GIANNINO PIANA, “Pietra su pietra” di Grazia Frisina

La poesia di Grazia Frisina è espressione di una ricerca esistenziale, che alterna meditazioni filosofiche con accenti di carattere mistico. Per questo razionalità e sentimenti si mescolano come in un inestricabile labirinto, lasciando intravedere la complessità, e talora persino la contraddittorietà, di conoscenze e di esperienze che hanno la loro sorgente nelle profondità dell’animo umano. E’ come se si sollevasse un velo sul mistero che ci avvolge senza per questo violarlo o ci si accostasse al “Tutto”, seguendone il soffio senza la presunzione di circoscriverlo, perché «il Tutto non ha forma/ è dentro e fuori» (p. 5). Non è, del resto, questo il significato del termine “rivelazione”, che dice manifestazione e nascondimento, svela e ri-vela, cioè vela di nuovo – secondo il dettato biblico – serbando intatto l’imperscrutabile segreto di Dio?

Questo orizzonte misterioso è lo sfondo su cui si muovono i personaggi, che sono al centro del racconto di Grazia Frisina, che spazia dal mondo della natura agli eventi della storia che toccano più direttamente il mondo umano. Tempo e spazio sono qui strettamente intrecciati, con un vincolo che non è solo il comune destino che li unisce – dalla nascita alla morte – ma che rende soprattutto trasparente la necessità di dare vita a una civiltà nella quale all’impegno per la costruzione di un “tempo opportuno” (kairòs) si affianchi la preoccupazione per la custodia di uno “spazio opportuno” (habitat) da lasciare in eredità alle generazioni future.

Purtroppo tutto questo non sta avvenendo. Tanti sono i segnali che rendono manifesto lo stato di malessere ontologico che attraversa l’attuale stagione storica: dalle crescenti diseguaglianze tra le classi sociali, i popoli, i sessi e le generazioni alla devastazione dell’ambiente con previsioni apocalittiche sul futuro. Ma la Frisina non si limita a denunciare (e lo fa con forza) l’avanzare del negativo. Si interroga in particolare sulle ragioni che spingono l’umanità in questo baratro, risalendo alla duplicità (e all’ambiguità) dell’esperienza umana e, più radicalmente, della stessa condizione umana. Appesa ad un filo tra disperazione e speranza l’umanità trascorre i propri giorni, oscillando tra la ricerca di un senso e la caduta nell’abisso del “Nulla” (p. 8).

La possibilità di rintracciare una via di uscita da questa strettoia che ammorba è legata anzitutto alla riscoperta, nel silenzio, dell’incanto dei fenomeni naturali: dalla «audacia della malva/ che tra i sassi si drizza/ pur con petali indolenziti» (p. 22) al campo di grano solcato dal lavoro umano, dall’incessante canto delle allodole al bisbiglio degli sterpi e agli intensi e differenti colori delle stagioni, dalla risacca delle onde marine che viene dall’accostamento a una conchiglia fino allo stormire del vento, dal quale si «impara l’ardimento e la fede / senza riposo / il tremore e lo slancio / sempre vario / che nell’impennarsi a squillo d’ebrietà / balugina e svola / la lontananza solca» (p. 19). Invogliata da tutto questo ad unirsi “alla vita che vive” (p. 22), Grazia Frisina rende manifesto il desiderio che si fa invocazione di «costruire un credo / con occhi calati e braccia alzate / La povertà in mano» (p. 12).

Alla delineazione dei tratti essenziali di questo desiderio e alla ricerca di come dargli attuazione – sta qui il cuore del messaggio – sono dedicate le ultime parti di questo suggestivo volumetto che, all’indubitabile alto lirismo, associa lo sforzo di una penetrazione della verità (o delle verità) che sta alla radice dell’umano e gli conferisce il giusto valore. Grazia Frisina non esita a denunciare con grande e onesta trasparenza alcuni aspetti della sua arte – dando con questo forma concreta al tema dell’ambivalenza del desiderio – definendo quest’ultima «seducente tentazione alla vita / intemperanza / al limite fra il candore e il  vizio» e rilevando come il “creare felice” abbia  bisogno di incorporare «il trepido impaccio il difetto / la cedevolezza della creta / l’asimmetrico lo slabbrato / sbavature e colaticci / l’informe il difforme / la strabica e ulteriore veduta del matto» (p. 57).

Tutto questo confluisce in una confessione, che mette a nudo il mondo interiore di Grazia, anche nei suoi aspetti di precarietà e di debolezza, senza falsi infingimenti o la elevazione di sterili barriere difensive, ma con la dolcezza di immagini che evocano fenomeni naturali che hanno immediatamente a che fare con l’esperienza della vita umana, in quanto indici di emozioni e di passioni che si agitano nel profondo e che denunciano – come appare evidente in una delle ultime liriche – accanto alla stanchezza, allo smarrimento e alla fatica del vivere, il ruolo che l’arte deve mantenere se intende conservare alla “parola coltivata nel buio”, la potenza cioè di un’azione trasformatrice (p. 60). E la luce viene dall’unione indissolubile di poesia e di mistica; unione che ha nella contemplazione – quella religiosa e quella laica – il proprio segreto, perché in essa «pare che persino tutto il dolore / s’accechi di sole e di voli / e smemori / fino a maturarsi mosto» (p. 41).

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Grazia Frisina

Pietra su pietra

Transeuropa, 2021, pp. 63

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Biografia di Giannino Piana

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