GIORGIO MOIO, Niente o quasi in poesia


Oggi, la peculiarità della poesia come ricerca invenzione autocritica esplorazione sulla lingua, tenendosi fuori dagli schemi e dalla nullità dell’esistente, appare come un fantastico ricordo: il poeta non vuole più rischiare “l’incomprensione”, rinunciare ad una falsa speranza di essere “riconosciuto” dall’esistente che ha troppo da fare a smerciare fasulle certezze per accorgersi della sua presenza. Oggi, andare controcorrente, rompendo schemi ormai desueti e personalizzati, è visto come una malattia, come una pazzia. Intanto si continua a fare poesia (ed è un fatto rassicurante, oltre che terapeutico), a fingere di cercare un’“elaborazione di pensiero” che resista all’incertezza umana o all’usura del tempo (e non è più un fatto rassicurante), rigurgitando “l’ordinanza” di nuove cose, nuove sensazioni che la poesia tanto attende, da molto tempo oramai, senza considerare l’essere, almeno solo marginalmente. Della prospettiva surrealismo-neoavanguardia – è bene sottolinearlo – non rimane che un composto di disorientamento e di persuasione. La verità è che non basta più l’ascendenza surrealista, né quella neoavanguardistica: non s’intravede all’orizzonte quell’azzeramento tanto agognato, quella volontà di rifondare (cancellando i vecchi e arcisunti tratti semiotici codificati dall’industria culturale e dal mercato) il pensiero creativo o quella luce speranzosa, imbrunita da un nichilismo non più sovversivo.

Nel desiderare le cose, spesso ci facciamo ossessionare e allontanare dal raggiungimento strutturale della scrittura, in una creazione-annientazione dove si forma e deforma perfino la responsabilità della propria coscienza, avviluppata da un endemico edonismo che frena ogni metamorfosi. Qual è la garanzia per un giovane poeta? Qualcuno si chiede “che cos’è la poesia”?; altri si chiedono “che fine farà la poesia”? In entrambi i casi non vi è risposta concreta o definita o comunque non esauribile in poche righe. Che fine farà non spetta a noi definire la sua sorte; a noi resta il compito di farla e farla nel migliore dei modi, senza servilismi individualismi narcisismi, ammiccamenti verso il potere politico-economico.

La prerogativa migliore della poesia è muoversi ‒ sì, muoversi! ‒ in piena libertà, facendo i conti soltanto con se stessa, alla ricerca di un’esistenza positiva, tenendosi lontana dai linguaggi-feticci fatti passare per assoluti, dal fetidume della facile fruizione.

Come si fa a definire la poesia? Ci vorrebbe una vita! forse due, tre. È come parlare di tutti i percorsi e dei valori che l’hanno caratterizzata (o ignorata, e ci sarebbe da dire!), è come fermarsi – anche – e non saper più andare avanti, sentirsi inermi o facilmente presuntuosi. D’altro canto, se proprio uno vuol cimentarsi nel definire la poesia, resta da dire che la poesia è rifiuto di collocazione, è allontanamento di falsi oracoli, pronti a scambiarsi l’ignoranza, la menzogna; la poesia è mutamento continuo, è deflagrazione verbale, irriverenza e dissacrazione, è sgretolamento delle cose, delle trame, all’istante! È l’analisi (il)logica, infine, per un progetto di rifacimento, dove la scritta “lavori in corso” sia indelebile, dove la precarietà è un sistema truffaldino della politica.

In realtà pochi sono in grado di riconquistare validità di linguaggio, d’abbandonare ogni agio, ogni forma imposta, d’allontanare il cosiddetto “coraggio-sacrificio” per generare qualcosa di veramente accettabile, di trarre un’originale alternativa da opporre al qualunquismo in atto, dove si è perso il gusto delle contrapposizioni, vero motore delle novità. E non spaventi il fatto che il “nuovo” sia ancora legato ai prodomi della neoavanguardia o addirittura della tradizione. D’altronde, se un poeta non ricerca il nuovo, si consuma nell’ovvio, negli epigoni. Ovviamente il nuovo può essere ricercato anche nella neoavanguardia o addirittura nella tradizione. Basta non ripetersi.

La poesia è ancora invisibile, ancora di nicchia, con l’ansia di chi vede il proprio baratro senza mai potersi incuneare nelle arterie irrigidite di quest’era ancora postmoderna, così confusionaria e mercanteggiante; ancora distanze, antidoti, convegni d’oracoli, di saccenti, ci sostengono. Per non parlare poi della critica, un prodotto (o presunzione) quello della critica talora conflittuale ma in una prospettiva di ripresa del “grande stile”, degli ismi e dei neo, con chiara matrice ad appannaggio del “vendibile”; talora energica ma con troppi intralci esistenziali, di potere, di giochi strategici che arricchiscono proprio quel senso assoluto cui una critica dovrebbe opporsi.

Ma cosa si è fatto per la cosiddetta “poesia nuova”? Niente o quasi niente, se si esclude una presenza ingombrante di personalismo intimismo individualismo abusato e patetico; ad una labile strategia d’attacco abbiamo mirato in questi ultimi anni, a una strategia (quando vi è stata) che tenesse ancora in grande considerazione il fatto che in poesia amore deve ancora far rima con cuore.

Siamo convinti che la poesia deve essere pensata e scritta per la “poesia” e no ad uso e consumo di chi la scrive, che spesso ricorre a ipnotismi, ammiccamenti, pur di venderci un prodotto buono per una distrazione, un momento di relax. È ovvio che tale poesia, per non essere appunto solo un momento di fregola paesana, deve dire qualcosa di non detto, qualcosa di dinamico e conflittuale da ricercare nella modernità, negli anfratti inesplorati della tradizione del nuovo, delle neoavanguardie, che restano a tutt’oggi il punto più avanzato del linguaggio poetico. Ricercare anche qualcosa detto male e compreso peggio, evitando di accontentarsi di ciò che si ha o che ci è stato trasmesso, le infime trappole del sublime, dell’effimero, del dato biografico e privato, dei linguaggi apodittici del quotidiano, allargando il campo degli specifici estetici e fonderli ancora per una poesia totale, inglobante, usando un’appropriata definizione di Michele Perfetti.

Sul piano creativo, un insieme di articolazioni verbali che schierandosi contro la prosecuzione lirica e il “grande stile”, la mitizzazione e sacralizzazione della parola, si cozzano ed esplodono in continuazione, si frantumano e si ricompongono sempre in modi diversi, sempre in luoghi diversi della pagina, la quale non riesce nemmeno più a supportarle tutte, né intime né private, che non sottendono a glorie né a compensi ma alla precarietà della scrittura, interagendo con la grafia, la visualità, la materia, l’oggettualità, la pittura, la musica; insomma, con i mezzi della multimedialità attuale, il tutto sempre in modo insofferente ed esplosivo.

Proposta difficile, ma non impossibile, in quanto nel nostro Paese, negli ultimi anni di attività letteraria – e in modo assai corposo – non si parla d’altro che di ritorni, di nostalgie passate, di etica morale, di ismi, tutti feticci molto cari agli arcadi postmoderni. Mentre nei confronti della letteratura come luogo di conflitto, come pratica contraddittoria e conflittuale nei confronti di pratiche tradizionali, come “conoscenza dell’umano” e riscoperta dell’essere, continuiamo a rimanere indifferenti. Sta di fatto che la letteratura di questi ultimi anni ha una sola consuetudine: la pratica violenta della propaganda consumistica. Insomma, pare che conti soltanto fare soldi, prendere parte ai talk-show, osteggiare attraverso tautologie pragmatiche tutte quelle scritture che, muovendosi lontano dal “già dato” o da forme ormai vecchie e obsolete, riescono a certificare come sia, in realtà, questo nostro tempo un ammasso di armonie redditiziali enormemente evanescenti ed ipnotiche, sorrette da un indebolimento di aspirazioni fattive, non più in grado di trasmettere un minimo di novità. «Quel che è mutato nel periodo contemporaneo è la differenza che prima esisteva tra due ordini e le loro verità. Il potere assimilante della società svuota la dimensione artistica, assorbendo i contenuti antagonistici. Nel regno della cultura il nuovo totalitarismo si manifesta precisamente in un pluralismo armonioso, dove le opere e le verità più contraddittorie coesistono pacificamente in un mare di indifferenza» [1].

In effetti, trascurate le lotte contro le illusioni neoromantiche e i pietosismi lacrimevoli di un io lirico e classicheggiante, è in questa prospettiva rinunciataria, in questa “presa di posizione” apparente che si crea, che si muove la poesia, in una terra priva di mutazioni. Il fare si è travestito di look congestionato, falsamente positivo; tutti partecipano alla scalata sociale in modo confuso e scorretto, illudendosi (in questo tipo di contesto) di incontrare il proprio simile con la presunzione e l’arroganza di poterlo poi comprendere. Tutto diventa più difficile: la democraticità pilotata, ovvero la destra con la parvenza del nuovo, l’insistenza di una nuova scesa in campo di Berlusconi (ancora il virus berlusconiano!), di una opposizione politica inesistente ed egocentrica; eppoi soldi e sempre soldi al centro di proposte, sia nel privato sia nel pubblico, ci stanno rivelando ancora proposte inconcludenti, senza midollo, fucina di predicatori del facile fruire, degli affari con banchieri e multinazionali, di un mostrare le cose per quello che non sono, correlate da un improbo predicato sintetico mimetizzato dietro un’astuzia della ragione [2] con lo scopo di eliminare domande non gradite [3], di appiattire lo stato sociale in nome del dio denaro. E la classe operaia, i pensionati, i meno abbienti non vivono certo promesse, né del contentino assistenziale. Un nuovo tipo di ipnotismo mentale cui non mancano adepti, anche all’interno dello specifico. Si esibiscono le proprie allergie come veritas, anziché le cose nella loro effettiva funzione. «Sarà piuttosto utile e igienico ricordare che un testo letterario (e poetico […]), quanto più complesso è, di tante più vite dispone: il che vuol dire, poi, di tante più maschere» [4]; che un’abbreviazione linguistica è anche un’abbreviazione di pensiero, un nuovo kitsch e una nuova falsa promessa di felicità (che si accodano a quello spettacoloso) per un Verfremdungseffekt (effetto d’estraniazione) 5 che scansa l’identificazione dalla lotta e dall’inquietudine (la lotta e l’inquietudine stesse), per allestire il palcoscenico della teatralità propagandistica, criticamente quietante e accomodante.

Se la poesia è costituita da un’assenza di linguaggi autocritici, da una fissazione innumerevole di pratiche evanescenti, vive il suo vuoto svuotandosi. Invece, chi la produce, affrancandosi dalla nostalgia e dai misticismi, non può che agire accogliendo una pratica antagonista, lontano da spartizioni di torte, da linguaggi che certificano funzioni effimere, lontano dalle offerte di un feticcio e strategie di potere. Che fare allora se la poesia si giustifica col dire romantico-innamorato o col “già detto”, se cuore fa ancora rima con amore (parafrasando un’espressione di Lamberto Pignotti), se si consuma indiscriminatamente in tutte le sfaccettature di un codice qualunquista, simulatore di una realtà-non realtà, interamente versata nella bolgia del marketing, se si amalgama con tutte le salse? Quel che la letteratura può fare in questo nostro tempo che ha prodotto i vari J. R., le Veroniche Castro e le Grecia Colmenares, i Mike Buongiorno e i Pippo Baudo, i Carlo Conti, i Fabio Fazio, i Silvio Berlusconi, i George W. Bush, i Donald Trump, la morte della sinistra, del comunismo, le telenovelas, le fiction stereotipate, le soap-opera, la politica nelle mani di faccendieri economici ed ignoranti – tutta merce facilmente vendibile e di successo “sociale” –, è istituire una «valorizzazione delle valenze ironiche, polemiche, dissacranti, autocritiche della scrittura, impegnata ad analizzare e ad oggettivare se stessa nonché a mettere in crisi il codice predeterminato dei suoi valori affettivi, sentimentali e autobiografici» [6] e distinguersi dalla letteratura della resa. Un nuovo modo di concepire la letteratura (e la vita), non più unidirezionale ma evolutiva, dove la situazione non è mai una ma si frastaglia in tante situazioni molecolari da sperimentare, da reinventare nei suoi aspetti prematuramente definiti insostituibili: un farsi conoscitivo che non smetta mai di farsi conoscenza. Una cosa è certa: la letteratura non è palcoscenico, essendo il palcoscenico fenomenologia di una metafisica del desiderio e dell’inganno, né gusto combinatorio di puerilità e goliardia, automatismo del piacere e della futilità, edificazione di armonie incantevoli, attestati esoterici e simbolici. È pur vero che «l’utilizzazione dello spettacolo è ormai una promessa irrinunciabile per tutti» [7], che la dimensione della contraddittorietà è divenuta un fatto privato, una forma di espressione da chiacchiera salottiera. «C’è anche il fatto che oggi piace il poetico, piace la figura del poeta, è tornata a seminare prestigio, a irradiare. La grandissima parte dei testi, tuttavia, non sono testi di poesia, sono testi di poeticità» [8]. E attraverso questo auto-godimento dove impera l’apparire più che l’essere, il sublime e l’effimero, l’etereo più che la realtà palingenesi – tra l’altro priva di società –, il poeta, perduto il proprio “dominio”, si manifesta nella più totale bavosità spettacolare, fino a farsi portatore invertebrato di un’“espressione in prosa”, autoreferenziale e autobiografica, per godere di se stesso. Alla base sta ovviamente l’offerta di un linguaggio comune, del parlato, per un’estetizzazione del quotidiano. E per questo motivo che è spinto (probabilmente) verso l’esigenza di esprimersi in “poesia in prosa”, in pseudo-letteratura spettacolosa, vuota, autocompiacente, per ribadire il ruolo del soggetto, la storia, la trama del proprio “vissuto”. Insistendo nel raggiungimento di una ribalta, ci siamo fatti ossessionare dalle immagini, da una ipnotica pars construens, dalla promessa di un facile guadagno, dalla televisione dove spesso si arriva alla rissa. Dunque, sono questi gli anni che ci meritiamo? Tutto è vendibile? Tutto si può comprare? Tutto è merce?

In siffatta situazione, cioè con l’offerta di una “ribalta pilotata” per altri fini da parte della “società dei potenti”, impegnata affinché non vi siano entità ingestibili che possano minare il suo programma di controllo del mercato, la poesia (un certo tipo di poesia), quella non assoggettata alle regole di mercato, è costretta ad autogestirsi (ancora una volta) e a sopravvivere in un mondo dove ci si vende al miglior offerente. Ancora una volta prevale il senso contrario delle cose, il rifiuto a ripercorrere se stessi, a disegnare una “mappa” che dia alla poesia distinzione e fondatezza, la sua effettiva competenza anziché carnevalizzazioni e plurime codificazioni di una koinè arrogante e apparente. Ci sembra pertinente una domanda: cosa occorre per garantire creatività ad una lingua affinché s’allontani dalla volgarità, dalla commercializzazione più vieta, da una struttura provincialistica o da clan mafiosi? Ungaretti ci insegna che basta un nonnulla. Basta poco dunque? Certamente più spregiudicatezza e meno calcoli extraletterari. Ma tutti vogliono entrare nelle classifiche dei best-seller senza votarsi al sacrificio che invece la concezione dell’arte vera esige dall’artista. Tutti si preoccupano di prendere parte allo spettacolo, allo “spettacolo delle lettere”: anziché progettare, si cerca di quantificare il prodotto e venderlo a prescindere dalla qualità. Di fronte a un quotidiano nostalgico, a una scrittura esaurita storicamente da un imperante perbenismo restaurativo, dai tentativi di irenicizzare tutte le parrocchie, nell’intento di buttare acqua sul fuoco, di mettere a tacere quelle voci contrastanti con il loro disegno di poesia trasparente, completamente acritica e in accordo con il linguaggio comune ed effimero, irresponsabile, va da sé il fatto che, per un’apertura plurima all’universo discorsivo, a uno specifico dove abbia ancora valore l’essere piuttosto che l’apparire, la qualità piuttosto che la quantità, si debba rilanciare la consapevolezza storica, la consapevolezza del presente in opposizione a qualsiasi moderatismo trascendentale e riconciliarla col ritmo straziante delle infinite molecole creative. Da una visione passiva del mondo, la poesia deve spostarsi verso un dinamismo del reale, verso una rottura del senso comune. Va da sé però – ed è ciò che andiamo sostenendo – anche il fatto che, servendosi di un linguaggio di ricerca, progressivamente allargato a infinite possibilità di vita, la letteratura in generale (specialmente la poesia) non è palcoscenico, né una forma di spettacolo, nemmeno esposizione di se stessa. La sua attuazione, che non è immediatamente “leggibile”, non passa per un semplicistico ed ipnotico «palcoscenico-calderone masticante parola e corpo, testo e gesto, segno e voce, ma mediante il libro [e lo specifico, aggiungiamo noi, e nonostante], il quale, con tutte le proiezioni che se ne possono fare, palcoscenico non è o ne è l’esatto opposto» [9]. Semmai passa per una pratica d’irrisione, anti-corporativa, anti-consumistica, comunque di avanguardia, di ricerca, carica di quella sufficiente parodia e autoironia per mettere in crisi i programmi tradizionalisti e del mercato capitalista.

In ogni epoca si devono fare i conti con la realtà avvilente, oggi come ieri, sanzionando il fatto che non è mai stato facile proporre un certo tipo di poesia. E se la colpa non è imputabile alla scelta di fare laboratorio lontano dall’esistente ipnotico e museificante dei nostri predecessori, né tantomeno alla rassegnazione e mancanza di utopia e senso di aggregazione, di una spinta in avanti, ciò che siamo costretti a registrare oggi è frutto del nostro tempo. E dato per scontato che il nostro tempo non rifiuta progettualità che si distanziano dall’idealismo crociano, dalla trasparenza e dal mercimonio, dalla facile fruizione e semplicità di linguaggi per un consenso della gente, custodi di impoverimento e incapacità, sembra, per il momento, che ogni ricerca espressiva vada fatta, o se vogliamo, mantenuta in vita maledettamente e in modo avventuroso nelle stanze sotterranee della cultura ufficiale, nei labirinti (nelle catacombe avrebbe detto un grande poeta scomparso di recente), magari studiando le future possibilità di un riscatto. Ma in attesa che ciò avvenga, non possiamo stare a guardare e piegarci alla “divinità dello spettacolo” spesso rissoso, alla logica di potere che appiattisce verso la rassegnazione, vomitando il proprio inganno attraverso una realtà comica e irresponsabile: la parola viaggia nel misterioso, nella chiacchiera salottiera, con un’etichetta mitologica e ipnotica, frenata da un vissuto di tipo “usa e getta”.

Le situazioni che si riescono a rappresentare oggi, nella maggior parte dei casi danno il voltastomaco, tuttavia costituiscono il carrefour della contemporaneità, dell’odiato postmoderno, dove tutti s’impongono l’esigenza dello scrivere facile e quindi per tutti, come se tutti fossero in grado di comprendere. La verità è che si scrive facile unicamente per incorporarsi in qualche clan, e partecipare così alla spartizione della torta. La voglia di scoprire cosa c’è al di là di ciò che ci appare, non è neanche più uno scadente stimolo. Per es., quali sono oggi le condizioni della poesia? In che modo possiamo difenderla dagli attacchi del mercato più vieto? Quale poesia proporre contro lo strapotere del pensiero monopolizzato? È ciò che ci dobbiamo domandare.

Certo, ci attendono tempi duri, in cui saremo ancora una volta chiamati a resistere, a colmare una carenza ideologica e culturale. Il “futuro è impedito”? Ma è al presente che bisogna pensare, e resistere contro lo strapotere del pensiero monopolizzato. È ora di prendere una posizione, di instaurare all’interno della letteratura un dibattito, nonostante lo scenario che si apre davanti ha l’aspetto di un deserto. E proprio da qui, da uno scenario che ci appare desolato, dove si strumentalizza la poesia non per dare ma per avere qualcosa in cambio, occorre instaurare una vitale esigenza di riprendere un discorso antitetico col quotidiano qualunquista, una letteratura estranea al codice comunicativo dell’auto-promozione consumistica. Il tentativo sarebbe – riconsiderando anche l’importanza di uscire da una “solitudine culturale” – di “riconquistare la distanza” della complessità, della discussione e della resistenza contro l’avanzare della società spettacolo, di suscitare un interesse che rivendichi un impegno e una necessità a colmare una carenza ideologica e culturale. Una nuova progettualità, insomma, da opporre al business di pochi a discapito di molti, allontanando da una coscienza critica e non celebrativa, il ripristino di una pacificazione e industrializzazione del pensiero, la restaurazione di realtà illusorie dei tempi passati, le strade battute dalla spettacolarizzazione volgare e rissosa del controllo e consumo commerciale. È indubbio che, invece di guardare avanti, il poeta del postmoderno si arrende al presente, sembra calato tout court in una condizione regressiva, in un passato pacifico e irresponsabile, disperdendo il pensiero in limbi restaurativi e sentimentali, a favore di un qualunquismo dove più che alle sorti della poesia si tende alle sorti del successo e dell’economia. Dunque, in che misura il poeta antagonista partecipa al sovvertimento delle leggi che regolano il profitto del mercato più vieto, mentre da più parti vi è un ritorno all’intuizione e sensibilità poetiche crociane o alle pascoliane “piccole cose quotidiane”, a discapito proprio della poesia di ricerca basata sul concetto di contraddizione? Senza il reincantamento del suo corpus poetico e quell’aura mitologica priva di connotazione critica, senza la spettacolarizzazione della poiesis e la mercificazione, appunto, di essa, o in quale altro modo? Intanto, malgrado le ritrosie che pullulano attorno alla letteratura di ricerca, il dato più rilevante che emerge dal numero e dalla qualità di certe pubblicazioni cosiddette “ufficiose” (tutto merito delle piccole case editrici), nonostante una divulgazione quasi “porta a porta”, è che essa non è venuta mai meno al suo ruolo, cioè a quel ruolo di antagonismo e di contraddizione, al di fuori di un campo omogeneo, nei confronti di una letteratura tradizionale. Ovviamente ancora da una posizione decentrata rispetto al centro del potere e delle strategie del mercato letterario, con un senso materiale che contro-dice la rappresentazione di una letteratura come pratica assoluta, chiusa, definita, per aprirsi continuamente ad una pratica eterogenea e dinamica, antagonista e avanguardista, dove non esistono generi ma una testualità di segni che s’incrociano in più direzioni.

 

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[1]  Herbert Marcuse, L’uomo a una dimensione, Einaudi, Torino, 1967, p. 80.

[2]  Cfr. ivi., p. 112.

[3]  Ibid.

[4]  Mario Lunetta, Un’allegoria straziata dal dolore, in Poesia italiana della contraddizione, a cura dello stesso e di Franco Cavallo, Newton Compton, Roma, 1989, p. 20.

[5+  Cfr. H. Marcuse, op. cit., p. 86.

[6]  M. Lunetta, op. cit., p. 23.

[7]  Giuliano Gramigna, Il mondo nella trappola del suo spettacolo, in «Corriere della Sera», Milano, 20.5.1984.

[8]  M. Lunetta, op. cit., p. 17.

[9]  Stefano Lanuzza, Spettacolografie, in «Altri Termini», n. 2, terza serie, Napoli, giugno 1985, p. 81.


 

Saggistica

Informazioni su frequenzepoetiche

Giorgio Moio è nato a Quarto (NA) il 25 maggio 1959. Poeta, è stato redattore delle riviste «Altri Termini» e «Oltranza» (di quest’ultima è anche tra i fondatori). Direttore editoriale di una piccola casa editrice, nel 1998 ha fondato e dirige la rivista «Risvolti», quaderni di linguaggi in movimento. Ha collaborato con numerose riviste, attualmente collabora assiduamente col magazine on line "Cinque Colonne" e con la rivista webzine "Malacoda". Ha pubblicato una quindicina di volumi.

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