DOMENICO MENNILLO, La Révolte contre la Poésie Narrazioni attorno alla WLK (1)

 

Non voglio essere il poeta del mio poeta, di questo io che ha voluto scegliermi poeta, ma il poeta creatore, in rivolta contro l’io e il sé…

… Il poeta che scrive si rivolge al Verbo e il Verbo ha le sue leggi. È nell’inconscio del poeta credere automaticamente a queste leggi. Si crede libero e non lo è affatto 2.

 

Questi due brevi frammenti che ho appena letto sono tratti da un testo di Antonin Artaud del 1944, redatto nel manicomio psichiatrico di Rodez in Francia, dove era detenuto; il titolo di questo testo è Révolte contre la Poésie ed è il titolo, con l’aggiunta dell’articolo La e il sottotitolo Narrazioni attorno alla WLK, con cui ho voluto denominare l’incontro di questa sera che è legato e nasce dal progetto installativo e performativo  WLK Wunder_Litterature_Kammer, curato da Raffaella Morra e Loredana Troise, ospitato nella biblioteca del Museo Nitsch 3.

Questa installazione-expò  chiude il progetto quinquennale Abrégé d’Histoire Figurative, sul quale concentrerò il mio breve intervento di questa sera.

L’Abrégé d’Histoire Figurative è una pratica artistica e filosofica legata a degli oggetti (l’automa, l’atlante e la wunderkammer) che sono al tempo stesso dei concetti filosofici. Ogni oggetto è portatore di altre oggetti e dunque di altri concetti, di altre complessità speculative.

Mi farebbe piacere parlare questa sera dell’automa in relazione alla wunderkammer e a Friedrich Nietzsche e Pierre Klossowski.

Tre anni fa è riapparso presso l’editore Adelphi, in seconda edizione, un testo molto importante di Pierre Klossowski, Nietzsche e il circolo vizioso 4. Questa seconda edizione, uscita dopo trent’anni dalla prima, poteva essere salutata quasi come un evento, soprattutto in relazione al recente climax italiano di dismissione di quell’epoca legata a personalità come Foucault, Deleuze, Derrida, lo stesso Klossowski e numerosi altri. Ma quest’evento in Italia non c’è stato, questa seconda edizione del volume di Klossowski è passata quasi sottobanco, anche se la curiosità personale persiste, rispetto al fatto che un editore come Adelphi, con la sua visibilità internazionale, proprio in questo periodo particolare di attacco frontale ad una stagione filosofica ben determinata, ha riproposto dopo trent’anni questo libro che era ormai irreperibile.

Questo testo di Klossowski esce in Francia sul finire degli anni sessanta presso l’editore Mercure de France ed è un testo legato al nuovo interesse, nato nella seconda parte del novecento, attorno all’opera filosofica di Nietzsche.

Lo stile aforismatico nietzscheiano, fatto di sentenze talvolta roboanti legate al destino dell’uomo e della cultura europea, ben si prestavano negli anni sessanta a quel clima effervescente, talvolta radicale e non poco contraddittorio, incentrato su un rimescolamento e reinvenzione delle strutture culturali e sociali date.

Il libro di Klossowski contribuisce non poco in quegli anni alla nuova nomenclatura di concetti e figure su cui impostare questo rimescolamento; Klossowski, rileggendo il pensiero e la scrittura nietzscheiana conia aspetti e figure assai stimolanti, come quello di  “simulacro”, a cui è spesso associato il volume, figura ripresa poi da Baudrillard e che ne ha fatto un po’ la sua fortuna a livello internazionale.

Ma parlando del libro di Klossowski, non vorrei soffermarmi tanto sul concetto di simulacro, ma su quello di automa e sul concetto di filosofo che vi è associato, che a mio avviso ha una straordinaria importanza, soprattutto per le riletture e gli stimoli che questo concetto ha saputo suscitare negli ambienti artistici e filosofici di quegli anni.

Negli anni sessanta l’editore Adelphi avvia la pubblicazione dell’opera completa di Nietzsche a cura di Giorgio Colli e Mazzino Montinari, iniziativa  che verrà poi affiancata dall’editore Gallimard in Francia che lascia curare singole voci a filosofi come Deleuze, Foucault, lo stesso Klossowski e altri.

Nietzsche e il circolo vizioso è dedicato da Klossowski proprio a Gilles Deleuze; i due in quegli anni hanno la possibilità di potersi a più riprese confrontare su alcuni aspetti del pensiero nietzscheano.

A mio avviso uno delle intuizioni più importanti di questo libro e forse anche quella meno sottolineata dagli studiosi, è proprio quella relativa al concetto-figura di automa che è una figura che Klossowski trae solo marginalmente da alcuni frammenti di Nietzsche e che influenzerà molto Deleuze nella creazione del suo concetto di automa spirituale (tratto a sua volta dagli scritti di Antonin  Artaud), figura-concetto fondamentale per l’assetto strutturale dei suoi due volumi dedicati al cinema 5.

Come notava Ronchi 6 in suo recente saggio monografico, Deleuze è un filosofo che inventa e inaugura una “branca” a parte nella storia della filosofia del novecento, la storia della storia della filosofia, fatta di continui rimandi a concetti preesistenti di altri filosofi, scrittori e artisti, “riscritti” da Deleuze in una speciale e originale idea“affettiva” di filosofia in cui circolano e si prova a far dialogare perennemente fra loro alcune situazioni-incroci determinanti per il destino stesso della filosofia occidentale.

Klossowski afferma, nelle primissime pagine del suo testo, nel capitolo La lotta contro la cultura (che sembrerebbe quasi una citazione diretta del titolo del testo di Artaud a cui abbiamo accennato all’inizio di questo incontro) che Nietzsche la fa finita col “baraccone” della filosofia:

«Nietzsche respinge con fermezza l’atteggiamento del filosofo che insegna. Si fa beffe di non essere un filosofo, se con ciò si intende il pensatore che pensa e insegna perché si preoccupa della condizione umana. Proprio su questo egli infierisce e getta lo scompiglio e, potremmo dire, “sfascia la baracca”».

Da Nietzsche in poi non esiste più la figura del professore di filosofia, bisogna farsene una ragione, dice Klossoswski e, sempre dal primo capitolo del suo testo, aggiunge:

«Una società si crede giustificata moralmente dai suoi scienziati e dai suoi artisti, mentre il solo fatto che questi esistano e ciò che producono è indice del suo malessere disgregatore e non è affatto certo che saranno essi a ricomporla, ammesso pure che essi prendano sul serio la loro attività… Col suo rifiuto del sistema Nietzsche vuol dire che, se la filosofia si preoccupa di trasmettere dei “problemi”, essa non va oltre l’interpretazione generale che un determinato stato sociale dà della propria “cultura”. Facendo il bilancio generale della cultura occidentale, Nietzsche torna sempre a porsi queste domande: che cosa si può ancora fare sulla base delle nostre conoscenze, usi, costumi, abitudini? In quale misura sono beneficiario o vittima o zimbello di tali abitudini? La risposta a queste diverse domande fu la sua maniera di vivere e di pensare, di fronte ai suoi contemporanei».

Qui Klossowski parla di Nietzsche ma parla soprattutto di se stesso; Deleuze è un filosofo, Baudrillard è un filosofo e a tratti anche un fotografo, Foucault è un filosofo, Klossowski è un pittore, uno scrittore e un filosofo. Nietzsche è stato per breve tempo filologo all’Università di Basilea, ma poi si occupa di tutt’altro.

 Klossowski vive in casa con un fratello che si farà chiamare poi Balthus, il papà è scenografo e pittore, il compagno della madre sarà poi un certo Rilke; Klossowski, quando parla di arte e di artisti lo fa ponendo un discorso “dall’interno”, di chi conosce le dinamiche quotidiane che generano un pensiero artistico, sovente in relazione ad un pensiero filosofico che dello stesso fare artistico si nutre per la tonicità della sua vitalità. A questo proposito mi torna in mente un caso similare, quello di Marcel Proust, con un padre letterato e un parente di nome Henri Bergson che influì non poco sulla struttura poetico-filosofica del suo lavoro Alla ricerca del tempo perduto.

L’automa è una figura filosofica che permette la libertà della coscienza del vedersi dall’alto, di una libertà che conosce la potenza della sua schiavitù nel banale quotidiano.

Per Klossowski l’automa crea le condizioni di una “nuova libertà creatrice”, restituendo all’essere vivente la “spontanietà impulsionale”; ammettendo tutto come puramente automatico, continua Klossowski (anche qui ritorna quasi in forma di riscrittura il frammento di Artaud con cui ho voluto iniziare questo incontro), l’essere vivente conosce questa sua fondamentale illusorietà giungendo ad una “coscienza della incoscienza”, un vero e proprio atto-pratica filosofica che consente di trattare l’organo intellettuale come “semplice automa”, spettatore del suo “spettacolo  che va dall’intensità all’intenzione e di nuovo all’intensità”.

E parlando del rapporto spettatore-spettacolo viene ovviamente in mente il lavoro di Guy Debord attorno alla società dello spettacolo 7 e soprattutto la questione, che forse più ci interessa, di come oltrepassare quella stessa società dello spettacolo occidentale, come fronteggiarla almeno, dal momento che sembra essa stessa società riconoscersi nello spettacolare, di fondarsi addirittura essa stessa come comunità spettacolare. Di sicuro, le parole appena citate da Klossowski e il lavoro dello stesso Deleuze attorno all’automa spirituale sono, almeno a livello di visione di partenza, uno spunto frontale importante su cui inscrivere un lavoro innovativo sul fare comunitario e identitario della società occidentale rispetto allo spettacolare dato e vissuto.

Deleuze per parlare del cinema, nella suo secondo volume dedicato al Cinema, parla di automa spirituale, della possibilità di essere automi nel momento in cui guardiamo lo schermo, del viversi mentre il pensiero e la vita si determinano al di fuori di noi stessi, sia nell’atto della proiezione del film stesso che della vita che avviene in noi in relazione ad altre vite che si determinano nella proiezione e perché no, nella sala stessa mentre assistiamo con altri esseri viventi al film.

Deleuze, come anche Wittgenstein, due filosofi molto diversi e distanti fra loro, amavano molto andare a cinema, frequentare la sala cinematografica, vivere la quotidianità dell’atto filmico, con i suoi rituali banali e ripetitivi. Oggi, per fare un piccolo salto da quello che sto argomentando, ma forse neanche tanto, volendo parlare con un tono paradossale (che cos’è la filosofia se non un atto paradossale, direbbe Deleuze), oggi dicevo, il miglior atto filosofico per capire cosa succede in Italia è andare a cinema, vedere i film che danno in sala, vivere la quotidianità della sala cinematografica, a partire dalla vita e dai riti stessi che essa determina con la somministrazione di alcune pellicole piuttosto che altre (a Napoli questa situazione è ancor più evidente che in altre città come Roma e Milano), della vita che avviene nelle grandi multisale, di come un gestore di sale cinematografiche intende un essere vivente nel momento in cui frequenta quello spazio d’aggregazione pubblica, quali relazioni esso gestore desideri avvengano in uno spazio fatto per creare interazioni, comunità, affettività.

Dunque per capire che cos’è la filosofia in Italia bisognerebbe andare a cinema e non in biblioteca, non all’Università o ai convegni.

Klossowski, rispetto alle tre figure filosofiche toccate dall’Abrègè, dà la possibilità di poter inserire insieme a Deleuze, Artaud, Spinoza, Nietzsche, concetti quali oblio, sperimentazione e innovazione nelle scienze e nelle arti e di parlare dunque di wunderkammer e atlante, soprattutto nell’accezione di Denkraum, concetto che tira in ballo e mette in relazione autori come Aby Warburg e il suo celeberrimo Atlante delle Memoria 8 (punto di riferimento dell’Abrégé con la seconda tappa Atlante della Fertilità) e Walter Benjamin, soprattutto con le sue intuizioni e visioni contenute nei PASSAGEN-WERK 9 attorno alle scorribande parigine del suo flâneur,  eroe solitario del desueto e dell’esotico nella foresta di simboli, sensualità e amenità che solo una grande metropoli può dispensare e dispiegare.

Soltanto la dimenticanza e l’oblio possono creare la memoria, inventare qualcosa di nuovo è possibile soltanto per il fatto che se ne è persa (quasi) memoria e dunque crea le possibilità di atti sperimentali di ricerca, poiché appunto non ve ne è quasi più traccia e bisogna andare per vie desuete o che si credono del tutto inesplorate e bisogna andarci un poco per volta,”a tentoni” raccomanda Deleuze quando parla della “filosofia pratica” 10 di Spinoza, poiché è ovvio che sperimentare è l’unica via, ma è anche una via che va ben dosata e pensata con gli affetti e percetti della propria vita, in relazione con le vite altrui e il mondo circostante.

A questo punto, parlando di Klossowski e di concetti quali automa, oblio, sperimentazione non posso non citare l’amicizia del pittore e filosofo francese con Carmelo Bene e di come le idee klossowskiane siano determinanti per l’elaborazione della sua opera artistica e del suo pensiero attorno alla “macchina attoriale” o di come in alcuni spettacoli  l’automa sia figura centrale dei personaggi scenici beniani, talvolta addirittura ne sia la chiave per l’acceso al senso che lo stesso Bene attribuisce all’azione scenica dell’essere vivente sul campo umano e filosofico dell’anti-rappresentazione; su quest’ultimo orizzonte, quello dell’anti-rappresentazione, non meno fondamentale  per Bene è la frequentazione con lo stesso Deleuze, così come va poi ricordata la grande capacità di Bene nel coinvolgere nei suoi lavori e nelle sue iniziative personaggi di grandissima levatura, come ad esempio gli stessi Deleuze e Klossowski. Penso ad esempio alla celeberrima Biennale di Venezia Teatro diretta, o meglio non diretta da Bene nel 1989 (mai come in quel caso il concetto di assenza generò tante polemiche e attenzioni per il teatro italiano in Italia e all’estero), nella quale doveva portare in scena un lavoro tratto dal romanzo Il bafometto di Klaossowski 11, oppure al saggio  Un manifesto di meno del 1979 che Deleuze dedica al Riccardo III di Bene,12 che resta oggi una delle tracce più significative di quell’importante lavoro di riscrittura e rifondazione del teatro avvenuto nella seconda metà del secolo passato.

Anche qui ho voluto citare, come in precedenza, brevi dati bio-bibliografici dalla vita di Klossowski, per sottolineare come la possibilità di interazione fra le arti e le altre discipline (al di là di generose ma talvolta sterili linee guida  ministeriali-istituzionali) vissute sul campo, con pratiche e interazioni volta per volta diverse e difficilmente replicabili, generano innanzitutto possibilità alternative di quotidianità per quelle singole discipline troppo spesso rinchiuse in recinti settoriali troppo angusti; possibilità, si diceva, che soprattutto creano comunità e affettività con temporalità sempre diverse, stimolano e generano innovazione, eventualità ed eventi di un divenire altro dell’identico che filosoficamente resta un perno e un assillo-ossessione per tutto l’occidente, dalla sua fondazione mediterranea di qualche millennio fa sulle coste della Magna Grecia, fino ai nostri giorni di automi che di quell’impossibilità dell’atto speculativo-filosofico non vogliamo a nessun costo rinunciare.

– Le due photo di Hermes Lacatena presenti nel testo sono relative all’installazione WLK Wunder_Litterature_Kammer di Domenico Mennillo realizzata al Museo Nistch nel 2015 e nel 2016; © photo e testo by Hermes Lacatena, Fondazione Morra e Domenico Mennillo.

_________________

1 Questo testo riprende l’intervento presentato il 12 gennaio 2016 per l’incontro La Révolte contre la Poésie. Narrazioni attorno alla WLK, realizzato presso la sala Capriata del Museo Nitsch di Napoli. All’incontro hanno partecipato con un loro intervento Iain Chambers (L’archivio (s)piegato: la melanconia e la rovina del passato che non passa), Tiziana Terranova (Anarcheologia monadologica: media, memoria, archivio), Mauro Giancaspro (Macchine e carte smarrite), il duo Alessandra Cianelli-Beatrice Ferrara (Sulla pratica della meraviglia e la necessità di un archivio_Aprire o chiudere). La presente versione è apparsa, in forma diversa, in A.A.V.V., Cartografie Pedagogiche. Teatro come metodologia trasformativa (a cura di Maria D’Ambrosio), Liguori Editore, Napoli 2017. 

2 Questo breve testo di Antonin Artaud fu pubblicato per la prima volta in Francia nel 1944 in una plaquette di soli 50 esemplari a cura degli “amici dell’autore”; Paul Thevenin, curatrice del progetto di edizione integrale di tutte le opere di Artuad presso Gallimard, asserisce invece nelle note del IX volume che la data di pubblicazione sia fittizia e che l’anno reale da attribuire alla plaquette sia in realtà il 1953. La traduzione del frammento sopra riportato è di Pasquale Di Palmo, curatore dell’edizione italiana del testo di Artaud col titolo Rivolta contro la poesia, edito in 500 esemplari presso le Edizioni L’Obliquo di Brescia nel 2007.

3 L’Abrégé d’Histoire Figurative ( http://www.domenicomennillo.com/abreacutegeacute.html ) è un progetto sostenuto dal 2011 al 2017 dalla Fondazione Morra, dal Museo Nitsch, dalla E-M Arts e lunGrabbe, con la partecipazione e il patrocinio di istituzioni quali il Museo MADRE, Villa Pignatelli-Casa della Fotografia, l’Università l’Orientale, l’Accademia di Belli Arti di Napoli, il Goethe Institut, APOREMA onlus ed altri partner; questo progetto ha avuto tre tappe, la prima fra 2011 e 2013 con il progetto Pierrot ou d’Automate Spirituel realizzato al Museo Nitsch e al Museo MADRE, la seconda con Atlante della Fertilità fra 2011 e 2014 fra le stanze del settecentesco Palazzo Bagnara-Fondazione Morra a piazza Dante e la serra di Villa Pignatelli-Casa della Fotografia alla Riviera di Chiaia e infine WLK, realizzata al Museo Nitsch fra dicembre 2015 e gennaio 2016 e Villa Pignatelli nell’ottobre 2016 e nel maggio 2017.

4 Pierre Klossowski, Nietzsche e il circolo vizioso, Adelphi, Milano 1981 (prima edizione) e 2013 (seconda edizione).

5 Gilles Deleuze, Cinema 1 ubulibri, Milano 1983 e Cinema 2, ubulibri, Milano 1985

6 Giorgio Ronchi, Gilles Deleuze, Feltrinelli, Milano 2015.

7 Guy Debord, Commentari sulla società dello spettacolo e La società dello spettacolo, Sugarco Edizioni, Milano 1990.

8 Aby Warburg, Mnemosyne. L’ Atlante delle immagini, Nino Aragno Editore, Marene 2002.

9 Walter Benjamin, IX. I “passages” di Parigi, Walter Benjamin. Opere Complete, Einaudi, Torino 2000.

10 Gilles Deleuze, Spinoza Filosofia pratica, Guerini e associati, Milano 1991.

11 Pierre Klossowski, Il Bafometto, ES, Milano 1989.

12 Carmelo Bene, Gilles Deleuze, Sovrapposizioni, Quodlibet, Macerata 2002.


 

Saggistica

Informazioni su frequenzepoetiche

Giorgio Moio è nato a Quarto (NA) il 25 maggio 1959. Poeta, è stato redattore delle riviste «Altri Termini» e «Oltranza» (di quest’ultima è anche tra i fondatori). Direttore editoriale di una piccola casa editrice, nel 1998 ha fondato e dirige la rivista «Risvolti», quaderni di linguaggi in movimento. Ha collaborato con numerose riviste, attualmente collabora assiduamente col magazine on line "Cinque Colonne" e con la rivista webzine "Malacoda". Ha pubblicato una quindicina di volumi.

Precedente MARISA PAPA RUGGIERO, Ricordando Stelio M. Martini Successivo SIMONE REBORA, Lettura di Stecca, mutismo, e rassegnazione. Storia di una naja non tripudians di M. Palladini

Lascia un commento

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.