SARA TAFFONI, L’astrazione di Fernando M. Diaz: la lunga e articolata elaborazione di un linguaggio colmo di significati storici e di messaggi spirituali

Fernando M. Diaz è un artista messicano formatosi presso la storica La Esmeralda, Scuola Nazionale di Pittura, Scultura e Incisione dell’Istituto Nazionale di Belle Arti (INBA) di Città del Messico e, successivamente, specializzatosi in disegno presso l’Atelier Latino di San Francisco, in California. Ha insegnato, dimostrando di essere una eccellente guida per i più giovani, presso la University of Texas a El Paso e nelle principali istituzioni educative del Messico come la Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM), l’Universidad Iberoamericana (UIA), l’Universidad de Las Americas e l’INBA stessa. Nel corso della sua carriera ha vissuto, ha lavorato ed è stato invitato ad esporre le sue opere in diverse città del mondo: da Firenze a Mosca, da Buenos Aires a Dallas, da Sofía a Cuenca, solo per citarne alcune. Dal 2009 vive nella splendida città magica di San Miguel de Allende in Messico, nello
stato di Guanajuato, lavorando con la sua galleria presso uno dei principali punti di riferimento culturali della città, la Fabrica La Aurora Centro de Arte y Diseño che, da ex fabbrica tessile, ormai da più di dieci anni ospita, tra altre realtà legate al mondo del design, dell’artigianato e dell’antiquariato, diverse gallerie d’arte. Il 18 dicembre 2017 presso il Gran Teatro Ignacio de la Llave di Orizaba (Veracruz, Messico), ha inoltre ricevuto da parte della sua città di origine, per l’appunto Orizaba, la cittadinanza onoraria per l’importante dono che gli ha fatto: una grande scultura rossa, “Manà”, collocata nel giardino del Polifórum Cultural de Mier y Pesado.

Fernando M. Diaz a partire dalla formazione, in un ambiente indubbiamente carico di valori storico-artistici, ha sviluppato un linguaggio sincretico e semi astratto del tutto personale, in cui si può cogliere una equilibrata e personale commistione di influenze: da alcune forme di surrealismo, all’espressionismo astratto e all’informale europeo, ma sempre coniugate a partire dalla sua intima esperienza. Nonostante Diaz sia un eccellente artista figurativo, tanto che lo storico e critico d’arte Mario Raúl García Jiménez, in riferimento alla sua formazione, ha parlato di «solida pratica nella figurazione» (García Jiménez, 2007), muove verso l’astrattismo con lirismo e rigore. Non a caso è lo stesso artista ad aver confessato nella bella intervista a cura della critica d’arte Catalina Miranda (Miranda, 2017), nel luglio 2016:

«Ho sempre desiderato essere un pittore astratto, ma non sapevo come. Si devono possedere delle profonde basi teoriche. Necessita molto tempo “depurare” i contenuti, molto… molto tempo. Da quando ho iniziato a disegnare mi interessava copiare il corpo così profondamente da non essere più riconosciuto, fino a quando non finì per scomparire. […]. La storia dell’astrazione è così profonda e complessa, i dipinti astratti non hanno contenuti facili, la conoscenza è vitale […]». 

Proprio a partire dall’attenzione e dalla sensibilità che Diaz rivolge all’arte
astratta deve essere considerata la sua composita ed espressiva produzione
artistica, colma di significati storici e di messaggi spirituali. Non è di certo la
finalità di questo scritto analizzarla nel suo complesso, quanto più si vuole
indirizzare lo sguardo sugli aspetti in essa ricorrenti, cifre distintive di un
linguaggio in costante evoluzione.

Diaz incide i supporti – principalmente tele e carta artigianale – con i colori che lasciati liberi di colare acquistano una loro autonomia. Nell’atto pittorico la gestualità dell’artista è carica di energia, come si può dedurre dai segni presenti in opere come Despina Allegra, Urbano o Poema de Agua, ma anche più controllata e a tratti calligrafica, come in Efimera o Romana. In ogni caso, tutte le sue creazioni infondono nell’osservatore una dimensione meditativa perché quello di Diaz, come è stato già notato, è un «talento di indole religiosa» (Garcia Jimenez, 2007), il cui lessico può essere paragonato agli haiku giapponesi: minimalisti ma intensi (Barcan, 2007). Diaz rinuncia all’oggettività, alla mìmesis: non vuole cogliere il reale così come è ma vuole sfruttare le possibilità che l’ars pictorica gli offre per andare oltre e cogliere lo «spirituale nell’arte» (Kandinskij, 1912).

Non sarebbe corretto, però, parlare della ricerca artistica di Diaz solo nei termini dell’astrattismo, per questo all’inizio si è preferito definire il suo stile come semi astratto e anche carico di messaggi storici. In molta della sua produzione pittorica, infatti, emerge l’importanza attribuita a particolari segni linguistici: in alcune opere, a volte più evidenti a volte più nascoste, appaiono parole, reali o inventate, o singole lettere ebraiche. Tutto ciò si intreccia storicamente con le origini famigliari di Diaz, la cui nonna materna era sefardita e parlava la lingua ladina. Questi segni ebraici nascondono la volontà dell’artista di rendere omaggio alla sofferta storia ebraica, a lui molto cara, a partire da quella degli ebrei sefarditi che nel 1492 furono cacciati dalla Spagna per volontà della Santa Inquisizione, sostenuta dai Reali cattolici Isabella di Castiglia e Ferdinando II d’Aragona. L’obiettivo era quello di cancellare ogni traccia della cultura giudaica (Diaz, 2014); tentativo, quest’ultimo, purtroppo destinato a ripetersi nel corso della storia a causa di folli e «banali» (Arendt, 1963) regimi dittatoriali.

L’utilizzo dell’alfabeto ebraico da parte dell’artista si coniuga perfettamente con la sua tensione verso lo spirituale e l’essenziale; è bene ricordare infatti che le ventidue lettere dell’alfabeto ebraico sono considerate, in particolare dalla tradizione cabalistica – sviluppatasi a partire dall’antica saggezza sefardita intorno al XIII secolo (Eco, Fedriga, 2014) –, non come significanti convenzionali a cui associare significati, secondo l’analisi saussuriana, piuttosto rappresentano segni archetipici a partire dai quali la creazione si è resa possibile (Gen 1, 1-31). È sufficiente leggere i primi versetti della Genesi per comprendere come la lingua ebraica venga considerata come esistente a priori, Dio se ne è servito per la creazione dell’Universo. Studiare l’ebraico e il suo alfabeto, dunque, significa ricercare, attraverso un sistema segnico archetipico, l’essenza universale; si tratta di una lingua sacra e approcciarvi vuol dire avviare un processo di comprensione e ricerca di valori filosofici e spirituali (Scholem, 1960). Diaz cerca di superare la mìmesis ma al contempo si aggrappa alla concretezza del segno linguistico e tutto ciò non è in contraddizione. L’incontro tra forme astratte e concrete, in questo
caso, rafforza la sua ricerca «spirituale e metafisica» (Garcia Jimenez, 2007): le lettere ebraiche, essendo portatrici di valori archetipici, eludono la loro apparente concretezza muovendosi tra fenomeno e noumeno (Kant, 1781).

Un ultimo accento lo si vuole porre sulla scelta di Diaz di lavorare – al di là della sua produzione scultorea – oltre che con la tela, con la carta artigianale: un materiale delicato e umile ma dalla lunga storia umana e culturale, un’interessante alternativa al monopolio detenuto dalle più consuete tecniche artistiche, a cui è probabilmente legato per l’iniziale specializzazione nel campo del disegno.

Quello che emerge da questa breve introduzione al lavoro di Fernando M. Diaz è quanto esso sia articolato e complesso, difficile da circoscrivere e interessante da analizzare. Le sue opere sono cariche di valori esistenziali tipicamente novecenteschi e nascondono il legame naturale con le sue origini.

FONTI
– Arendt Hannah, La banalità del male, trad. it. Piero Bernardini, Feltrinelli, Milano, 2002. (Ed. orig. Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil, Viking Press, New York, 1963).
– Catalina Miranda, Priscila Páez, Norma Salazar, Sara Taffoni, Fernando M. Diaz.
Vagumundo, Editorial Ariadna Frescos de Creta/1, México, 2017.
– Eco Umberto – Fedriga Riccardo, La filosofia e le sue storie: l’età moderna, Laterza, Roma-Bari, 2015.
– Kandinskij Vasilij Vasil’evič, Lo spirituale nell’arte, trad. it. Elena Pontiggia, Bompiani, Milano, 1997. (Ed. orig. Über das Geistige in der Kunst, insbesondere in der Malerei, R. Piper & Co., Munchen, 1912).
– Scholem Gershom, La kabbalah e il suo simbolismo, trad. it. Anna Solmi, Einaudi, Torino, 2001. (Ed. orig. Zur Kabbala und ihrer Simbolik, Rhein Verlag, Zürich, 1960).
– Barcan Nancu Luiza, Caligrame Mexicane, in http://fernandomdiaz.blogspot.it/2007/09/blog-post_4350.html, 2007.
– Enlace Judío, “Arvoliku”: Exposición de Fernando M. Diaz, in https://www.youtube.com/watch?v=3pHYZHn1Fho, 2014.
– Garcia Jimenez Mario Raul, Fernando M. Diaz, in http://fernandomdiaz.blogspot.it/, 2007.

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Opere di Fernando M. Diaz

Umbria

 

Romania

 

Urbano

 

Effimera

 

Despina allegra

 

Texto teranal

 

Poema de agua

Biografia di Sara Taffoni

Biografia di Fernando M. Diaz


 

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Informazioni su frequenzepoetiche

Giorgio Moio è nato a Quarto (NA) il 25 maggio 1959. Poeta, è stato redattore delle riviste «Altri Termini» e «Oltranza» (di quest’ultima è anche tra i fondatori). Direttore editoriale di una piccola casa editrice, nel 1998 ha fondato e dirige la rivista «Risvolti», quaderni di linguaggi in movimento. Ha collaborato con numerose riviste, attualmente collabora assiduamente col magazine on line "Cinque Colonne" e con la rivista webzine "Malacoda". Ha pubblicato una quindicina di volumi.

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