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GIORGIO MOIO, Intervista a Daniele Maria Pegorari, co-direttore della rivista «incroci» di Bari

DISCUSSIONI – INTERVISTE


Incominciamo con una domanda semplice e forse scontata, ma che ci serve per inoltrarci in questa intervista. Chi è Daniele Maria Pegorari?

Sono nato quasi 50 anni fa a Bari, nella cui Università sono professore di Letteratura italiana moderna e contemporanea. I miei libri, i miei articoli accademici e i miei interventi militanti credo testimonino una triplice passione: la sociologia della letteratura, la poesia in lingua e in dialetto e la tradizione dei modelli.

 

Come e quando è nata «incroci»?

Il 12 febbraio 1999 si riunì nello studio dell’editore Adda, a Bari, il gruppo di scrittori che negli anni Ottanta-Novanta, raccolti intorno a Lino Angiuli, aveva già dato vita a due riviste, «Fragile» e «in oltre». Si trattava di avviare una nuova avventura, con uno spazio per gli studi e la riflessione maggiore che in passato; così fui coinvolto anch’io che, da dottore di ricerca, muovevo i primi passi nella critica. Nel 2000 eravamo pronti con i primi due numeri.

 

Ti affidi a collaboratori e a un editore? Puoi farci i loro nomi?

Questi ventun anni mi hanno fatto scoprire la meraviglia di veder nascere un percorso totalmente, condiviso. Insieme al condirettore Lino Angiuli, poeta straordinario e vulcanico nell’ideazione artistica, ho un ruolo di stimolazione, indirizzo e selezione, a cui poi concorrono i redattori, secondo le disponibilità e le diverse sensibilità: accanto alle firme storiche (Carmine Tedeschi, Domenico Ribatti, Raffaele Nigro, Esther Celiberti e Gina Cafaro) ci sono autori che sono entrati nel sodalizio nel corso degli anni (Salvatore Ritrovato, Domenico Mezzina, Milica Marinković, Delio De Martino, Achille Chillà). Come si può capire, strategico è il ruolo del segretario di redazione che dal 2012 è Marilena Squicciarini. Ma nulla potrebbe realizzarsi se non ci fosse il sostegno coraggioso dell’editore Giacomo Adda e della sua abilissima grafo-redattrice Sabina Coratelli.

 

A chi è rivolta «incroci» e con quale periodicità?

La rivista è semestrale e credo di poter dire con un certo orgoglio che i nostri 40 numeri (l’ultimo è apparso a fine 2019) sono sempre apparsi con estrema puntualità a giugno e dicembre. È una rivista che si rivolge al più ampio pubblico dei cultori delle scritture moderne e soprattutto a coloro che abbiano il desiderio di fare della letteratura uno strumento conoscitivo “globale”, non specialistico e “non corporativo”. Una rivista militante, dunque, eppure da molti anni insignita dall’Agenzia Nazionale di Valutazione dell’Università e della Ricerca del riconoscimento di Rivista Scientifica.

 

Una rivista è in pratica un libro che invoglia a letture totalmente diverse rispetto alle scritture sul web. Ma siamo nell’era digitale. Della tua rivista c’è anche una versione on line o solo cartacea? Se è quest’ultima che avete scelto, perché avete rinunciato alla versione on line?

Dal secondo semestre del 2009 la rivista cartacea è affiancata da un blog (incrocionline.wordpress.com), che funziona un po’ come vetrina della testata (con la pubblicazione dei sommari, delle copertine e di alcuni estratti dei fascicoli) e un po’ come sua integrazione: la quantità di sollecitazioni, di collaborazioni e di accadimenti ci impone di dare occasioni di pubblicazione più rapida (senza attendere la cadenza semestrale), offrendo anche l’opportunità di commentare gli interventi e di sviluppare dei forum

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A proposito di riviste on line: cosa pensi del fatto che sempre più riviste nascano esclusivamente sul web “abbandonando il cartaceo”, rinunciando alla fisicità, all’odore dell’inchiostro o al piacere tattile di girare le pagine? Sono soltanto un’opportunità ai fini economici?

Sinceramente io non sono un “feticista” della carta. Mi pongo, piuttosto, un problema di efficacia e di comodità e, allora, ti dico che mentre per i libri ritengo che l’eBook presenti più inconvenienti tecnici, antropologici e giuridici che vantaggi (ne ho scritto in un mio libro del 2018, Scritture precarie), riconosco che le collezioni delle riviste possono trarre molto vantaggio dalla consultabilità on line: non c’è studioso che non conosca la frustrazione di non riuscire a leggere un saggio, magari prezioso, perché pubblicato su una rivista introvabile. Resta, però, il fatto che se la rivista ha anche una progettazione grafica di qualità (come «incroci»), il piacere di sfogliarla non è eguagliabile dalla lettura a schermo.

 

Nell’ultimo editoriale si parla di famiglia, anzi di familismo, che rimane (la famiglia) un caposaldo socio-culturale, nonché di nazionalismo, due forme umanitarie che tendono a proteggere più che a esternare le proprie risorse e capacità. Pare che ultimamente le riviste si muovano più verso la protezione di se stesse che verso un’apertura di nuove risorse. Come dovrebbe comportarsi una rivista, tenendo conto dell’andamento societario o ‒ come si diceva ‒, chiudendosi nel proprio oblio?

Quando una comunità umana (una famiglia, un paese, un’etnia, un movimento religioso o politico, un’associazione, un sodalizio culturale, un’affiliazione accademica) si fanno prendere dall’“ossessione identitaria”, serrando le fila e appagandosi della propria esclusività, vuol dire che qualcosa non funziona. Credo ci sia sempre un’ipocrisia di fondo in chi dice che per confrontarsi col diverso bisogna prima esser sicuri delle proprie radici. La verità è che l’appartenenza e il riconoscimento sono amuleti contro la paura irrazionale di non essere all’altezza delle sfide che ci attendono ogni giorno.

 

E «incroci» come tiene conto dell’andamento societario?

Quando progettiamo un numero siamo sempre attenti a cogliere dal contesto sociale le suggestioni più attuali, le parole d’ordine e le tematiche ricorrenti. Le mettiamo sul “tavolo” e le trasformiamo in grandi campi metaforici, scoprendo come la letteratura (in forza della sua natura linguistica) può offrire interpretazioni che sfuggono del tutto ai dibattiti politici o economici. La letteratura (specie se collabora con altre arti) ha la grande capacità di figurare il futuro, di progettare utopie e metterle al servizio della realtà.

 

In un articolo, a firma di Antonella Squicciarini, Crisi e crisalidi. Il nuovo numero di «incroci» (apparso su «La Repubblica-Bari», 30 giugno 2012), a proposito dell’uscita del n. 25, dove la tua rivista decide di “cambiare pelle”, si legge che interrogandosi «sulle modalità di fare letteratura, storia, cinema, “incroci” continua a occuparsi della qualità della cultura, lasciando alla grande editoria le preoccupazioni sulle quantità». Detto tra noi, a quattr’occhi, quale dovrebbe essere il ruolo di una rivista in relazione al contesto?

L’imperativo categorico è fare “resistenza”: Adorno docet. Intendo dire che «incroci» prova da ventun anni a essere occasione per scelte culturali che non si adeguino alle logiche del mercato e agli stili linguistici ad esso funzionali. Se la cultura non “fa attrito”, se si appiattisce sul senso comune, se non rischia di essere “scartata”, allora non serve, si riduce a essere un decoro dello status quo. Ma se si vuole costruire una sensibilità critica, bisogna osare; e se si dovesse finire fra i rifiuti della storia, si potrà sempre sperare che arrivi l’Angelus novus di Benjamin a rimetterci in gioco.

 

Immagino che si faccia una certa selezione prima di pubblicare testi sulla tua rivista. Oltre alla poesia cosa pubblicate, con quali parametri vengono effettuate le scelte e quanto spazio date ai giovani e alla poesia?

La rivista nasce dall’intenzione di tenere in rispettoso equilibrio la scrittura creativa e quella critica; crediamo molto in questo aspetto, poiché è importante mantenere vivo il dialogo fra gli scrittori e i loro interpreti. L’altra questione a cui stiamo attenti è l’abbattimento della separazione fra poesia e narrativa; può un amante dell’arte distinguere fra Michelangelo pittore, scultore e architetto? E allora perché il lettore dovrebbe specializzarsi sulla poesia o sulla narrativa? Ciò che conta è la qualità, la novità e, soprattutto, la ‘struttura’ dei testi. Cerchiamo di ostacolare il frammentismo, promuovendo le scritture poematiche e romanzesche o, quanto meno, quelle che evidenziano un “disegno” costruttivo. Il vero “impegno” comincia qui.

 

Se la vita è una continua ricerca di se stessi o di quello che ci fa stare meglio, l’assunto può essere girato alla sfera poetica e come?

In versi o in prosa, la scrittura è prima ricerca e poi condivisione di senso; ma una speranza di risultato si può raggiungere solo se essa si muove in direzione contraria a quella imposta dalla comunicazione, che appiattisce, omologa e rende insignificante. Come ha insegnato Calvino, la leggerezza della letteratura consiste non nella sua superficialità o astrattezza, ma nella capacità di saltare gli ostacoli, di ‘scartare’ rispetto al senso comune.

 

Ricerca di se stessi: secondo te le riviste letterarie possono aiutare a valorizzare i dialetti, cioè a recuperare le proprie radici e la propria memoria? E in che termini?

A partire dall’interesse di Angiuli per la poesia dialettale sperimentale, «incroci» ha sempre avuto un occhio di riguardo per le lingue sommerse, non solo tutti i dialetti italiani, ma anche le lingue minoritarie di tutto il mondo. Ad esempio, il n. 3 del 2001 fu interamente dedicato al tema “Innocenza e neo-dialettalità” e il n. 31 del 2015 al tema “Madrelingua”. Però l’intento non è quello di enfatizzare le identità (che sono spesso foriere di esclusivismi e violenze), ma di attivare le memorie che sono affidate ai sostrati linguistici e di indurre curiosità verso le culture periferiche soffocate dagli interessi e dal pensiero unico della globalizzazione capitalistica.

 

La poesia è irreale (a detta di qualcuno), invita al silenzio, a rappresentare il silenzio, in quanto sarebbe impotente a percepire le condizioni umane e per questo è avvinghiata da uno spaesamento. Che ne pensi?

Dante lasciò incompiuto il Convivio quando si rese conto che i vertici della sapienza comportavano il contatto anche con ciò che non è totalmente esprimibile, almeno non in termini argomentativi e scientifici. Per questo decise di scrivere un’enciclopedia in versi (questo, in fondo, è la Commedia), perché, a differenza di quello della prosa, il ritmo della poesia contiene il suono, ma anche la pausa. Nel bianco della pagina si crea l’opportunità per un’epifania di senso ulteriore, per una parola non del tutto risolta nella pronuncia dell’autore, ma proseguita nell’ascolto interiore del lettore. Pensiamo alle opere di Luzi, soprattutto le ultime, con le parole che “galleggiano” nella pagina: non sono frantumi che succedono a un’esplosione, sono primizie che nascono dal deserto.

 

È ancora possibile oggi una proposta di poesia alternativa e in che termini? O la proposta è ancora legata alla tradizione e perché?

Credo sia da considerare chiusa la stagione dell’alternatività (presunta) della poesia, sia rispetto alla prosa (per le ragioni a cui ho accennato), sia rispetto alla tradizione. L’estremismo sperimentale ha senso solo in certi momenti della storia dell’esperienza estetica, in cui si avverte un bisogno di rottura e in cui all’oltranzismo formale si accompagna una novità anche teorica. Ma ciò non può avvenire a lungo; il concetto di avanguardia è per sua natura di breve durata. La provocazione continua non può che coincidere col suo opposto, con l’assuefazione all’eccesso, che vuol dire svuotamento del potenziale rivoluzionario dell’arte. In un tempo di banalizzazione e spettacolarizzazione della poesia (come ravvisa con giusta preoccupazione Cesare Viviani nel suo pamphlet del 2018, La poesia è finita. Diamoci pace. A meno che…), non credo sia vincente reagire accentuando l’aspetto autoreferenziale del linguaggio. Bisogna trovare la chiave per parlare alle menti e ai cuori dei lettori di oggi, soprattutto dei giovani.

 

Qualcuno azzarda che le riviste letterarie non abbiano più motivo di esistere, visto che non ci sono più correnti letterarie e i lettori scarseggiano o al massimo leggono on line. Perché i lettori dovrebbero leggere la tua rivista?

Perché ogni numero di «incroci» propone un “capitolo” tematico di un progetto di lunga durata; alla rapsodicità casuale delle letture web rispondiamo con l’arte del ragionamento graduale, alla velocità superficiale della comunicazione mediatica rispondiamo con la lentezza di ciò che non si consuma, ma si stratifica in un edificio mentale. I lettori scarseggiano anche perché sono disorientati sia dalla quantità abnorme della produzione editoriale sia dalla rizomaticità del web: la rivista, invece, orienta (anche attraverso le recensioni), seleziona gli autori e li coordina in un itinerario lineare. Che la vita sia labirintica è un dato ineliminabile, ma in questo labirinto ci si può perdere o ritrovare: un libro o una rivista sono un possibile filo d’Arianna.

 

Da quando si pubblica «incroci» ci sono stati argomenti che ti hanno fatto esclamare: «Vale la pena proseguire! Vale la pena spenderci il mio tempo!»? E quali sono?

Grazie al cielo tutti e 40 i volumi (e i prossimi su cui stiamo lavorando) ci hanno gratificato delle tante ore settimanali impiegate costantemente da ventun anni per programmare, scrivere, redazionare, correggere e promuovere il nostro prodotto! Se così non fosse stato, il nostro sforzo volontario si sarebbe esaurito da tempo. Ma forse siamo stati più incisivi quando abbiamo utilizzato lo strumento letterario per accostarci ai grandi temi sociali dell’ultimo decennio: la crisi economica, la salute, la libertà, l’utopia, l’identità, la nazionalità e i flussi migratori.

 

E quelli più interessanti a livello personale?

I contributi che hanno intercettato maggiormente i miei percorsi di ricerca e insegnamento sono stati quelli dedicati alla riconfigurazione dei ruoli sociali (sul lavoro o in famiglia, per esempio), quelli incentrati sulla resistenza della tradizione umanistica e, più in generale, quelli che hanno postulato una revisione in chiave estetica e morale del concetto di produzione (in opposizione al parametro del PIL).

 

Quale dovrebbe essere il ruolo di una rivista letteraria in questo “strano” periodo storico, affinché torni a essere protagonista nel mondo letterario come avveniva nel Novecento e maggiormente nel secondo dopoguerra?

Il portato più prezioso di una rivista, in un tempo di individualismo sfrenato, è quello di riscoprire il valore del lavoro collettivo. Tutti i redattori di una rivista, solitamente, sono autori di libri o almeno di saggi, in cui essi possono in totale autonomia proporre un’idea “singolare”; ma una rivista è un’esperienza “altra”, è una costruzione comune, in cui ci si regala reciprocamente idee e suggestioni e si ritrova quel gusto della creazione comune, che è il principio fondante di ogni società. Il progressivo assottigliamento di questo valore e la scomparsa di occasioni di lavoro comunitario, invece, costituiscono un impedimento alla formazione in ciascuno di noi di un’idea di socialità. E così, come ravvisava anche Bauman, ci rassegniamo a (non) risolvere individualmente gli enormi problemi che sono peraltro prodotti su scala globale. L’esito finale dell’individualismo è, perciò, la frustrazione.

 

L’accusa maggiore che viene rivolta alle riviste è quella di giacere in una specie di “oblio”, un limbo separato dal contesto in cui opera. «incroci» come si rapporta con l’ambiente in cui opera, cosa propone ai lettori al di fuori della pagina, quali altre iniziative, nel tentativo di realizzare una concreta amplificazione del suo messaggio?

Quasi subito «incroci» ha avvertito il bisogno di creare non solo incontri pubblici di presentazione della rivista, ma veri e propri cicli di eventi che funzionassero come promozione del dibattito, educazione estetica e sviluppo civile. Il primo progetto di una certa complessità è stato quello degli “incroci po/meridiani”: oltre 30 incontri, dal 2012 al 2015, con scrittori, artisti, musicisti, accademici e giornalisti (anche stranieri), accolti a Terranima, un noto caffè storico di Bari. Il progetto a cui ci stiamo dedicando tuttora è quello di “Scatti di Poesia”: dopo aver sperimentato sul n. 28 del 2013 un ‘incrocio’ collettivo di fotografia e scrittura, dal 2014 l’abbiamo trasformato, con l’agenzia di comunicazione Quorum Italia, in un apprezzato appuntamento annuale, ospitato sempre in prestigiosi edifici monumentali, prima a Monopoli ora a Bari e in altri centri. Ma «incroci» è stata partner anche di eventi occasionali, il cui caso più riuscito fu senz’altro “Dante, l’immaginario”, un festival per il 750° anniversario della nascita del Poeta, che ha coinvolto il capoluogo pugliese per tutto il mese di novembre 2015, con appuntamenti addirittura quotidiani.

 

Per concludere: cosa ci proponi col nuovo numero, quali progetti ci sono in cantiere?

A giugno uscirà un numero dedicato all’Amore: può sembrare un argomento scontato e forse per questo non ce ne siamo mai voluti occupare, ma abbiamo pensato che a ventun anni (maggiorenni anche secondo le leggi più vecchie!) fosse giunto il momento di sviluppare questo tema, con la consueta libertà e imprevedibilità. Per dicembre 2020 e per i due numeri del 2021 stiamo raccogliendo materiali sul Sacro e sull’Erranza; ma è giunto anche il momento di un bilancio della nostra storia e, pertanto, in uno di questi numeri pubblicheremo gli atti di un convegno sul ventennale di «incroci» che si è tenuto all’Università di Bari “Aldo Moro”, il 12 dicembre 2019. Un’operazione doverosa per cominciare a fissare un capitolo forse non immeritevole della cultura letteraria pugliese e italiana contemporanea.


 

Pubblicato da frequenzepoetiche

Giorgio Moio è nato a Quarto (NA) il 25 maggio 1959. Poeta, è stato redattore delle riviste «Altri Termini» e «Oltranza» (di quest’ultima è anche tra i fondatori). Direttore editoriale di una piccola casa editrice, nel 1998 ha fondato e dirige la rivista «Risvolti», quaderni di linguaggi in movimento. Ha collaborato con numerose riviste, attualmente collabora assiduamente col magazine on line "Cinque Colonne" e con la rivista webzine "Malacoda". Ha pubblicato una quindicina di volumi.

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