ANTONIO SPAGNUOLO, Sillabando alla luna. Nove poesie inedite

Dichiarazione di poetica

La poesia è legata all’inconscio e l’inconscio è il luogo della poesia. Luogo che attende il simbolo per urlare l’emersione da una serie indefinita di soggiacenze ed aggregare affioramenti che possano proiettare emozioni multicolore.

La poesia diviene nel ritmo la tappa dell’informe che cerca la forma, del caos che cerca l’ordine, della speranza che cerca l’esperienza, dell’impossibile che cerca il possibile, dell’illusione che cerca la realtà. È essa stessa l’infinito che ribolle nei limiti, o semplicemente un messaggio in bottiglia che vive della speranza di un possibile dialogo differito nel tempo. Nulla cambia nell’inconsapevole rivoluzione dell’inconscio, passo dopo passo nel rigore dell’esplorazione di quelle emozioni che tingono di rosso la parola, e non sopporta  limiti o limitazioni, etichette o programmi, là dove viene ricreato l’ideale che aggrega e coinvolge in vertigine.

Mentre il corpo nomina la propria presenza, sulla scena del mondo pur sempre densa di ombre, con il calore proprio della carne, la mente evoca il tempo che trascorre, per rincorrere le sfumature di emozioni nell’incrociare il mistero delle pulsioni e sedurre indecisioni e turbamenti.

I fantasmi che quotidianamente la memoria insegue sono improvvise illuminazioni che il nostro cervello accetta nel segreto dei ricordi, incasellati disordinatamente nelle circonvoluzioni, o semplici armonie che ripetono il ritmo delle scansioni come coaguli della compartecipazione.

Rielaborare delle palpitanti presenze, concrete e vitali, cristallizzate nell’insolubile raffinatezza del disincanto, diviene il magico soffio vitale della illusione in una circolarità infinita che si dissolve soltanto nell’impulso che l’arte, la poesia, percepisce e comunica. Ed è così che la forma poetica, rincorrendo le figure che si affacciano al nostro sguardo misterioso, è stata per me sempre connessa a quella più strettamente musicale, considerando la sillaba non solo come nesso ortografico ma anche come suono, un ritmo che si sviluppa in crescendo, per agganciare i profili che ritornano alla mente.

La poesia è costantemente il nutrimento della quotidianità, fin quando agganciamo ad essa la nostra più raffinata emotività (A. Spagnuolo).

 

***

 

Sudario

Come guscio il silenzio è il tuo sudario
nel ritmo sbiadito, a consumare ricordi:
un sottofondo illusorio che tradisce
la soglia inaspettata dell’ignoto.
Autunno non ha più foglie per me,
inaridito per sempre e già stranito
ogni volta che torna.
Le schegge ancora mute hanno poesie
nella corrente acidula del tempo,
poesie che non riesco  a cucire,
perché altre rime accendono il passato
circondato da nebbie, da polveri,
nel semplice riflettere del giogo.

 

Sillabando

Sillabando alla luna ho riversato
l’inganno di parole, come broccato antico,
giocando ironie o rovistando
bacche spinose per il fraseggio.
Ero nell’ombra e tu eri fanciulla.
Quando le lunghe ore sono troppe,
sospese nel ritaglio delle note
che rintoccano a sera,
ritaglio l’infinito tra i segnali dell’amore
che tendeva occasioni.
L’attesa che distrugge ultimi scatti
ha stupore, come il telo bianco
che ha coperto il tuo viso,
e ripete preghiere inascoltate.

Viali

Lungo i viali il muro che racchiude
i graziosi supplizi degli insetti,
orizzonte in ombre per declivi,
quasi a ripetere il tuo argento sfaldato,
resta sgranando cellule cerchiate.
Se fossimo coltelli arrugginiti
colpiremmo il baleno degli occhi,
per sorridere alle insensate reti
collegate al disfarsi delle foglie.
Ma una finta impennata nel richiamo,
completamente in trepido sbeffeggio,
ripete il sogno del pane spezzato.
Il tuo bacio aveva anche il sapore
del temporale di agosto,
quando il calore cede alla pioggia ed il cielo
ha le urla di Giove.
Tu,
sempre bambina al mio desiderio,
aprivi petali, sciogliendo oltre il respiro
il cuscino imperlato e il calco d’ombre
che vorticava al sussurro.
Ora ti cerco di notte, tra l’uggia e il viola,
nella  vecchia illusione dei capelli
imbiancati dal tempo in solitudine.

 

Curva infinita

Sono frammenti di scritture anche le rughe
nella falce di luci sulle guance,
ove il rosa è sbiadito con il tempo.
Suoni e colori qualcosa che l’assurdo
getta alle dita attraverso quei gesti,
uncinati al fulgore del desiderio,
e tu curva infinita rimani nel nulla
a coniare leggende.
Hai disperso i segreti, le lusinghe, i coltelli
fra le ombre  assediate dai ricordi,
fino a sbiancare nelle pupille irrequiete.
Improvvisa farfalla finisci nelle tenebre
ove tace disperato ogni segno.

La mia furia  

Resta solo il velo  dell’attesa
in vertigini e disperde il buio
o frantuma il silenzio tra le figure
sbiadite dell’infinto splendore del niente.
La mia furia attraversa il proibito,
che divora me stesso ed abbandona
le offerte ricucite.
Di nuovo le ciglia hanno bruciato
un residuo di cielo, scivolando in preghiera,
vana promessa di un frasario imprudente.
La mia furia ha l’audacia impossibile,
oltre la cieca impazienza,
che tante volte confonde i rimandi,
ed eccomi ancora a credere
palmo a palmo l’incanto inatteso.

 

Ombra

L’ombra frana e s’incrina nei dettagli,
nell’urgenza della tua figura,
quasi fantasma immobile nelle crepe del muro,
che mi opprime ogni sera, che incombe
a schiacciare i miei muscoli invecchiati.
Si cancella il colore ad offuscare meridiani
e corrono in piazza gli scugnizzi
per disperdere visioni logorate.
Qualcuno attende ancora luci soffuse
tra lenzuola sdrucite e tepori sospesi
nel trucco delle sassaiole.
Il gelo ha il vecchio impatto della notte
e ritorna la piuma improvvisa del ricordo.

Condanna

Oggi è condanna il raggio dei ricordi,
che imprimono coltelli alla mia mente
e ripetono quei giorni di illusioni
tra le perle del mare ed il tuo piede
modellato nei petali.
Ho perduto l’incanto, e cerco ancora
la sfida lacerata delle pieghe
che furono certezza.
L’ennesima visione mi distrugge.
Appare vana ogni cosa ora che il sole
cerca riflessi  di colori nuovi,
cerca nei raggi ancora non cocenti
un riverbero antico, un riflesso indeciso
per il tuo abbandono.
Hai sfiorato le dita nell’ultimo sorriso,
con labbra esangui, e con sussurro mite
hai lasciato il mio sguardo nel dubbio
per non averti fermata nell’addio.
Si spezza il pane secco per sfidare
le tenebre,
una nenia indiscreta che ripete
la vecchiezza di sillabe, che a volte
sfiorano maledetta lamentela.
Fuori è il mio nome, snodato,
scomponibile , che accenna troppo forte
all’angoscia.

 

Urlo

In frantumi ogni istante sul quadrante
in cerca della giusta incisione
che sospenda anche il volo dell’allodola,
nei mattini, prima che dissolva brina.
Ruota il raggio a strappi
quasi tortura della solitudine che ingloba
in quella sola parola, palpebra a palpebra,
e piega al grigio ogni mio sospiro.
Tu speranza che gioca a rimpiattino
dietro una tenda sdrucita del balcone
avvolgi nel silenzio il mio petto
che vorrebbe tuffarsi nel tuo urlo.

Tormento

La fascia del tormento ha il passo lento
che ritorna più freddo, al gocciolio
delle palpebre, anch’esse accese
per non rispondere alle vampate di un richiamo.
Ogni parola d’ombra chiude il cemento
in un lamento
che veglia al tuo profondo abbandono.
T’ha rapito il tradimento delle ore
ai confini di un giorno maledetto,
senza un sussurro, senza il tuo sorriso,
sparita più volte nelle veglie, bruciate
nell’increscioso torpore del sogno.
Nel blocco del silenzio ritorna il tuo profilo.


Biografia di Antonio Spagnuolo


 

Poesia in Campania

Informazioni su frequenzepoetiche

Giorgio Moio è nato a Quarto (NA) il 25 maggio 1959. Poeta, è stato redattore delle riviste «Altri Termini» e «Oltranza» (di quest’ultima è anche tra i fondatori). Direttore editoriale di una piccola casa editrice, nel 1998 ha fondato e dirige la rivista «Risvolti», quaderni di linguaggi in movimento. Ha collaborato con numerose riviste, attualmente collabora assiduamente col magazine on line "Cinque Colonne" e con la rivista webzine "Malacoda". Ha pubblicato una quindicina di volumi.

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