FILOMENA CIAVARELLA, La morte di Empedocle di Franco Di Carlo

LETTURE – RILETTURE


I versi di Franco di Carlo sono portatori di un seducente e misterioso mito che viene da lontano, dal bosco di latte e di carri di cavalli alati platonici.

Descrive luoghi dove danzano le Esperidi, si ode la voce della Sibilla quando emette sentenze e denominazioni dall’ignoto.

È un flusso onirico che entra nei campi fioriti dell’istante. Siamo chiamati a scegliere di fronte alle varie possibilità del mondo. Entriamo nel flusso sociale, dove singolarmente viviamo. Ma ogni nostra scelta scorre nel fiume vita che si espande.

Un piccolo battito di ala di farfalla influenza l’intero universo. La voce del poeta è come se entrasse nel chiavistello arcano del cuore del mondo. È una poesia che nasce come pensiero poetante.
È irrazionale e razionale al contempo.

È luce calda nella notte del mito greco, spezzata dal tramonto dell’Occidente. Ma si eleva la voce dell’eternità tanto amata da Emanuele Severino, che ritorna da luoghi lontani nei suoi versi.
La forza della nostalgia purificatoria di Empedocle di Agrigento, poeta saggio e folle, vive nel suo desiderio di nominare la sua visione. Sotto la cenere delle sue parole, si nasconde il magma incandescente dell’Etna. Lapilli e allucinazioni vengono pacificati nelle nominazioni, nel nulla lucente che scende fino all’abisso.

Seguire la splendida poesia nel flusso della vita, è come inseguire la spuma del mare che poi dilegua. Il poeta sembra retrocedere dal salto religioso, etico alla dimensione estetica di artista. Ma lui avverte la bellezza e l’instabilità vertiginosa di tale scelta. Dario Bellezza lo definisce nuovo sposo della poesia. Ma la sua non è una poesia intimistica, ha una forza universale, ideologica. È creativa e pacata dal ritorno eterno dell’invisibile.

Nella lirica La Nostalgia della morte la notte talismanica risorge nel lamento della luna fra foglie rosse di papavero. Lo sguardo setoso di Isodore Ducasse semina timore e tremore nel cuore del poeta. Quando lo incontra la sua sensibilità viene rapita dalla follia. Da allora la sua lingua comincia ad essere serena e distaccata. Novalis si sveglia sulla tomba della sua amata Sophie, il cuore segue la nostalgia della nullità. La verità tende a nascondersi, il pittore scruta zone d’ombra.

La parola profonda si fa poien artistico, l’io si annulla e si rivela l’immobilità eterna. Emerge un canto silenzioso nell’aria, negli elementi, nelle nominazioni. L’Aion non è limitato da Cronos e si fa vento di eternità. Si ode nel silenzio il canto degli uccelli, fino a toccare le corde di una sinfonia che si può quasi sfiorare nei versi della Notte spirituale. Il poeta ode il canto dell’armonia cosmico musicale, ma il progressismo ha fattezze disumane, non ha cura di tale beltà sonora, il vero cuore del mondo. Nella lirica Il tramonto dell’Occidente appare la distruzione dell’eternità, ormai seguiamo il sentiero della notte. Il poeta giunge ad affermare un pensiero che rivela l’inevitabile, un punto cruciale di non ritorno: la libertà dell’Occidente di scegliere la morte.

Ma dobbiamo ricongiungerci con il cosmo, attraverso “un processo regresso” da attivare attraverso la via del pensiero. Dobbiamo andare oltre l’Apparato Tecnico che ci distrugge. Attraverso la purificazione della lingua, dobbiamo ritrovare la casa dell’essere, dell’aletheia. L’assenza è solo una oscura luce nel nulla celeste. Il poeta costruisce la pietra fiabesca del regno nascosto che è lontano, ma lentamente si rivela. Il linguaggio è una lama dal doppio taglio, canta la realtà ma disvela l’invisibile. Diana ne Il ramo d’oro si purifica nell’alba lustrale, per “sperare alla salvezza della liberazione”. Ricorda il trasumanar di Dante dal Purgatorio al Paradiso.

La sua poesia è diversa, “mostruosamente diaristica e atrocemente filosofica ed esistenziale”: un’anti-poesia.
Il suo canto è diverso e inattuale, non segue l’ortodossia del potere. Non è postmoderno, a metà tra il genio creativo e prorompente di Antonin Artaud e il surrealismo di Breton. Il pensiero diventa potenza immaginifica, si trasforma in divino pensare poetante di Giacomo Leopardi. È una dimensione anarchica e sovversiva, capace di creare una lingua diversa. La metafora appare e scompare, sempre viva gioca con la luna e nasce in nudi versi purificati. È consapevole che non è possibile tradurre in parole la visione, decifrare l’universo. Come Empedocle compie la purificazione verso roventi torrenti, nella luminosa notte del fuoco cosmico. La malinconia del poeta tragico e folle che compie il suo salto nell’infinito del nulla eterno.

Mi ricordano molto i versi di Emily Dickinson, quando la poetessa americana con una chiarità infinita canta il mistero della morte. Poiché non si poteva fermare dinnanzi alla morte, la morte le fece visita. Da allora la morte e l’immortalità diventarono sue sorelle nell’eternità. Empedocle nel suo salto nostalgico nella bocca dell’Etna si è ricongiunto per sempre all’invisibile nulla celeste.

 

Franco Di Carlo
La morte di Empedocle 
Divina Follia editore, 2019, pp. 75

Biografia di Filomena Ciavarella


 

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Informazioni su frequenzepoetiche

Giorgio Moio è nato a Quarto (NA) il 25 maggio 1959. Poeta, è stato redattore delle riviste «Altri Termini» e «Oltranza» (di quest’ultima è anche tra i fondatori). Direttore editoriale di una piccola casa editrice, nel 1998 ha fondato e dirige la rivista «Risvolti», quaderni di linguaggi in movimento. Ha collaborato con numerose riviste, attualmente collabora assiduamente col magazine on line "Cinque Colonne" e con la rivista webzine "Malacoda". Ha pubblicato una quindicina di volumi.

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