l’intima essenza dell’essere per limitatezza linguistica. Una considerazione pressoché identica a quella del poeta portoghese Pessoa (1888-1935) per il quale la frantumazione dell’io determinava la crisi dell’essere.

E ancora in precedenza, nel 1914, sull’Altopiano del Carso, nel vivere la traumatica esperienza della guerra, Giuseppe Ungaretti affermava «Tra un fiore colto e l’atro donato / l’inesprimibile nulla» (Eterno, da Allegria 1914-1919). Anche se in Agonia della stessa raccolta il poeta invitava a «Non vivere di lamento / come un cardellino accecato», che sembra un’esortazione rivolta a se stesso più che agli altri con l’intento di esorcizzare la sofferenza, segno che la poesia poteva aiutare a superare le drammatiche circostanze della vita.

A distanza di parecchi anni, nel 2007, la poetessa brasiliana Maria Gabriela Llansol in Os Cantores de Lettura si chiedeva «o que è o corpo / o que è a luz / o que è o pensamento…» manifestando la medesima difficoltà di una scrittura che potesse essere ricerca di verità assoluta e possibilità di accedere all’essere, all’intima essenza di chi siamo e di cosa vogliamo, alla sacralità cui tendiamo nella materialità di cui siamo fatti.

Questione arcaica, perché, sin dalle origini del pensiero umano, filosofi e poeti hanno tentato di cercare mediante il linguaggio e la scrittura di pervenire alla verità, anche se con metodi ovviamente differenti e per conseguenza risultati diversificati: il filosofo mediante una razionale speculazione, il poeta mediante intuizioni espresse con metafore e simboli. Del resto la stessa scrittura non è altro che un insieme di caratteri grafico-fonetici, ideogrammi con valenza simbolica a qualsiasi latitudine. Il risultato è la precarietà di ogni attimo della vita e talora l’incomunicabilità tra gli stessi esseri umani. Tutto comincia con la cognizione del dolore. Capaneo si ribella agli dei e viene fulminato da Zeus, Adamo ed Eva dicono no a Dio e sono costretti ad andare errabondi per la terra e scoprire la sofferenza. Ma la tendenza dell’uomo è sempre un tentativo di ascesa, una tensione verso il divino (sinonimo di Verità assoluta), verso la luce, il cielo, per rinvenire alla fine l’ombra, l’oscurità, metafore non troppo mascherate della propria limitatezza.

Dai Presocratici ai fautori odierni del “Pensiero debole”, da Ermete Trismegisto, a cui si attribuisce l’invenzione della scrittura, e le cui opere sono diventate dal suo nome espressione di oscurità (Ermetismo), perché ogni parola-simbolo implica una complessità di significati spesso indecifrabili in relazione alla complessità dell’esistenza mai univoca, ai poeti contemporanei dell’area di un’Avanguardia in continuo sperimentalismo sempre teso a riscoprire nella parola il suo valore e la sua valenza evocativa e analogica, semantica, tutti si sono adoperati a restituire al linguaggio la potenzialità delle origini, e recuperare quella che Ungaretti chiamava “innocenza” (in Ragioni di una poesia) perché se «per l’uomo tutto poggia su un dato oscuroanche sappiamo, non meno bene, che non ci saranno mai luci umane –né proustiane né freudiane – capaci di renderci mensurabile tale dato, da renderci tale da vederci finalmente chiaro».

Per Ungaretti solo la poesia è in grado di recuperare l’uomo.

In questa continua ricerca di risalire alla verità mediante il linguaggio la filosofia sin dai tempi remoti è stata un valido supporto nella formazione delle concezioni tematiche, del pensiero, della stragrande maggioranza dei poeti almeno fino all’Ottocento, fino a quando il relativismo esasperato del Novecento ha messo in crisi le stesse concezioni filosofiche, per cui come affermava Popper (1902-1994) «aspiriamo alla verità ma non possiamo essere del tutto sicuri di averla raggiunta». Coscienza di una limitazione già accentuata in passato, prima assai di Pirandello (Così è se vi pare). Calderon de la Barca nel Seicento affermava che «in esta vida todo es verdad y toto mentira».

È abbastanza noto come la Tomistica sia stata alla base della formazione di Dante nell’edificazione di quella splendida cattedrale gotica in versi che è la Divina Commedia, così come la Scolastica e Sant’Agostino per Petrarca, il Platonismo su tutta l’arte rinascimentale, così come nei secoli successivi l’Illuminismo e il Romanticismo anche se quest’ultimo movimento in Italia non ha assunto toni drammaticamente esasperati come in Germania (Sturm und Drang), ma si è adattato alla cultura e alla civiltà nostra, intrisa di classicismo e debitrice della romanità e della religiosità cristiana.

Nel Romanticismo la poesia viene concepita come la più alta espressione dello spirito umano, libera manifestazione dell’individuo e della sua anima: nell’arte si riflette la vita. Il Romanticismo esalta il genio creativo e la poesia diviene l’unica essenza della verità; con la poesia l’infinito si fonde con l’Assoluto. Le poetiche romantiche trovano alimento nella filosofia di Hamann, di Herder, di Schlegel, nelle riflessioni sull’arte di scrittori militanti, Schiller, Goethe, Novalis, Byron, Keats, accomunati dal medesimo interesse, anche se in ambiti differenti e con metodi e forme espressive differenti ma sempre miranti a un unico scopo: il mistero della vita, il vero e l’intima essenza dell’essere, che per Sofocle (497 – 406 a.C.) erano identica cosa, così come lo erano per Manzoni (Non tradire mai la Santa Verità). Linguistica, strutturalismo, antropologia, sociologia, estetica, semiotica, metafisica ecc. fanno parte di una comune terminologia e di una perenne speculazione intellettuale.

I Romantici italiani rifiutarono l’individualismo esasperato, l’esaltazione dell’io soggettivo e della passione e, a parte Leopardi, anche il senso dell’infinito e del mistero, ma fecero propri il nazionalismo, la necessità di una letteratura popolare, l’esaltazione e la rivalutazione del Medioevo rimanendo più che in un ambito fantastico in quello realistico, non negando del tutto il valore del classicismo.

Una svolta in filosofia e in poesia si ha nel secondo Ottocento a partire dalla Francia. Il Positivismo si era rivelato un fallimento sia dal punto di vista teoretico sia in rapporto al problema etico-sociale. Il progresso scientifico e l’industrializzazione non avevano recato né benessere né felicità. In filosofa si fa strada una nuova concezione sul “tempo” che eserciterà un certo influsso nel campo letterario e artistico. In particolare il mio riferimento è al filosofo francese Herry Bergson (1859-1941) che nell’Evoluzione creatrice del 1907 delineò una nuova visone globale della realtà raggiungibile solo con l’intuizione, perché il tempo è una realtà soggettiva essendo sostanza della vita psichica. L’analisi dell’inconscio sarà la materia fondamentale nello studio della psicanalisi freudiana e in filosofia avrà applicazione nella nuova concezione della fenomenologia come possibilità di accedere alla realtà con lo studio dei fenomeni conseguiti attraverso l’esperienza e percepiti dalla coscienza.

Sulla base delle mutate prospettive storiche, culturali, esistenziali, nella seconda metà dell’Ottocento nascono nuove poetiche in opposizione e in contrasto con le ideologie precedenti, Romanticismo, Naturalismo, Verismo. Il letterato non è più guida dei popoli, la poesia diventa espressione di pura bellezza svincolata da preoccupazioni morali e civili. Contro i poeti che esprimevano lo smarrimento delle coscienze e la crisi dei valori viene coniato il temine “Decadentismo”  che valse a designare ogni espressione artistica dell’epoca e le cui conseguenze si avvertono per tutto il Novecento fino ai giorni nostri.

La natura viene concepita come una serie di parvenze che nascondono una realtà vera ma inconoscibile. L’espressione artistica più significativa è il Simbolismo il cui maestro viene considerato Baudelaire e che annovera i maggiori poeti francesi dell’epoca: Verlaine, Rimbaud, Mallarmé, Valéry, Gustave Kahn, sostenitore del verso libero, Maeterlinck, i tedeschi Stephan Georg e Rilke, gli spagnoli Ruben Dario e Antonio Machado, gli italiani Pascoli, D’Annunzio, Campana.

Svincolata dal supporto ideologico della filosofia, la poesia diventa la più alta forma di conoscenza. La tradizionale forma di costruzione intellettuale e sintattica viene frantumata; non esiste più la subordinazione né il nesso razionale fra le varie proposizioni del periodo, tutto procede attraverso frammenti che hanno una molteplicità di significati. Alla similitudine si sostituisce l’analogia, si prediligono le metafore, le sinestesie, che meglio possono esprimere sensazioni di vario genere: sonore, olfattive, tattili, visive; pensiamo a una poesia come Novembre del Pascoli in cui la realtà dei sensi produce un inganno, un’illusione di breve durata,  o dello stesso poeta a Il gelsomino notturno in cui alla tradizionale dimensione narrativa e a una forma di concatenazione sintattica fra le frasi si sostituisce tutta una serie di sensazioni accomunati dall’analogia, espresse mediante la figura retorica dell’ossimoro e la paradossale compresenza di termini antitetici in un flusso di improvvise illuminazioni al di fuori del tempo e senza tempo ma reali e presenti all’interno dell’io.

Se il Pascoli rappresenta l’aspetto intimistico, il D’Annunzio sarà l’espressione più significativa dell’estetismo con il culto del gesto magniloquente di superiorità nei riguardi del prossimo e della parola ornata, con l’assunzione di una posa inimitabile espressa in poesia con un verbalismo esasperato ma privo di profonda interiorità.

La ricerca di rinnovamento nella prima metà del Novecento porta alla formazione di nuove poetiche che ritengono sia Pascoli sia D’Annunzio, nonostante la loro sperimentazione formale, legati ancora all’Ottocento. In un processo di attivismo frenetico nascono il Crepuscolarismo e il Futurismo che, negando la tradizione, intendono dar vita a una un’arte innovativa nello spirito e nella forma e a cui in Italia daranno un contributo riviste come «Leonardo», «Lacerba», «La Voce».

In reazione ai miti dannunziani sia sul piano formale sia su quello esistenziale e all’eroica affermazione dell’io nasce il Crepuscolarismo, che in un linguaggio dimesso, quotidiano, esprime uno stato di sfiducia e abbandono, un rifiuto di affrontare i problemi sociali, politici e culturali del tempo. Fu però il coevo Futurismo a segnare una svolta nella poesia italiana del Novecento col definitivo ripudio dell’ideologia letteraria dell’Ottocento.

Con il Manifesto pubblicato a Parigi nel 1909 sul «Figaro» Filippo Tommaso Marinetti propugnò la necessità di nuove forme espressive, rigettando la sintassi e le parti qualificative del discorso per usare parole in libertà che non avessero alcun legame grammaticale-sintattico fra loro e promuovessero l’esaltazione dinamica di un’energia irrazionale, di una vitalità immediata, istintiva ed aggressiva per via analogica in modo da rivelare l’immediatezza del meccanismo psichico dell’impressione. Le concezioni del Futurismo esercitarono una notevole influenza nelle arti figurative, nella musica, nella politica, nella stessa concezione della vita. Privo però di una forte base ideologica e filosofica, deviò verso posizioni autoritarie e nazionaliste. Nel campo letterario contribuì ad eliminare ogni residuo di sentimentalismo ottocentesco promuovendo un rinnovamento dei mezzi espressivi.

A metà Novecento sorgono movimenti di Avanguardia che per certi spetti si riallacciano al Futurismo. Il riferimento è alle proposte avanzate da Luciano Anceschi nella rivista «Il Verri» (1956) che sosteneva un rinnovato impegno mediante un costante sperimentalismo linguistico e stilistico, al Gruppo ’63 sorto a seguito di un convegno tenuto a Palermo nel 1963 da un gruppo di intellettuali e in cui coesistono due tendenze: una che auspica una sperimentazione svincolata da qualsiasi ideologia con l’attuazione di tecniche di stile libere in assoluto e l’altra, il cui rappresentante più significativo fu Edoardo Sanguineti, che, pur partendo dalla ricerca di un nuovo linguaggio, intendeva instaurare un nuovo rapporto tra opera letteraria e ideologia.

La polemica tra una perenne sperimentazione linguistica in poesia, che si avvale anche dell’ausilio delle arti grafiche, e un linguaggio tradizionale “comprensibile”, è ancora viva.

In una condizione di forti contrasti e tensioni sociali, di massificazione, dove i nuovi mezzi forniti dall’informativa, i cosiddetti Social, Facebook, Twitter, Snapchat, sono divenuti abituali strumenti di comunicazione, di espressione e socializzazione, che agendo sulle emozioni spengono la razionalità dell’individuo, quale poesia oggi e quale linguaggio? È ancora possibile in poesia, indipendentemente se in versi o in prosa, la ricerca della verità e la scrittura strumento per esprimerla? Quale ruolo può avere oggi il poeta al di fuori di condizionamenti industriali di un’editoria anch’essa condizionata da facili consumi?

Non pretendo di fornire indicazioni o segnali efficaci e risolutori che potrebbero rivelarsi semplicistici e fuorvianti. Ritengo che linguaggio e scrittura debbano sempre essere anticonvenzionali, per non dire sovversivi, a costo di sembrare incomprensibili, che spingano il lettore alla riflessione, all’autonomia di giudizio, alla razionalità. Non penso che sia compito della poesia lanciare messaggi, ma il poeta deve continuare a essere la coscienza critica del tempo dando alla scrittura una senso che vada sempre più in là, che sia rivelatore della essenza delle cose per arrivare all’essere, tralasciando fatui sentimentalismi e chiari di luna per conseguire il Vero che non sempre è ciò che vediamo attorno a noi e che spesso è avvolto nell’ombra del mistero. Il poeta deve considerarsi come un laboratorio in perenne tensione emotiva, in continuo dinamismo, sia dl punto di vista tematico sia linguistico, andare controcorrente per appropriarsi del segreto delle cose che, come affermava Martin Heidegger in Sull’essenza della verità (1943), non è solo compito della filosofia ma anche della poesia.


Biografia di Giovanni Matteo Allone


 

Saggistica

Informazioni su frequenzepoetiche

Giorgio Moio è nato a Quarto (NA) il 25 maggio 1959. Poeta, è stato redattore delle riviste «Altri Termini» e «Oltranza» (di quest’ultima è anche tra i fondatori). Direttore editoriale di una piccola casa editrice, nel 1998 ha fondato e dirige la rivista «Risvolti», quaderni di linguaggi in movimento. Ha collaborato con numerose riviste, attualmente collabora assiduamente col magazine on line "Cinque Colonne" e con la rivista webzine "Malacoda". Ha pubblicato una quindicina di volumi.

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