FLORIANA COPPOLA, I duellanti di Algeri


Chi conosce Francesco Randazzo non può che rimanere affascinato da questa sua ultima opera narrativa. Miguel Cervantes e Antonio Veneziano, prigionieri ad Algeri. Un incontro memorabile sicuramente reale e che già Sciascia ricorda nel suo saggio La corda pazza. Un libro pieno di riferimenti letterari importanti: Il cimitero dei libri dimenticati, di Carlos Ruiz Zafon. E non ultima la citazione tra le righe alle avventure di Ulisse nel Mediterraneo. Si può  anche individuare il tema dell’astuto affabulatore che inganna, come Sherazade e Odisseo, il potente, in questo caso viceré Hassan. Randazzo riunisce in modo sapiente e brillante molti spunti e tantissimi temi in questo breve e raffinato romanzo, arricchito anche dagli stupendi sonetti in siciliano del poeta Antonio Veneziano, che stesso Randazzo traduce con estrema sensibilità letteraria e linguistica. Nel testo recupera integralmente molti sonetti del poeta siciliano, assolutamente dimenticato dai manuali di letteratura italiana, ma grande e raffinato scrittore da equiparare a poeti come Foscolo e Petrarca. La letteratura che premia autori settentrionali e scherma miseramente quelli meridionali? Non sappiamo il motivo di tale sottrazione culturale. Comunque Randazzo pone un accento su questo nome, esalta la bellezza e l’unicità delle sue opere, sonetti perfetti in un dialetto di grande potenza musicale. L’amore e l’arte, l’amore per l’arte come strategie di riscatto e di restituzione identitaria condivisa e collettiva. Un’operazione culturale di degno spessore. Ridare forza e promuovere l’attenzione verso un autore cancellato, dimenticato, un perdente della storia letteraria che viene recuperato da un perdente di successo, come può essere sia Cervantes e il suo avatar Don Chisciotte. Essere perdente, stare con i perdenti, essere fuori dal coro, resistere contro le logiche seduttive del potere politico e culturale. Un segnale importante in questi tempi, dove la cultura è stata relegata agli ultimi posti dal potere politico imperante. Noi, quando scriviamo e immaginiamo una storia, scegliamo i personaggi che più rappresentano la nostra anima, il nostro paradigma esistenziale più profondo. Essere un perdente di successo è una scelta consapevole e di resistenza. Scegliere la scrittura oggi ci pone in un limbo di persone fuori tempo, fuori dai circuiti degli schiavi consumatori, direbbe Pasolini.

Randazzo gioca con intelligenza e garbata ironia su questo intreccio e sulla valenza etica e sociale di questo incontro. Suggerisce tra le righe l’importanza della scrittura come segno di identità politica di esistenze andate perse ma resilienti. Non è certo un caso questo accostamento tra il cavaliere stralunato delle cause perse e la storia di questo poeta sfortunato e ingenuo che si fa gabbare dall’astuta fanciulla di cui è innamorato. Dulcinea sembra la copia enfatizzata di Eufemia, la Celia dei sonetti di Antonio Veneziano. La seduzione ingannatrice del potere e delle donne sono parti integrate della riflessione tra i due illustri detenuti. Ritorna così il concetto filosofico della tradizione tardo medievale dell’amore come pretesto per parlare di temi più elevati e sublimare così le sofferenze sentimentali. Innamorato quindi dall’amore e dal suo canto, a prescindere dalla squallida realtà dei commerci relazionali e fallimentari.

La poesia diventa un mezzo privilegiato per sublimare il fallimento personale e sentimentale e nascondere dentro la gabbia metrica del sonetto ogni tormento, ogni consapevole frustrazione per un obiettivo non raggiunto, la fama e l’amore. Densa la sua poetica di riferimenti colti e ben equilibrati, dal Dolce Stil Novo alle sperimentazioni, al tessuto metaforico dell’epica cavalleresca e medievale. «Le donne, i cavalieri, le armi e gli amori…», per citare Ariosto. Ma questa volta andando oltre la surreale catastrofica trama dell’Orlando Furioso, immaginando una picaresca e mirabolante giostra narrativa, che porta il lettore nei meandri di una fiabesca narrazione potremmo dire epica e con una forte connotazione etica che va investigata nei suoi temi e valori principali. L’amore, la pace, il potere, la libertà e le ingiustizie, tanti i valori che vengono richiamati nelle focose e disperate conversazioni che si svolgono nella cella carceraria.

In questo racconto dimensioni letterarie e biografiche si sovrappongono intrecciandosi in modo vertiginoso e equilibrista: Randazzo immagina che Cervantes incontrando il tormento appassionato e folle del poeta cavaliere siciliano per la sua donna, giovane e capricciosa, meta impossibile del suo desiderio e strumento di dissipazione, possa trovare ispirazione per il lato romantico e drammatico del suo Don Chisciotte, e sempre in questa cella ad Algeri, l’invasione del cuoco maldestro e popolare, Barrigòn, possa aver dato vita al personaggio di Sancho Panza. Nelle carceri di Algeri, nella stessa cella, questi due uomini d’armi e di lettere condividono privazioni e disagi. Qui il tema della detenzione anche in chiave simbolica è centrale, la galera e la sua deprivazione esistenziale, come luogo eccellente per amplificare l’immaginazione e evadere su altri piani. Oltre la siepe, come direbbe Leopardi. Pagine superbe per comprendere e sentire la noia, la sofferenza e il dramma del carcere,  il senso di feroce ingiustizia che i personaggi della storia esprimono con la foga espressiva che passa per tutti i sensi.

Scrittura magmatica e corporea quella di Randazzo, piena di sinestesie e di riferimenti del soma e della psiche. Don Miguel de Cervantes, offeso nella mano ma di spirito indomito, Antonio Veneziano da Monreale, poeta e attaccabrighe, in smanie d’amore per la lontana Eufemia sono protagonisti di una vera e propria evasione dello spirito. Così i due uomini ingannano la noia della prigionia sfidandosi in duelli verbali e poetici. Altro personaggio dai grossi riverberi letterari è il viceré Hassan che li spia sospettoso e li osserva. È il personaggio antagonista del mondo epico, il cattivo da ingannare e fregare in tutti i modi, emblema del potere ottuso e manipolatore che viene poi gabbato dagli uomini veramente liberi.  Ha chiesto a Cervantes un libro su di sé, la sua apologia per esaltare la sua vita e le sue imprese. Cervantes prende tempo e non scrive nulla. E qui entra in scena l’alter ego di Sancho Panza; Hassan li fa spiare da Barrigòn, uomo semplice e suggestionabile.

I duellanti di Algeri non è solo un romanzo di avventure ma una specie di caleidoscopio che sfiora infine la narrazione fantascientifica dei romanzi distopici. Quasi a metà del libro abbiamo una doppia rivoluzione narrativa. Il primo movimento riguarda i piani temporali che aprono alla ricerca della biblioteca dei libri inesistenti, la seconda è relativa all’apparizione magica dell’animale antropomorfico, che subisce nella leggendaria narrazione una mutazione ossimorica, la pecora regina dagli affilatissimi denti aguzzi che ricorda la costituzione mandibolare degli squali, una figura allegorica di fortissima potenza e che dialoga con i nostri eroi con sapienza e strategia sopraffina. Qui i rimandi narrativi iniziano a sovrapporsi e a moltiplicarsi. Come non pensare alla Fattoria degli animali di Orwell? Oppure al Libro delle Metamorfosi di Ovidio? Ipotesi rafforzata dal piano distopico, che viene architettato dal popolo belante contro coloro che vogliono disobbedire. Abbiamo la spiegazione accurata di questa mutazione mitologica dovuta alla decadenza e all’incantesimo di un intero popolo. Qui le pagine seguono  un vortice di accadimenti e di rivelazione, tipico del fascino affabulatorio di un libro di avventure che può sedurre qualsiasi età, dagli adolescenti all’età matura. Sospetto un intento pedagogico e educativo  nel proporre questo spaccato riflessivo/filosofico che ricorda Il Signore delle Mosche di Golding, oppure la Favola delle api di de Mandeville.

I duellanti di Algeri si trasforma a metà cammino in una favola allegorica intrisa di contenuti filosofici, che aiuta a comprendere la corruzione e la cecità dell’Isola Bella, forse un riferimento sotterraneo alla bella isola siciliana, sede dei traffici mafiosi e della rassegnazione della gente. La narrazione fiabesca segue il ritmo manicheo della lotta tra il bene e il male, alludendo a temi attuali che possono essere ripresi in tutte le loro sfumature, oggetto di potenziali discussioni e riflessioni da dibattere e condividere.  Un tema sotto traccia, il bisogno di un confronto libero e corretto sulle forme di resistenza e di liberazione dai regimi ingiusti e corrotti, un tema epico che coinvolge le scelte personali, le strategie pensate e attuate per purificare una comunità dai propri vizi capitali. L’immaginario culturale maschile viene intercettato fino in fondo da questa narrazione prima realistica, poi fiabesca e infine fantascientifica, toccando il mistero e l’insondabile. La biblioteca dei libri inesistenti si intreccia alla teoria delle stringhe, due ulteriori direzioni che fanno entrare il lettore in un vertice narrativo rivoluzionario e destabilizzante, i piani temporali e spaziali si sovrappongono e si intrecciano, costruendo rimandi e coincidenze affascinanti, degne della tradizione di Verne. Allora possiamo concludere affermando che I duellanti di Algeri di Francesco Randazzo è un romanzo che si può proporre ad adulti e ai ragazzi, sicuri di una lettura intelligente e coinvolgente, pienissima di spunti da svolgere insieme e da condividere.

 

Francesco Randazzo
I duellanti di Algeri
Edizioni Graphofeel, 2019, pp. 128

Biografia di Floriana Coppola


 

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Informazioni su frequenzepoetiche

Giorgio Moio è nato a Quarto (NA) il 25 maggio 1959. Poeta, è stato redattore delle riviste «Altri Termini» e «Oltranza» (di quest’ultima è anche tra i fondatori). Direttore editoriale di una piccola casa editrice, nel 1998 ha fondato e dirige la rivista «Risvolti», quaderni di linguaggi in movimento. Ha collaborato con numerose riviste, attualmente collabora assiduamente col magazine on line "Cinque Colonne" e con la rivista webzine "Malacoda". Ha pubblicato una quindicina di volumi.

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