DONATO DI STASI, L’invenzione della ruota. Appunti di scenografia critica per “Via memoriae / Via crucis” di Marco Palladini

  1. Introibo. Con questa recente fatica poetico/politica Marco Palladini si pone un obiettivo radicale: trattare la scrittura non come un oggetto letterario, ma come un’esperienza vitale, una condizione biopsicologica da contrapporre alla sclerotizzazione del pensiero e all’intristirsi della creatività.

Via memoriae/Via crucis si impone come un libro terribilmente vero, up to date e abissale, per tutti e per nessuno, scritto en plein air per i pochi che vogliono ascoltare e per i molti che hanno messo il cemento nelle orecchie e per i quali la ferita profonda dell’umanesimo morente non ha alcun significato.

Dunque un’opera coraggiosa: un dramma grottesco con le maschere dei poeti morti richiamati al proscenio e con il mascherone braudeliano di storico non evenemenziale che prova a rinverdire fasti e nefasti di due snodi cruciali della notte repubblicana italiota (le squadernature del 1968 e il tentato assalto al cielo dei ribelli metropolitani nel 1977).

Marco Palladini si cuce addosso con acume  e destrezza vestiti di scena e partiture concettual-canore (chapeau in particolare per la densa e impertinente Céliniana remix): il travestimento, va  sottolineato, è il segno che bisogna farsi guitti e saltimbanchi per poter annunciare, a Titanic mezzo affondato, i mastodontici ultimi giorni dell’umanità, perché c’è sempre una qualche grandezza nella fine, oltre al solito campionario di stupida follia, ottusità, meschineria, insulsaggine, finto sapere e conclamata ignoranza.

Ha senso scrivere ancora, solo se si è capaci di stare dentro le cose, di guardarle e nominarle dall’interno; solo se si sanno stabilire le differenze e si sanno definire la linea retta dei fatti e il labirinto delle interpretazioni, evitando il bla bla piccolo borghese della frase a effetto, della poesia commossa e commovente. Per questo acquista significato il commendevole excursus del Nostro pro Céline, ma soprattutto a favore delle proprie ostinate e contrarie scelte poetologiche (“Mi derubano, mi proscrivono, mi braccano, mi fustigano, / mi coprono di merda e sputi, mi vogliono alla forca… / Ah, che fastidio questi scrittorelli che… sono come le ragazze / che parlano sempre d’amore e non godono mai! E danno lezioni d’amore! / Sarà pure un tic, ma è la letteratura in generale che mi inorridisce…”).

  • Dipanare la matassa del reale. La scrittura sbroglia la realtà, o almeno ci prova. La realtà, dal canto suo, fa di tutto per nascondersi, per scivolare dentro gli schermi di televisori, computer e smartphone, o per camuffarsi nelle mille e mille evenienze quotidiane che siano cronaca o Storia in divenire, per esempio la guerra in Ucraina, a cui l’Autore dedica il testo di chiusura (“Rasenti il limite del villaggio dove le teste si voltano / dall’altra parte, inseguendo un giuoco, un trucco, / un’illusione in cui svanisce ogni verità”).

Lo strumento tecnico messo a punto da Marco Palladini per venire a capo dell’attorcigliato gliommero  della realtà è il montaggio (del tutto sui generis) di monemi, morfemi e sintagmi,  messi a cortocircuitare tra di loro con l’effetto di creare un sapido linguaggio multiplo, pastiche  e macaronea, lingua di tutte le lingue possibili dall’Antologia Palatina fino alle avanguardie internettiane della post verità (“Transumanarsi tra parole antiche e moderne nel mundiloquio villadromico / Deiettarsi nel verbo funambolico come nel raggiante silenzio cosmogonico / Perlustrare gli interstizi di un idioletto al contempo semioludico e sofopoetico”).

Marco Palladini compone i suoi testi come i tipografi nei vecchi opifici dei giornali: scrive da giornalista i suoi coccodrilli in memoriam (ne consiglio due in particolare, in ricordo dell’attore Luigi Rigoni e del poeta Alberto Toni), medita da filosofo (tra i suoi numi tutelari Eraclito e Deleuze), irride da teatrante di razza, riuscendo a caricare sul suo carro di Tespi l’intero circo della nostra ingrippata contemporaneità.

Via memoriae / Via crucis è un libro sincero, senza artifizi e cerebralismi: il Nostro ragiona direttamente con i morti (Valentino Zeichen, Mario Lunetta, Lawrence Ferlinghetti) e con le epoche passate, quando ripercorre i cento anni dalla nascita del PCI a Livorno nel 1921;  argomenta senza remore i suoi j’accuse, le sue difese, i suoi lamenti e i suoi risentimenti; oltrepassa il confine invisibile della turbotecnica, togliendo la sfera estetica dal suo immobilismo per beoti depensanti e la getta nel turbine della prassi, così la scrittura creativa torna a incidere, tagliente, le viscere del mondo (“Per quel che vale, per non lasciare il domani all’intelligenza artificiale / ci serve ancora ripensare la differenza, l’altressere / per non assumerci anche la colpa di aver dato via libera / agli indifferenti”).

L’intento è chiaro e la polarità netta: o la ricchezza espressiva, la visione critica del reale, la creatività, la coscienza politica di sé e dell’Altro, oppure l’antiespressività, il conformismo ossessivo, il trionfo neotecnocratico, la degradazione della coscienza politica fino al grado zero.

  • Continuità tra homme de lettres e società. Lo spirito del nostro tempo è distruttivo: divora, sminuzza, cancella, relega nell’oblio persone di notevole ingegno (non solo intellettuali e artisti) che in altre epoche risplenderebbero fulgide in un firmamento valoriale. Il nostro zeitgeist passa come un rullo compressore, lasciando da un lato solo macerie e smemoria, dall’altro oceani di chiacchiere, pettegolezzi, finte trasgressioni, banalità vomitevoli.

Per questo a uno scrittore oggi si deve chiedere di più che aggrapparsi al proprio mestiere, a cominciare dal fare i conti con le vocazioni sociali paranoiche e le catastrofi fin troppo annunciate. Serve recuperare l’inesauribile potenziale metamorfico e esplosivo della letteratura, badando a scrostare quella fastidiosa patina di inattualità e residualità che si è posata da qualche decennio sulla scrittura poetica, in particolare.

Con la sua fame di realtà, con la sua bruciante volontà di essere nel fuoco delle controversie, con la suaurgenza di ne pas épater le bourgeois Via memoriae / Via crucis rappresenta (a mio giudizio) un punto fermo in questo marasma, che si potrebbe circoscrivere, se non superare, non trascurando le indicazioni palladiniane: presentificare, geometrizzare, scrivere in levare, storicizzare.

  • Presentificare. Marco Palladini si concentra innanzitutto sulla dimensione temporale, ritenendo che l’oggettività scientifica (il tempo della fisica e delle macchine) e la soggettività psicologica con i suoi eccessi e i suoi contorcimenti interiori e lirici non esauriscono il senso del Tempo, da intendersi first of all nel suo fluire storico dal passato verso il futuro, attraversando la cruna dell’ago del presente, sempre ambiguo, sfuggente, difficilmente classificabile. Senza lo sforzo di chiarire la materia oscura del presente, lo sguardo rimane limitato, fermo alla superficie falsamente scintillante, imbellettata e plastificata, delle cose. Se non si definisce il perimetro del presente, idee e eventi franano nel non-so-che e nel quasi-niente, nella perdita di significato, nello smarrimento dell’identità individuale e collettiva. La via memoriae e la via crucis divergono e collidono, si sovrappongono e si intersecano: memoria e croce, ricordi e dolore, ma anche memoria salvifica per noi senza radici e croce nel senso di cruciale, essenziale, materiale e spirituale.

(“Tutti, lo sappiamo, guardano, ma quello che conta / È un’ultra vista, uno scatto di visione, anche spaventosa. // Ora siamo qui solitari a fare resistenza e persistenza / Sulla punta stravento, a misurare il nostro scontento, //… // La deriva delle cose ultime ci ha infine sorpreso / In certe circostanze è impossibile restare impassibili”).

  • Geometrizzare. Marco Palladini legge il libro del mondo e ci attacca le sue strisce di versi, macchie regolari di inchiostro che equivalgono a una ferrea logica argomentativa, pur innervata di paradossi e di grottesche ribalderie.  Non è facile districarsi nell’epoca della santa incarnazione di Internet e non farsi pigliare a gabbo dalle mille tentazioni materialistiche, consumistiche, feticistiche.

Ecco allora l’affresco messo per orizzontale e verticale, more geometrico: sistemazione di ascisse e ordinate in un numero esatto di volte con parole precise, perfettamente a incastro con gli umori dell’Autore, capaci di spaccare con la loro carica semiotica la dura scorza del conformismo. Come non citare rarerrimo (il superlativo inventato da Hans Tuzzi), disvita (rintracciabile per esempio in un profilo pubblicitario su Instagram), oppure il dantesco guatare e il brechtiano lumpenproletario. La lista potrebbe continuare a iosa, implicando ciascuna parola una condizione mentale, uno stato d’animo, una particolare dinamica sociale, un’invariante o una variante antropologica.

Via memoriae / Via crucis si trasforma sotto gli occhi del lettore in una itinerante fiera medievale, dove si dispongono in perfetto ordine e in bella mostra l’esotico e il truculento, l’alta tecnologia e la sapienza artigianale, la controcultura beat e la cultura aulica delle corti feudali e rinascimentali, l’ultima metafisica e la materializzazione dell’Oltre, l’estro di Maradona e l’astro spento del laborinto sanguinetiano, l’anti fiaba di Desirée Mariottini, trucidata giovanissima nel quartiere romano di San Lorenzo, e l’omaggio in stile provenzale a Desirée Massaroni (“Ama abbuiate angeliche altezze, antagonismi accoglie / Rimastica romanze retrò, rumoreggia, ricostruisce, ride / Ondeggia, occhieggia, ode orazioni oramai odeporiche / Non nega narcisiste narrazioni né normali nascite nichiliste / Istruisce idillî inequivocabili, inquietudini illuminanti, illusionistiche”).

  • Scrivere in levare. In giro solo echi di tautologie e farneticazioni tuttologiche, segue a ruota una mosceria intellettuale senza precedenti: si batte e ribatte (come asserisce il Nostro) più o meno sugli stessi tasti, sesso, soldi & spasso.

Marco Palladini continua a smarcarsi (lo dimostra la sua lunga carriera di giornalista/poeta/regista/performer/saggista), rifiutando di scendere a bagnarsi nell’ampio delta del main stream,preferendo da par suo le acque tumultuose e torrentizie dell’antagonismo consapevole e ribelle.

Il lettore che spagina Via memoriae / Via crucis  si trova sollevato di continuo verso un catartico percorso infernale, pungolato da una scrittura dal sangue giovane, inaudita nell’ardimento e nella schiettezza, svelta e squinternante, un coperchio sollevato sulla melma e sulla merda di un Occidente opulento e imperialisticamente guerreggiante (“La bomba da undici tonnellate di esplosivo / è stata sganciata / Il più potente ordigno non nucleare / I suoi effetti sono ancora segreti / la dinamica dell’attacco di venerdì / Non fa eccezione la vicenda della GBU-43/B / È la madre di tutte le bombe / Massive Ordnance Air Blast”).

Ciascuno dei 32 testi di Via memoriae / Via crucis comincia con un movimento sismico, con ondulazioni di superficie espressiva e di profondità tematica: il fine non riguarda l’estasi emotiva, o il miracolo del bel verso, ma lo scuotimento delle menti, il loro risveglio dal torpore, le fitte nella carne e nella coscienza (“I piccoli bordi della poesia / ti allontanano dalle patologie del mondo anaffettivo / e segnano lo spazio per l’insaziabile desiderio / di stare nel giuoco infinito della creazione festante”).

Epigrammi, lunghe ballate, strofe sonettate, acrostici, remix e assemblaggi di versi, spartiti per voce sola e coro segnano una diversa (nuova) gestualità poetica, praticata come se fosse arte istantanea, ma nella verità effettuale frutto di studio, di fatica, di talento messo alla prova pagina dopo pagina.

  • Storicizzare. Se leggiamo “pure nel cafarnao dei ricordi / Novecentosettantasette e mille: / sogni e bisogni volavano alti / nel cielo dell’ideologia e ideolatria / poi una skiantosa generazione / che allora stava in acido / si è dissolta in una spirale / di menti confuse e di membra contuse”, siamo di fronte  a una evidente storicizzazione del linguaggio, considerando la valenza semantica di cafarnao e skiantosa. Ora, cafarnao risulta un termine ripreso dalla tradizione biblica, poiché allude alla città abitata da Cristo, dopo aver lasciato Nazareth. A Cafarnao, luogo di concitazione e corruzione, il Figlio dell’Uomo inizia la sua predicazione. Nel nostro caso cafarnao assume il significato traslato di confusione, guazzabuglio et similia.

Skiantosa, dal canto suo, vale come riferimento alla band di rock demenziale guidata da Freak Antoni, gli Skiantos appunto, animatori con Andrea Pazienza del libertario 1977 bolognese. Bibbia e rock demenziale, inseriti nello stesso contesto, ma appartenenti a due epoche così distanti fra di loro, indicano apertis verbis la capacità pantarmonica del Nostro, la sua originale strategia compositiva che riporta tutto all’attualità e che rende termini desueti straordinariamente efficaci e espressivi. 

La storicità del linguaggio si completa con la frequente aggiunta di neologismi, per esempio demoncrazia, splendida e tragica teorizzazione della democrazia quale frutto di diavolerie demagogiche, di oclocrazie che lucrano sulla pelle rinsecchita della forza-lavoro (“Oggi la demoncrazia fa il diavolo a quattro/ -“post-verità, post-verità, ma tu / sei vera oppure un fake?”).

  •  Un capitolo a parte. Il libro raggiunge il suo vertice poetico/politico nelle bellissime diciotto strofe dal titolo Ballata del Sessantotto mai ri-trovato o semplicemente dissipato, vero e proprio compendio della scrittura palladiniana, mai come in questo caso così aperta e rigorosa, logica e paradossale, emozionante e secca come un sillogismo aristotelico, un pamphlet in versi per fare i conti con una delle stagioni più importanti della nostra storia recente. Che cosa è stato il ’68: i giovani che abbattono i tabu di un patriarcato ignominioso, i ragazzi e le ragazze che desiderano ardentemente appartenere solo ai loro desideri, gli studenti che rovesciano gli scranni degli insegnanti-totem e sognano una scuola democratica? Oppure il suo contrario, visto che la critica all’esistente e la mancata sostituzione con un altro sistema di valori ha prodotto alla lunga precarietà nel lavoro, antipolitica, nichilismo culturale e morale?

Deleuzianamente Marco Palladini non scioglie la contraddizione, perché nel nostro tempo nomade idee, concetti, ideologie rimangono drammaticamente appesi a se stessi, eppure non vanno abbandonati, ma compulsati fino a che frugiferano altre idee, altri concetti, nuovi modi di stare al mondo (“Dove poi, Paolo, il Sessantotto non incontra assieme / la liberazione dell’umano e la scoperta del mostro in noi?… / la mostritudine dell’establishment si ragguaglia / alla deformazione del movement?… odiare ed accettare / oppure amare e rifiutare?… o rifiutarsi?… c’è movimento”).

  • Explicit. Marco Palladini sugge con veemenza il midollo della realtà, poi lo risputa nella scrittura in ossequio alla propria fichtiana missione del dotto. Certo parliamo di un autore non previsto dal piano regolatore dell’edilizia culturale, perché non funzionale a erigere il castello di carta del migliore dei mondi possibili. Con le sue a-topie e dis-topie il Nostro chiama i lettori di buona volontà alla presa della Bastiglia dell’intelligenza. Per il percorso verso la prigione del multikapitale ci si può servire delle ruote della poesia. È vero la ruota è stata inventata da millenni: ora c’è chi l’ha inventata di nuovo a uso e consumo di un presente e di un futuro migliore.

Nereidi, 6 agosto 2022

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Marco Palladini

Via memoriae / Via crucis

Gattomerlino Edizioni 2022, pp. 82

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Biografia di Donato Di Stasi

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2 Risposte a “DONATO DI STASI, L’invenzione della ruota. Appunti di scenografia critica per “Via memoriae / Via crucis” di Marco Palladini”

  1. Ho avuto l’onore di conoscere Marco Palladini in occasione di una commistione artistica – foto e poesie- e lo ritrovo in una magnifica esperienza artistica che lo vede testimone del nostro tempo. Stile tipografico, che evoca le Odi nerudiane con cifra totalmente diversa, moderna, sovversiva, innovatrice. Sottolinea il tempo difficile delle maschere consapevole che si recitano parti di santi se si è delle carogne, si recita perché si è dei bugiardi sin dalla nascita. Il poeta allestisce un palcoscenico grottesco su misura per il tempo che stiamo attraversando. E non si astiene dal ‘ suggere il midollo della realtà ‘ . Un autore scomodo, forse, ma dannatamente vero, al quale va il mio plauso e il mio saluto più dolce.

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