GIANLUCA GARRAPA, Forse/2

PROSA – AFORISMI – HAIKU


Sette

Neanche troppo.

Il suicidio è questo mutare.

Ammutire. Cambiare la bella vita. E salutare la presenza. Chiedere il telefono. Non il numero. Proprio il telefono. Una cabina portatile.

Non c’è più l’amico l’amica e il lavoro. Adesso sei libero di vivere come ti pare come ti appare come. Ti sparisce.

Libera la tua creatività.

Ama il mondo e gioca lontano dalle fonti di calore. Dal cuore. Dal sole.

Da quel neanche troppo con cui ho principiato questo luogo di parole.

Retorica.

Non mi piacciono le frasi brevi.

Telegrafiche.

A chi poi? Dovrei telegrafare? A chi?

E poi il senso dello scrivere non mi sfugge.

No.

E il senso è questo.                                   . Lo spazio bianco tra le due parole.

È questo il senso. Questa la vita. Questa l’amor-te.

 

Otto

Ho urtato il dito contro la vita e mi fa male.

Ho un urto di gomito e vomito l’olio. Olio di gomito.

La curva a gomito che più su si fa braccio e corpo.

A proposito di corpo. Io non ci sono.

Ecco.

Da questo momento smetto di esserci.

Perché sto scrivendo?

Perché ho comprato una tastiera nuova.

Questa suona.

Emette deliri e consonanti.

Vocali e vacillamenti.

Questa è una sorta di diario.

Questo è una sorta di diaria.

Vedi come il senso cambia al mutare di una sola lettera.

Senso sesso.

La solita solida storia del sintagma e del paradigma. Ma la lettera muta trasforma il discorso e lo fa sintomo.

La metafora spiega la schizofrenia.

D’accordo.

A domani.

Ci vediamo al mio funerale.

 

Nove

Io mi considero ormai un classico della letteratura interstiziale. Mi riferisco alle opere che non ho scritto e che ho telepaticamente trasmigrato per intero nelle menti di questi umani che hanno paura di non esserci.

Un lento logorante continuo selfie questa vostra letteratura.

E io sono invidioso dei non nati.

E permaloso quando mi fanno i complimenti e additano il genio che è in loro perché stanno parlando con me.

Genio sarai tu.

Non riesco a immaginare Proust o James in tour a presentare libri senza un minimo di show.

Come potrei.

Dovranno essere i libri a portare in giro me.

Se faccio letteratura.

Comunque tutto questo non ha senso. È umano troppo umano. Due mani.

Ci vorrebbero i piedi.

Sia come sia godo di questo ritrovo con me.

In questa lallazione postuma del godimento.

 

Dieci

Pausa.

 

Undici

Prendi come esempio ora.

In questo momento che ascolto Schumann.

Mandato a palla da un muro di casse.

Come nel romanzo di Vanni.

Che non dovrei.

Scherzo.

Sono i Chemical.

Escape Velocity.

Perché dare tutte queste informazioni.

Il corpo si rigenera ogni sette anni.

Bubusettete.

Io (non) sono un settenario.

Il mio corpo è un miraggio distorto.

A proposito di corpo.

In questo momento sto pensando a quando non ci sarà un quando da scrivere.

Premetto.

Da premettere sempre.

Che non vivo da solo.

Vivo da sola.

Da fallimento perpetuo. Costante e petulante.

Prendete gli zingari che ingravidano le minorenni.

Sia da maggiorenni che da minorenni.

Loro e tanti altri.

Dove traggono questo amore per la moltiplicazione?

I pesci e i pani.

Integrale.

Io non morirò mai.

 

Dodici

Sono di nuovo a casa.

Soddisfatto di te che hai letto fin qui.

Oh.

Sarebbe bello essere letti.

Federe.

Lenzuola.

Io sono il sudario dell’io.

Tu che mi leggi.

Fodera del mio pensiero.

Sudato di troppa farneticazione mia.

Attorno a me c’è il nulla e sono triste così.

Aggiunto il posto a tavola scopri che non c’è cibo per tutti.

Perché arrotondi centesimi.

È bella la musica.

Le mosche governano l’aria.

Non siamo sintomi.

Distanti da noi i ricordi ci fanno giocare.

Sono uno stronzo.

 

Tredici

L’inconscio è la lingua straniera.

I brani in inglese che non capiamo. E ci canticchiano.

Apro il frigorifero. Apro la birra.

C’è dentro me te.

Nel boccale.

Bevo. Sorseggio. Solfeggio.

Questa prosa mi piace.

Mi prende.

Ma nella prosa c’è un rubinetto arabo. Un petrolio. Una competenza e una competizione.

C’è. Come Dio.

Come Dio?

Cosa c’incastra?

Prendi la guerra contro i curdi.

Erdogan lo stronzo.

Trump lo stronzo.

Io lo stronzo.

Io.

Lo stronzo.

Tutti siete uguali a me.

Scrivete perché vi immaginate di esistere e.

Dite. Afrodite. Dieci dita.

Un pugno. Una carezza.

Una lacrima diviso due fa gli occhi.

Dai Chemical eccomi agli Who.

Un cambio. Un mutamento. Un mutacismo.

Come cambia scrivere mutando ascolto?

E tu? Ascolti? Lo sai che ritorneremo?

Scordandoci.

Ma nessun dio è un provetto musicista.

 

Quattordici

Pausa.

 

Quindici

Domani.

Per esempio.

Per chi?

Per esempio.

Non sei eccesso.

Non dici nulla di scandaloso.

Domani ho una consulenza psicoanalitica.

Ma davvero?

Scrivere della consulenza?

Sì. Ma solo per dire che.

Mi chiedo.

Ascolto per aiutare o per.


 

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Informazioni su frequenzepoetiche

Giorgio Moio è nato a Quarto (NA) il 25 maggio 1959. Poeta, è stato redattore delle riviste «Altri Termini» e «Oltranza» (di quest’ultima è anche tra i fondatori). Direttore editoriale di una piccola casa editrice, nel 1998 ha fondato e dirige la rivista «Risvolti», quaderni di linguaggi in movimento. Ha collaborato con numerose riviste, attualmente collabora assiduamente col magazine on line "Cinque Colonne" e con la rivista webzine "Malacoda". Ha pubblicato una quindicina di volumi.

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