ANNA MARIA GIANCARLI, Piccola antologia

Lungo A reazione poetica di Anna Maria Giancarli non sono pochi i testi che manifestano una spiccata vocazione metaletteraria. Segnale, vivace quant’altri mai, che il libro, quale organico contesto di apparati a funzione integrata, risponde qui ad una serie di potenti necessità e per questo è voluto, impaginato: necessità di compattezza strutturale che si incarica di dire con forza, necessità di diretta responsabilità testimoniale, necessità di legare in un tessuto che resiste le occasioni che schiudono i versi, necessità di coerenza semantica che dispone in una piena e coordinata sorvegliatezza formale i temi e i motivi che l’ideologia letteraria d’autore chiama, ancora di necessità, al proscenio. Necessità, insomma, di una poesia reattiva, indomita, più che resiliente.

L’autocertificazione della scrittura di Anna Maria Giancarli, tra dichiarazione di intenti ed esposizione di metodi e processi nell’officina dei lavori in corso, narra per sé e per le sue linee di tendenza, a me sembra, il programma esecutivo che segue. Ascoltare le parole che urgono a frotte è quanto si richiede dapprima, con una convinta disposizione all’accoglienza critica, con una propensione acuta alla  verifica intellettuale e alla ricerca; non tacere alla bisogna quelle che hanno la portanza di un’ecologia della cultura, avvolte – come accade che capiti tra le figure del poetare che remotamente fu – come in un’oasi verde che ristora, è per certo opportuno, anche perché da esse possono maturare, a contrasto, l’iscrizione a giudizio, la messa in causa e la deliberazione di condanna delle parole consumate in una società omologata o di quelle “stuprate” dal potere o di quelle salmodiate in sillabanti semitoni che fasciano fino ad ottunderlo il pensiero e sotterrano la verità; slegare le parole e sottrarle alla significazione in cui si trovano costrette e risvegliarle e rinnovarle, così che siano portate a rovistare sotto ed oltre la lingua del dominio per cercarvi ciò che inferno non è, e profilarvi possibili utopie, questo infine si deve.

E se il lavoro sulla lingua diviene siffattamente una priorità, assoluta e dirimente, la rivendicazione della specificità della letteratura è il collegato disposto. Forma del contenuto e forma dell’espressione, per la scrittura, sono campi obbligatori per i quali è doveroso sancire una sovranità di stato: non malgrado, ma con i cespiti della letterarietà di cui abbiamo fatto esperienza nella storia – letterarietà d’avanguardia e pure di una tradizione ripensata e ricontestualizzata – e con le stesse forme chiuse (in esse, per aseità conclamata e per anacronismo, è trattenuto qualcosa di un’ecologia della scrittura), sono ottenibili un rafforzamento espressivo e una riapertura del dire. La ballata e la sequenza versale battuta da anafore e il sistema rimico qua e là ne offrono conferma, usati spesso per sbalzare una pronuncia o indignata o di difesa, e di rilancio, di diritti conculcati; e la torsione strofica ovvero la scomposizione degli enunciati (più che quello lessicale, è questo il piano interessato dalla sperimentazione, che scava nelle crepe e ne snida le parole rimosse, le nascoste, le colpite da interdetto), così da andare in scia della lingua della luna come annuncio e come disegno di alterità, sono le evidenze e le emergenze testuali nelle quali l’inquietudine e la resistenza, l’antagonismo pervengono a reazione. Tra una tradizione dalle origini lontane, e dalla diatesi accosta alle pratiche non cultuali (lontanamente congruenti con l’oralità popolare, perciò anticonvenzionali) della scrittura, e una avanguardia fuoruscita dalle gabbie dell’autoreferenzialità e consapevole dell’impegno sociale e politico a cui specificamente è votata, sta la poesia di Anna Maria Giancarli.

In questo spazio di polarizzazione reattiva e di convergenze opera il dispiegarsi costruttivo di modificatori semantici (ecco il susseguirsi strutturante, in alcuni componimenti liminari, degli avverbi). Sul versante di una sua inclinazione avanguardistica si rinvengono pure, frattanto, le tracce della sinestesia chiamata ad un lavoro sperimentale. Si tratta dei colori invitati per reiterazione ad offrire la nota dominante e il tono; o si tratta del sonoro acceso dalle barre oblique che popolano densamente la compagine versale: avvertenze infortite di una scansione che si richiede marcata, corposa di materica densità, e indicatori di pause performative che trasferiscono in voce la grafica del testo.

Tra queste coordinate metaletterarie, ora nitidamente delineate ora rilevabili nella filigrana dei pezzi montati insieme, coordinate che definiscono nella sua interezza coesa il libro, Anna Maria Giancarli dispone i suoi temi.

Le occasioni intanto: A reazione poetica rinnova la consuetudine di una scrittura in versi che si lascia guidare dai singoli momenti del vissuto, dalle sue particolarità. È una scelta che intende suggerire una presenza, un desiderio di prossimità: negli atti e nei gesti della loro quotidianità, e negli appuntamenti cruciali della loro esistenza, è vicinanza agli uomini e alle donne, che sono nominati a dedicatari, ed è coinvolgimento, senza pretermissioni e senza renitenze, negli eventi capitali incontrati, stante la consapevolezza che la poesia non può essere spaiata dalla partecipazione. Anche in questa sua opzione il testo di Anna Maria Giancarli non manca di schierarsi, di prendere partito. Le occasioni sono opportunamente selezionate, infatti; e concernono i compagni di un percorso di vita e di cultura o i fatti la cui portata e il cui impatto sono tali da interpellare, spesso senza vera risposta, la coscienza collettiva. Per il che la testimonianza si rende notifica di una condivisione (condivisione di ideali, rilevazione di un sentire comune di pochi, non rassegnato al pensiero unico e dominante); mentre gli eventi sono interessati da una assimilazione profonda, toccati da una interiorizzazione che, nel conservare la loro puntualità storica, ne oltrepassa tuttavia il carattere circoscritto, contingente.

È il caso del terremoto de L’Aquila, che concentra su di sé inquadrature ravvicinate, ma che, contemporaneamente, diviene memoria, eco di un disastro annunciato, coscienza di una realtà di gruppo che si compatta, richiamo ad un impegno politico che non arretra, attenzione e vigilanza che regolano il tempo del giorno e della notte: dimensioni riverberate nello spazio dell’io, per cui tutto vi è irreversibilmente movimentato e mutato e nuove coordinate debbono essere pensate. Il terremoto lungo A reazione poetica diviene dunque motore di conoscenza; dal terremoto è sollecitata la poesia di riflessione e di pensiero che Anna Maria Giancarli imprende, conferendole un decorso accidentato, quasi di tipo ondulatorio.

E come nel pieno di uno sciame sismico si desidera che la terra non più tremi, e comunque si spera una tregua, così nella sostenuta autoanalisi in prima persona – che è componente nient’affatto succedanea del libro – si prevedono, si fingono, abbisognano pause (brevi interludi) di osservate serenità, che affacciano sulla natura e sul mito.

Ma il più è denuncia, è polemica, è tensione che subito riaffiora e monta dettando il ritmo dei versi. E demistificando la standardizzazione e il disvalore in atto. E mettendo in esponente la slabbratura e la sperequazione sociali con gli squilibri e le ingiustizie che s’aggravano massivamente. E incrudelendo sulla finanziarizzazione cannibale e sulla alienazione globalizzata. E ponendo in giudicato il furto generalizzato di identità e di cultura. E deplorando le emergenze che non cessano in una con i rinvii sine die della soluzione di non più rinviabili, annosi problemi. E contraddicendo l’universo orrendo che costringe la lingua a tacere per dare voce alla parola della mascheratura, della sopraffazione e del sopruso.

Il cammino per riappropriarsi del linguaggio e disporlo altrimenti segue pure le piste di una restituzione orientata al principio del piacere: pertanto Anna Maria Giancarli snuda cromatismi pieni tra i versi, e li accende di poussées visive, o batte percussivamente per volture sonore su schiuse isotopiche e assonanzate, come cercando la libertà aprente e rinnovante del gioco.

Epperò queste pratiche, dalla loro cultura ecologica applicata alla scrittura e dal loro circoscriversi sprizzante energia nel chiuso delle forme, non smettono di sortire effetti di rilancio della poesia quale discorso deliberato di conoscenza e di critica. Nella densità di un libro a contraggenio, che è cosa buona e giusta. (Marcello Carlino, Per lingue di luna)

* * *

Inquieto rituale

Immobilità cerebrale vedere e non parlare

stendersi polvere d’oro sugli occhi enumerarsi all’infinito

i perché i percome i perquando

lavarsi i sudori, inventarsi un nuovo look demenziale

dovunque massaggiarsi velarsi sentirsi angosciarsi

godersi una fatica lavorarsi una speranza cavalcarsi un delirio

nel frattempo sedersi a teatro, a cinema, al concerto, al cesso

impostare il tempo da aspettarsi, scriversi una lettera di ricordi

smemorarsi di tutto imbellettarsi di disperazione

inchiodarsi ai secondi, urlarsi di (r)esistere con un’idea in mano.

(da I trucchi del reale, Manni editore, 1999)

*

La parola indocile

se mi batto con luce ostinata

un tempo ritrovato convola

scalando aguzze scale ora

ho mani bruciate dalla spola

in cella invoco ali siderali

per rinverdire nostalgie

di appassite foglie e voglie

da trine di lotte intossicate

un grido in corsa smargina

la presa quasi tonda della resa.

(da La parola indocile, Edizioni Le impronte degli uccelli, 2011)

*

“Amor, che nasce di simil piacere,

dentro lo cor si posa

formando di disìo nova persona […]”

Guido Cavalcanti

Rosa con rosa

rosata rosa

smarrita

inrosa l’attesa

sfiorita

nell’esistenza mia

sfinita

con sapienza infinita

amorosa rosa orgogliosa

spargi profumo

di rosa armoniosa

d’amore eterna rosa

(da Incanto per Eloisa, Edizioni Tracce, 2008)

*

L’immortale sottoscritto1

… con effetto boomerang

su una bancarella romana di libri usati

nel lontano 1976

approda tra le mie mani “Lo stuzzicad(m)enti di Jarry”

di Mario Lunetta, poeta di luna, anche disfatta, todavía

di leopardiana memoria

talpa testarda-generosa nell’incessante ricerca di senso

nei labirinti del lógos e dell’esistenza

fiume in piena, sorgente incontenibile di parole violette, rocciose,

dal peso specifico ribelle

di pensieri irriducibili sempre contro

gli impresentabili presenti del suo vissuto

un testo, un test e il fruscio della sua lingua

dalle sonorità decise / dall’impianto moralmente consapevole /

del suo “modus loquendi et vivendi” s’innesta tra noi

radicale

assieme alle materiali utopie condivise e le illusioni

d’un futuro meno sconcio e feroce

sempre / todavía / incastrate nella coscienza di perdite a catena

d’un domani stravecchio / dello sbiadimento del “rosso”

appena riscaldate dall’ironia vitale

eco laboriosa delle voci di Lukács, Marx, Wittgenstein,

Benjamin, Bruno e degli innumerevoli suoi/miei compagni

di pensiero e di creatività

in questo luglio afoso, in una Roma degradata/volgare

sei scivolato nell’ombelico delle galassie

tra miliardi di incognite

forse (?) per plasmare la lingua allegorica

del silenzio

libero / ormai / in questo antiestetico mese di luglio /

dalla malvagità in cui siamo immersi

dalla sporca ipocrisia che fa da collante sociale

dalla misera violazione d’ogni principio etico

dalla mediocrità al potere

si sa che l’ultima pagina non conclude mai

una storia (i pensieri dilagano e ne calamitano altri)

ma, la materia / in infinita espansione / come te /

è immortale / todavía

está bien / elefante come elefante / riprendi a barrire

come non è mai accaduto in vita

lasciando “in rebus” orme / tracce / scie / testi/monianze

in me / in noi

lunettiana/mente

L’Aquila, 30 luglio 2017

*

sulla linea di confine

… è una questione di metrica

“artificium”, lo so.

Nelle stanze della canzone

a ballo tondo

s’intrecciano piedi principali

a ritmi ternari

e, intanto, sulla linea di difesa

corrono le ore mentre m’affanno

a disporre rime sonanti

con voce ancestrale…

contro l’illusione ottica del segno

e le reazioni poetiche a catena.

Sul libro bianco del verso

a volte balena lingua di luna.

*

Sic est

la vergogna è il rovesciamento della verità

in atto / l’ipocrisia degli equidistanti benpensanti

di fronte alle rapine alle morti alle violenze

mirate, programmate in terra di Palestina occupata.

Un popolo resiste da decenni e muore

facendo meno d’una mosca rumore

tra raid notturni massacri soprusi.

Il silenzio del mondo (civile?) oscura l’orrore

dei settecento bambini ogni anno arrestati

di notte bendati, abusati.

Colonie illegali, campi profughi, checkpoint

non sono abbastanza per capire il torto.

Allora di quale memoria si blatera?

Con un genocidio in atto “la verità è nuda”.

*

Ditirambo del poi

Irriducibile poi ricuci e conduci la danza

delle responsabilità tirando l’elastico

del presente fino allo spasimo poi

rilanci promesse sbilanci

illudi / da cupidigia orgiastica invasato

con sillabe false / all’attesa.

E ancora urlano le stragi di stato poi

i morti per mafia o per fame di giustizia.

Le semisillabe ad arte sotterrano le verità.

*

Satira dell’invece

apri la crepa tra i rovi rovista,

le mani pungiti a sangue

e fallo colare nell’algebra

delle combinazioni / restituzioni

di sogni perduti muti fottuti

nell’ossario del fosco proscenio.

Oggi e ieri invece

dolce è stato spargere fiele

con inchiostro nero oscurare

fili d’erba e umane utopie

rimanendo indifferente materia

desertificando l’impasto del mondo

la solidarietà disertando…

invece

*

Acqua

l’acqua passata non torna sui suoi passi

anzi no / gioca le carte in liquidi cicli

linfa amniotica acqua morta o viva

a volte ci affoga / in un bicchiere /

purissima acqua catramata acqua marina

ormai confondiamo le acque e osiamo

buchi nell’acqua / misteriosa placenta /

con l’acquolina in bocca davanti a un mont blanc

*

Bianco

… di punto in bianco una bianca luna

mi fa compagnia mentre bevo latte

e dallo specchio chiome bianche

versano lacrime sulle mie spalle

– in verità vedo più nero che bianco –

anche se appaiono lampi di neve

come si suol dire / incontaminata

di razza bianca / immacolata

la ménte spesso mènte

basta capire da quale parte si sta

– davanti o dietro l’arma –

 bien / metto nero su bianco / senza sconti.

(da A reazione poetica, Bertoni Editore, 2018)

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1 Così si autodefinisce, con lucido sarcasmo, Mario Lunetta nel Canzoniere della scomparsa (Robin Edizioni, Roma 2014)

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Biografia di Anna Maria Giancarli

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