GIORGIO MOIO, Intervista ad Assunta Sànzari Panza

Il poeta che andiamo ad intervistare è Assunta Sànzari Panza, nata a Castelvenere (BN) e residente in provincia di Avellino. Insegnante di scuola primaria, ha pubblicato testi poetici in «Fermenti» e in diversi siti letterarî. È membro della giuria del Premio Internazionale Prata, che si tiene nella Basilica Paleocristiana di Prata Principato Ultra e si articola in varie sezioni allo scopo di esaltare il mondo culturale, della comunicazione, della ricerca scientifica e dell’impegno civile e sociale.

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Come si è avvicinata alla poesia?

Scrivere è sempre stato per me un bisogno primario, fin da bambina. Solo scrivendo riesco a capire le cose.

Ho letto da qualche parte che, da un lato va affermando che “la forma è l’unica sostanza dell’arte”; dall’altro, che bisogna “sfondare il confine del verso”. A questo punto è lecito domandarle, che considerazione ha della ricerca poetica, della sperimentazione di nuove forme poetiche?

Senza ricerca e sperimentazione perpetua non esiste poesia. La cui forma è sostanza se è vero, come è vero, che la parafrasi la distrugge.

Riporto ancora una sua affermazione: «L’opera d’arte (in particolare la poesia) si compie, insomma, nell’interpretazione, in assenza della quale è completamente inerte». Può darci più nozioni?

Il ruolo del lettore è determinante per il compimento dell’atto estetico. Si vorrà forse negare che ogni lettura scopra nuovi sensi? Ergo, l’opera resta muta se non viene accesa, vivificata dall’interprete.

Se la poesia (o l’opera d’arte) si compie nell’interpretazione, che ruolo ha la critica?

Un ruolo decisivo, come ho appena detto. Il critico è un superlettore che ha la capacità di scavare nell’opera per trarne significati inopinati, inauditi sovente anche per lo stesso artista.

C’è stato qualcuno che deve ringraziare per averle dato, che so, dei consigli di come muoversi nel suo percorso artistico? Insomma, c’è un modello che ha seguito o che segue?

Nessun modello. Sono un’accanita consumatrice di poesia da che ho memoria di me, ma ho sempre cercato di trovare la mia strada in maniera completamente autonoma. Devo molto a Gualberto Alvino, i cui consigli sono stati per me talmente preziosi da indurmi a modificare radicalmente la mia concezione della letteratura, come si evince dalla mia silloge poetica Lux. Nova et vetera, di imminente pubblicazione e prefata dallo stesso Alvino.

La maggior parte di noi ha avuto come riferimento i propri genitori (tranne per quelli, sfortunatamente, che sono nati orfani, ovviamente), figure indispensabili per la nostra crescita. Quanto hanno contato (o continuano a contare) nella sua vita?

I miei genitori hanno influito molto sulla mia crescita culturale. In particolare mio padre Antonio Panza, uomo di specchiata moralità e spiccato gusto estetico, per il quale la cultura rappresentava l’unico mezzo per affrontare le avversità della vita e, soprattutto, per risolvere ogni tipo di problematica personale e sociale.

Essere stata figlia di un padre dedito alla politica, addirittura investito dalla carica di sindaco di una cittadina campana, le ha reso la vita più facile o conflittuale? Perché “facile” o perché “conflittuale?

Né più facile né più conflittuale. Considero l’attività pubblica di mio padre (tuttora ricordato con rispetto dai nostri concittadini) una lezione di vita e di condotta morale.

A proposito: qual è il suo rapporto con la politica, con l’ambiente, con i problemi di tutti i giorni?

Ho svolto un’appassionata attività politica fino a qualche anno fa, quando mi resi conto degli scenari in cui versa una politica dilaniata e ormai priva di pathos.

Seguendola anche su Facebook, riporto qui un suo post: «Non ti piacerebbe tornare indietro nel tempo e fare una passeggiata con tuo padre?». Quanto è stata importante per lei la figura paterna?

La figura di mio padre è stata fondamentale nella mia vita. A distanza di 12 anni dalla sua scomparsa, lo ricordo ogni giorno con affetto e straziante nostalgia.

Ci sono altri desiderî inespressi nella sua vita?

Riuscire a condurre in porto i miei progetti letterari.

Il nostro comune amico Gualberto Alvino afferma che la cultura non la dà la scuola. Siamo noi a costruircela. Perché la scuola è così sorda, così oziosa?

Concordo con Alvino: la scuola non può offrire altro che input e spunti di ricerca; il resto spetta all’individuo.

Che cos’è per lei l’amicizia?

L’amicizia è importante perché può spesso avere una funzione salvifica. Ma, ahimè, è una delle cose più rare.

Che cosa distingue l’uomo dal poeta?

La capacità di ascoltare il rumore «dell’erba che cresce», come dice Ungaretti.

Torniamo alla poesia. Cosa cerca nella poesia? Quali sono gli argomenti alla base dei suoi intenti?

La poesia è per me uno strumento di conoscenza. Lavoro sul confine tra arte come artificio e vita vissuta. Tutto quel che scrivo scaturisce dall’esperienza: i dati concreti e reali sono ovviamente trasfigurati. La mia poesia è sempre immagine in movimento, governata da un ritmo spezzato e mai prevedibile.

La sua scrittura segue delle linee o delle correnti culturali specifiche?

Non direi. Ribadisco la mia tendenza a esplorare sempre nuovi territori espressivi: solo così è possibile comprendere la realtà che ci circonda.

In letteratura si può incontrare l’amicizia, cioè fidarsi dei “colleghi”, o il poeta e lo scrittore sono destinati ad affrontare le problematiche in perenne solitudine?

Non posso che sottoscrivere toto corde una massima di Antonio Pizzuto: «Ci si trova soli dinanzi alla scrittura, in perpetuo rischio ottativo».

Un consiglio per i giovani che si apprestano ad entrare nel tortuoso mondo della scrittura creativa?

Sono restia a dispensare consigli. Ma, visto che lei mi esorta a farlo, eccone uno: evitare il già detto, sia a livello tematico sia sul piano formale.

Oggi il compito della poesia sembra un’autocelebrazione. Sembra che i poeti non abbiano più nemici da contrastare. Troppi poeti della domenica, o sempre le stesse facce (poche) alle presentazioni di libri o letture poetiche; troppe poesie tutte dello stesso tono. Insomma: sembra esplosa in piccoli clan, e non sempre collegati tra loro, neanche nella stessa città. Qual è la sua opinione in merito?

Concordo con lei. Siamo circondati da pletore di impostori che spesso non distinguono un’assonanza da un rinoceronte. Per costoro l’attività “letteraria” non rappresenta altro che uno status symbol.

Sembra che oggi la poesia non venga presa con la dovuta serietà, finendo per essere uno “spassatempo”. Lei quanto prende sul serio la poesia?

Reputo criminoso asserire che la poesia possa essere un passatempo. Per me è sempre stata un’attività irrinunciabile.

Si sa che molti premi letterari, direi il 90%, sono costituiti ad personam, per amici e con una tassa di lettura per leggere qualche testo. Ha mai partecipato ad uno di essi e che opinione si è fatta, quale beneficio può arrecare un siffatto premio?

Condivido il suo pessimismo: i premi letterari seri si contano sulle dita di una mano.

Oggi, con la crisi dell’editoria, pubblicare un volume non è semplice: le grandi case editrici non ti filano se non sei legato alla politica o a risorse economiche; per di più le piccole (non tutte per fortuna) ti chiedono contributi economici, spesso esosi. Ha riscontrato difficoltà editoriali durante il suo percorso poetico?

Fortunatamente non ancora, ma so bene quale sia l’andazzo.

Le hanno mai chiesto denaro per pubblicare?

No, mai.

C’è qualche editore non a pagamento che consiglierebbe a chi si appresta a pubblicare e qualcuno da tenere alla larga, specie se a pagamento?

Non mi sono mai occupata della questione.

È risaputo che al giorno d’oggi si legge molto poco; gli autori, che siano poeti narratori o saggisti, a giusta ragione si lamentano di questa inedia. Ha mai cercato di dare una spiegazione a questo fenomeno?

Si è sempre letto molto poco, soprattutto dall’avvento della civiltà dell’immagine. Ma ho molta fiducia nei giovani, alcuni dei quali — mi consta personalmente — fanno della lettura un vero e proprio lavoro.

Se dovesse paragonare la sua poesia a un poeta famoso, a chi la paragonerebbe e perché? Quale affinità elettive ci trova con la sua poesia?

Saba, Penna e Caproni per la mia prima stagione; Sanguineti e Amelia Rosselli per la seconda. Ma, ripeto, non si tratta di modelli.

Quando si è accorta che poteva fare la poeta?

Non c’è un momento preciso in cui ci si accorge di poter poetare: per quanto mi concerne, si tratta di un’inclinazione naturale, che ovviamente dev’essere coltivata giorno dopo giorno.

Cosa pensa dei libri digitali? Possono competere con l’editoria tradizionale, cioè con quella cartacea e perché?

Tutto il male possibile. La carta ha un fascino ineguagliabile.

Trova difficoltà con l’ambiente letterario in cui vive e che rapporto ha con i suoi colleghi campani?

Nessuna difficoltà: i miei rapporti con gli scrittori della mia terra, l’Irpinia, sono sempre stati improntati a cordialità e stima reciproca.

Quando non si occupa di poesia, di cosa si occupa?

Studio e cerco di svolgere al meglio la mia professione d’insegnante.

La soddisfazione maggiore – se c’è stata – che ha raccolto nel mondo letterario?

Pubblicare in riviste prestigiose come «Fermenti», «Steve», «Arenaria» e «Malacoda».

E quella ancora da venire?

Devo essere sincera? Vedermi recensita sulla Treccani.

Ha una ricetta per far uscire la poesia dallo stato comatoso in cui versa?

Insegnarla come si deve fin dalla scuola primaria.

In conclusione: quali programmi ha in cantiere?

Per ora sono totalmente concentrata sul mio libro, che uscirà tra breve per i tipi di Robin Editore.

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