GIORGIO MOIO, Documento – Sud


Con la pubblicazione di «Documento Sud». Rassegna di arti e di cultura d’avanguardia (ottobre 1959, gennaio 1961), diretta da Luigi Castellano [detto Luca], artista, critico d’arte, giornalista, arredatore urbano, si soppiantano, senza mezzi termini, le forme provinciali di un neorealismo descrittivo e folcloristico, ridicolo e privatizzato, attività culturali marcatamente medioevali, di consumo, lauristiche che trovano terreno fertile in alcune riviste [1], 

 «così vistosamente […] [in contrasto] con le tendenze più recenti dell’arte mondiale» [2], 
promuovendo il “Movimento Arte Nucleare” [3] a Napoli con l’apporto del “Gruppo 58”, costituito con un manifesto il 5 agosto 1958 per iniziativa di Mario Colucci, già componente della “Pittura Nucleare”, e di Guido Biasi. Aderiscono al gruppo Lucio Del Pezzo, Bruno Di Bello, Sergio Fergola, Luca, Mario Persico e Franco Palumbo. Si mette in campo un certo attivismo politico dell’arte, ponendosi in posizione polemica nei confronti dell’astrattismo  per una “nuova figurazione”, più semplice, che non trascuri i rapporti con la cultura internazionale, ad esempio con il gruppo “Phases” di Parigi. 

Si tenta di superare il vuoto e il deserto presenti, in modo spaventosamente uniforme, sul territorio letterario e artistico: “stabilire il rapporto fra civiltà e miti primordiali” dal quale derivare le immagini. Una proclamata vacuità della storia, un disconoscimento del mondo effimero, nascono su più fronti per mettere in crisi gli strumenti tradizionali ed esistenti, gli spazi poetici delimitati dalla confusione che imbrigliano l’artista e rafforzano il sistema della banalità che li partorisce: si affronta (come mai prima) la volontà di pacificazione che fa del consueto il dialogo col mondo, del consumo il suo credo, l’unica meta di certi “progetti” artistico-letterari. Le forze nuove dell’avanguardia napoletana si dissociano professando a voce alta una vena provocatoria e trasgressiva in nome di una cultura altra, 

 «nel tentativo “disperato, e forse vano” di essere in qualche modo “alternativi” […] alle ragioni dell’industria del più basso profitto» [4].

Ai sei fascicoli di «Documento Sud», rassegna di arte e di cultura di avanguardia, 

«che […] rappresenta il primo reale documento dell’esistenza di una avanguardia a Napoli» [5], 

collaborano attivamente i pittori del “Gruppo 58” (Guido Biasi, Luca, Lucio Del Pezzo, Franco Palumbo, Bruno Di Bello, Sergio Fergola e Mario Persico) e molti autori stranieri (tra gli altri, Edoward Jaguer e Jacques Lacomblez, rispettivamente promotore del movimento parigino “Phases” e direttore della rivista «Edda» di Bruxelles), coi quali il gruppo napoletano della giovane avanguardia instaura uno scambio d’idee, di progettazioni, sin dalla prima uscita di «Documento Sud» che diventa sempre più il suo organo di stampa. Con lo sguardo puntato oltre la soglia della propria “casa”, si allargano gli orizzonti mentali e artistici in una città congestionata, una città che Edoardo Sanguineti, all’interno di una inchiesta di quel periodo sulle attività culturali a Napoli, promossa dalla rivista milanese «Il Marcatré» (pubblicata sul n. 14-15, maggio-giugno 1964), a cura di Lea Vergine, non esita a definire 

 «il centro più veramente vivo di cultura figurativa che oggi esista in Italia, e può vantare questo suo primato […] da parecchio tempo» [6].

La pittura, dunque, è predominante sulle pagine di «Documento Sud», anche se si pubblica, nel primo, terzo e quinto numero, testi poetici di Sanguineti (Il palombaro e la sua amante, Alphabetum e Opus ethicum), di Marcello Andriani, pseudonimo del pittore Guido Biasi (Il gioco dura poco), di Emilio Villa, poeta e critico d’arte che influenzerà più avanti, non poco gli ambienti culturali  napoletani (il terremoto che affoga nel marsala), di Stelio Maria Martini (a partire dal quarto numero) e una poesia visiva del dadaista Francis Picabia. 

«Documento Sud» ha un ruolo di fondamentale importanza per la storia della poesia verbovisiva italiana, per l’interconnessione tra parola e immagine, il recupero del Futurismo che a Napoli ha avuto il suo massimo esponente in Francesco Cangiullo. E non ci pare che si possa attribuire alla casualità la rottura con la “disoccupazione mentale” circolante, che avviene grazie al lavoro sperimentale di un gruppo di pittori, guidati dall’estrosità di Luca, 

 «animatore, organizzatore galvanizzatore di tutte le iniziative locali di allora» [7], 

in quanto, come giustamente ha affermato Baj, importante collante tra i “pittori nucleari” di Napoli con quelli internazionali, a 

 «Napoli il figurativo è ovunque, negli “ex voto” argentati a pezzi di membra umane, nell’arte popolare, nelle mascherate, nei cortili barocchi, per le strade, nella fumarola di Pozzuoli e nelle lave del Vesuvio, nelle sagre di Porta Capuana» [8], 

presentandosi come un 

 «immenso monumento POP» [9].

Nell’editoriale del primo numero, a firma di Luca, si evidenzia suubito la linea della rivista: 

 «non è una rivista, ma un documento […] realizzato come un incontro fra artisti che cercano di enunciare intenzioni nuove e precise nel clima di una collaborazione non intesa come movimento uniforme ma come uno sforzo unanime di risolvere, con ogni possibile arma e proposta sperimentale, i problemi dell’arte d’avanguardia, particolarmente nel nostro paese»,

e più avanti,

 «è il tic nervoso della protesta, è il vizio del pericolo, l’abuso del rifiuto. È anche il termometro del nostro disgusto per tutti i prodotti bene accetti e i luoghi comuni della critica e i codici delle cricche dell’ufficialità».

Di «Documento Sud» escono sei numeri: n. 1 (ottobre 1959), con la scritta in copertina “scetateve guagliune ’e malavita”, ospita testi di Pierro Jorre de Saint Jorre, Ivo Michiels, Edoardo Sanguineti, M. Smith, Alexandre Henisz, Homer Rackover, Riccardo Barletta, Marcello Andriani, F.T. Marinetti, Gaston Fidèle, Francis Picabia, Mario Persico. Guido Biasi, e i clichè di E. L. T. Mesens Peverelli, Enrico Baj, Guido Biasi, Lucio del Pezzo, Bruno di Bello, Carlo Del Pozzo, Sergio Fergola, Libero Galdo, F.T. Marinetti, Luca, Francis Picabia, Franco Palumbo, Mario Persico. La rivista si avvale anche di un gruppo di corrispondenti: Enrico Baj (Milano), Edoardo Sanguineti (Torino), Jean Jacques Label (Bruxelles), Edouard Jaguer (Parigi) e Edouard Léon Théodore Mesens (Londra); n. 2, con la scritta in copertina “chi me piglia pe’ francese/ chi mi piglia pe’ spagnola/ io so nata o’ Conte e’ Mola/ mett’a’ coppa a chi vogl’io”, ospita testi di Mario Persico, Enrico Baj, Jean Jacques Lebel, Marcello Andriani, Enrico Crispolti, Barletta, Castellano, Jaguer, Guido Biasi e i clichès di Luca, Galdo, Palumbo, Trubbiani, Pollock, Alfano, Baj, Brauner, r. d’Haese, Lebel, Reuterswärd, Dubuffet, Verga, Gruppo ’58, Barisani, C. Del Pozzo, Massey, Fergola, Biasi, L. Del Pezzo, Viscardi, Freda, Di Bello, Persico, Jaguer, Colucci. L’editoriale di questo numero, ancora a firma di Luca, invita a riflettere: 

 «il mondo seguiterà a girare: soltanto, che noi possiamo affermare con certezza che nei secoli, di sicuro, c’è stato e ci sarà sempre un solo principio che determina tutte le azioni finite di questo mondo: LA RIVOLTA». 

Si analizzano i rapporti fra arte e comunicazione e arte e tecnologia, rendendo linguaggio artistico i sottocodici prodotti dalla civiltà industriale; n. 3, con la scritta in copertina “E bersagliere vonno / e ppenne p’ ’e cappielle… / Uh quanta capuncielle / e galle aimma spennà”, ospita testi di Andriani, Mesens, Cuomo, Jaguer, Villa, Biasi, Delau, Persico, Baj, Sanguineti, Lacomplez, Benein, Lebel e i clichès di Baj, Mesens, Copley, Ray, Klapheck, Del Pezzo, Luca, Persico, Colucci, Lacomblez, Di Bello, Brancusi, Venditti, Sonderborg, Troiano, Biasi, Trebbiani, Barisani, Del Pezzo. L’editoriale di questo numero recita: 

 «NOI NON CREDIAMO ALLE PURIFICAZIONI, anzi siamo convinti che la vitalità dell’arte dipende dalla varietà dei suoi ingredienti, dalle esperienze inutili o insensate, dall’accettazione spregiudicata dell’“antipoetico” dell’“antiaristocratico” dell’“anti-TUTTO”»;

n. 4, con la scritta in copertina “’A bbona ’e ddio! – fa isso – O moro o campo!”, ospita scritti e poesie di Luigi Finizio, Lacomplez, Mario Persico, un estratto del “Manifeste de Naples del Gruppo 58”, la rubrica L’invettiva di Guido Biasi e i clichès di Baj, Man Ray, Paolozzi, Picabia, Di Bello, Martini, Biasi, Langois, Galdo, Fergola, Bertini, Kalinowski e Cena; n. 5, che si presenta senza scritte in copertina, composto e impaginato da Mario Persico, ospita poesie di Stelio Maria Martini (che da questo numero fa il suo ingresso in redazione), Sanguineti,  Lacomplez, Mesens, Andriani, la prima puntata sul senso dell’arte di Persico, un testo congiunto Baj-Mesens e i clichès di Baj, Zimmermann, Cena, Caniaris, Wetzel, Di Bello, Inios Pabi, Max Ernst, Persico, Blasi, Fahlström, Revel, Del Pezzo, Kalinowski, Copley; n. 6, anch’esso senza scritte in copertina. L’editoriale è un vero attacco alla disoccupazione mentale del quotidiano: 

 «Questa è la rivista di una setta. Non illudetevi che vi daremo tregua, razza di pecore. Il vostro è un valore quantitativo: siete in troppi; in troppi, ma tutti di specie ovina». 

Ospita scritti di Sergio D’Angelo, di Thiercelin, di Biasi, di Luca e gli immancabili clichès  di Mesens, Fergola, Andriani, Boucher, Max Ernst, Lucio Del Pezzo; Persico, Toyen, Petersen, Baj, Lacomblez, Biasi, Kurt Leonard. 

Attraverso il Manifeste de Naples, qualche mese prima della nascita della rivista, il Gruppo lancia un forte attacco all’astrattismo, ai limiti imposti dalla forma e dai “valori puri” che esso privilegia, in favore del Movimento Nucleare milanese di Baj e Sergio Dangelo, di un’intesa diffusione di nuove idee. 

 «Gli incanti non bastano più a soddisfare la nostra coscienza, e probabilmente neanche i nostri sensi desiderano più alcuna droga. Troppi sogni ci hanno devastati. La possibilità di nuove aperture può nascere […] dalla nostra stessa natura – la più intima primitiva delle nostre diecimila nature – che si ribella d’un tratto alle suggestioni apparecchiate e pavesate, e tenta di ricreare il gesto più spontaneo e più puro, di stabilire il più autentico rapporto fra la nostra civiltà e i miti primordiali che ancora abitano i suoi tessuti» [10], 

servendosi degli inediti colori (e situazioni) insiti nelle tradizioni locali, nelle espressioni popolari, affrancati dalle forme a-temporali, astratte. Un solo grido si alza dal pantano: 

 «L’astrazione non è arte ma solo concetto filosofico e convenzionale. L’arte non è astratta benché vi possa essere una concezione astratta di arte. Questo neo-platonismo è da tempo superato dagli avvenimenti della scienza moderna, quindi non ha più ragione d’essere come fenomeno vitale e attuale» [11].

Sprovincializzare e organizzare un nuovo modo di fare cultura diventa quasi un bisogno fisiologico. Si rafforzano i contatti e gli scambi con movimenti italiani ed europei (M.A.C. e C.O.B.R.A., soprattutto), l’entusiasmo di un cambiamento prende il posto dell’eterno vittimismo, dello stato pietoso e isolato in cui è costretto a vivere l’artista napoletano.

 A livello politico l’area di appartenenza è quella del marxismo leninista, anche se è più giusto dire in una forma più estrema che si concretizza, nella maggior parte dei casi, in un’anarchia ragionata, nel senso che il contrasto con la città e i poteri forti che la controllano, avviene all’interno delle istituzioni. A livello letterario e poetico la figura referente, in particolare per i giovani quali, ad es., Luciano Caruso, Felice Piemontese, Giovanni Polara, Emilio Piccolo, etc., è quella di Luigi Incoronato, un comunista nato a Montréal da genitori emigranti, l’autore di Scala a San Potito (nel quale a fare da sfondo e protagonista è una Napoli travolta dalla miseria e dalla guerra), sua opera prima, uno scrittore che aveva partecipato alla Seconda Guerra Mondiale e in seguito alla Resistenza, per stabilirsi poi a Napoli dove si laurea in Lettere nella locale Università, discutendo una tesi sulle Operette morali di Leopardi. La “spinta in avanti” per questi giovani intellettuali più sù citati è scandagliata dalla lettura del saggio Letteratura subalterna e letteratura d’opposizione e dal romanzo Compriamo i bambine del 1963, dove, citando Martelli-Faralli, con strutture linguistiche e d’impianto nuove, connesse con l’evoluzione ideologica e culturale degli anni sessanta e con personali inquietudini di intellettuale, l’Autore affronta i problemi emergenti nella società napoletana degli anni del boom economico.

In questa nostra città –, ci informa Luca, in uno degli editoriali di «Documento Sud», – poco nota all’arte attuale, città deposito  del luogo comune e del supino buon senso, ma viva per certi suoi caratteri ben riconoscibili sotto il lindore di un fauto benessere e del più vieto conformismo potremmo dire, al nostro quarto numero, che si è concretata improvvisamente quella rivolta interna, promossa e organizzata da alcuni di noi, non tanto per purgarla del detto ciarpame, ma per creare un clima favorevole al fermentare di quei suoi naturali e validi umori. Ma il bilancio, dopo cinque numeri, risulterà negativo, giacché lo sforzo prodotto dalla rivista non viene recepito, al di fuori del proprio contesto, dai giovani artisti e poeti napoletani. Pochi seguono le idee di Luca e di Emilio Villa (che da Roma è venuto in soccorso dell’amico) al di qua della barricata, ma è meglio di niente. Intanto si decide di dare più spazio alla poesia non più come fatto sporadico, grazie soprattutto all’interessamento e alla “spinta in avanti” di Villa, col quale si costruiscono le basi per un rifiuto dell’esistente, del prodotto finito, catalogato, per far largo al gesto poietico, alla provvisorietà (strumenti che avranno più tardi terreno fertile in seno al gruppo «Continuum» di Caruso e compagni), in una dimensione temporale del linguaggio, degli incontri umani.

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[1]  Per esempio da Nord e Sud. Diretta quasi sempre da Francesco Compagna, la sua attività sin dalla nascita (1954) «si pone sulla base della contestazione del “risveglio delle masse meridionali”, sollecitato e diretto dalle organizzazioni operaie: pur nel rifiuto di “astratte contrapposizioni”, nuovi compiti si aprono agli intellettuali di matrice liberale, e sul piano politico e sociale, e sul piano del confronto culturale con il marxismo» (David Bigalli, Nord e Sud, in Giorgio Luti-Paolo Rossi, Le idee e le lettere. Un intervento su trent’anni di cultura italiana con un repertorio delle riviste di cultura dal 1945 a oggi, Longanesi, Milano, 1976, p. 186). Dopo l’edizione mondadoriana, nel 1960 la rivista passa alle E.S.I. di Napoli, che è anche l’occasione per rifiutare esperienze di ricerca culturale, ribadire l’estraneità e l’opposizione all’ideologia comunista, per accogliere una «curvatura specificatamente meridionalistica, con un rinnovato interesse, in particolare, per Napoli e la Campania» (ibid.), sfruttare al meglio «tensioni e inquietudini di un nuovo assetto sociale» (ivi, p. 187), per una restaurazione del crocianesimo più vieto. In pratica, è su questa linea restaurativa di realtà illusorie, di un “meridionalismo di complemento”, poco legato alla società civile, che alcune riviste napoletane dell’epoca, letterarie e non, sorte dal 1944 al 1959 (per es. «Latitudine», diretta da Massimo Caprara; «Sud», diretta da Pasquale Prunas; «Aretusa», diretta da Francesco Flora; «Il Sagittario», «Città», «Delta», «Realtà», «Le Parole e le Idee») lavorano e si spostano, fino a promettere false speranze, verso soluzioni che promuovono se stesse.

 [2]  Ferdinando Bologna, Tutti gli chiederanno, in «Il Marcatré», n. 14-15, Lerici, Milano, 1964; ora in L’impassibile naufrago. Le riviste sperimentali a Napoli negli anni ’60 e ’70, cat. a c. di S. M. Martini, Guida, Napoli, 1986, p. 54 [quello tra parentesi quadre è nostro, anche in seguito].
[3]  Il Movimento nasce a Milano nel 1950, quando Enrico Baj e Sergio Dangelo organizzano una mostra alla “Galleria San Fedele” dal titolo emblematico di “Pittura Nucleare”. La linea che portano avanti è, che qui riportiamo da un breve stralcio del Manifesto, redatto dagli stessi Baj e Dangelo, è di contrasto con l’idea  manieristica dell’arte, per affermare, tra l’altro, la sua irripetibilità: «i Nucleari vogliono abbattere tutti gli “ismi” di una pittura che cade inevitabilmente nell’accademismo, qualunque sia la sua genesi. Essi vogliono e possono reinventare la Pittura. Le forme si disintegrano: le nuove forme dell’uomo sono quelle dell’universo atomico. Le forze sono le cariche elettriche. La bellezza ideale non appartiene più ad una casta di stupidi eroi, né ai robot. Ma coincide con la rappresentazione dell’uomo nucleare e del suo spazio».
[4]  Franco Cavallo, Editoriale di «Altri Termini», n. 1, quarta serie, Napoli, settembre 1990, p. 3.
[5]  Enrico Baj, Pop-Napoli, in «Il Marcatré», n. 14-15, cit.; ora in L’impassibile naufrago…, op. cit., p. 55.
[6]  Il “paradosso di Napoli”, ivi, p. 61.
[7]  Enrico Baj, art. cit.
[8]  Ibid.
[9]  Ibid.
[10]  Biasi, Luca, Del Pezzo, Di Bello, Fergola, Persico (testo di Biasi), Il Manifesto del gruppo 58. Movimento di pittura nucleare; ora in L’impassibile naufrago…, op. cit., p. 40.
[11]  Giuseppe Alfano, Baj, Sergio Bajini, Nanni Balestrini, Biasi, Luca, Del Pezzo, Di Bello, Fergola, Donato Grieco, Leo Paolazzi, Persico, Paolo Radaelli, Antonio Recalcati, Sanguineti, Ettore Sordini, Angelo Verga, Manifeste de Naples, ivi, p. 41.
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