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AA. VV., Poesia, nonostante una società avversa?

DISCUSSIONE - INTERVISTE

La poesia, nonostante una società avversa, è disposta a sperimentare forme sempre nuove di espressione? Se sì, perché?; se no, perché?

 

* * *

 

Antonio Spagnuolo ‒ Che la poesia sia sempre pronta a sperimentare forme nuove lo abbiamo visto nei vari momenti dello scorso secolo e lo vediamo oggi con alcuni tentativi di giovani, tutti intenti a scrivere senza più contenimento del verso, quasi in forma di prosa. Io posso soltanto esprimere la evoluzione della mia scrittura. Negli anni ’80 alcune mie raccolte (Ingresso bianco, edito da Glaux; Le stanze, edito da Glaux; Fogli dal calendario, edito da Tam Tam) erano piena dichiarazione di sperimentalismo, in seno alla generazione che in quel tempo si affacciava alla poesia. Poi i miei testi sono diventati più leggibili, proprio perché (guarda caso) io mi ritrovo quotidianamente a pensare con “endecasillabi”, vertiginosamente avviluppato alla forma poetica. Il supporto che conduce meravigliosamente all’oralità diviene dominio indisturbato della recezione a testimonianza del dicibile attraverso il sentimento o attraverso il bagaglio del subconscio. Ora la grande massa di scriventi, autoproclamantesi poeti, si avvale del web, letteralmente colmo di tentativi, molto spesso di nulla qualità. Senza un limite questo contesto rischia di proporre componimenti che nulla hanno a che fare con la “Poesia” alta, ove la vera differenza qualitativa resta e si impegna nella forma consapevole di selezione.

Mary Blindflowers ‒ Il suo intervento è intelligente e misurato, mi chiedo soltanto però perché parlare di poesia deficitaria o inutile in relazione soltanto al web? Vedo che anche la grande editoria pubblichi poesia che alta non è, spesso di inesistente qualità e spessore, tentativi spacciati per opere eccelse, si veda la raccolta di Scalfari che è pietosa e i vari poeti instagram ripresi da Mondadori e altri editori famosi che chiamano poeta qualsiasi cosa si muova e respiri appena purché abbia un nome. Chi si autoproclama poeta è solo un imbecille che fa poco danno, giusto il tempo di suscitare due risate, il danno grosso lo fa l’editoria sempre più politicizzata e poco attenta all’arte. Questo però non si dice perché è scomodo parlar male dei grossi, forse la poesia ha solo bisogno di un po’ di verità.

Antonio Spagnuolo ‒ Mary Blindflowers mi dispiace che non si riesce a chiarire il pensiero e le proposte. Le poesie di Scalfaro fanno pietà, come fanno pietà centinaia di volumi pubblicati dalla grande editoria. OK! Siamo d’accordo. Il problema era chiarirsi intorno alla capacità di poeti di accedere alla poesia sperimentale. E qui casca l’asino. Gira e volta lo sperimentalismo ricalca tentativi e difficilmente propone vere e ottime realizzazioni. Prendiamo l’attuale inclinazione di molti giovani a scrivere testi che non hanno più il “verso”, il “metro” e sono delle vere e proprie scrittura in prosa. Dove alberga la poesia? La prego di tenermi calorosamente un elemento modesto e delicatamente propenso alla musicalità. Io ho attraversato la poesia sperimentale negli anni 80-90 e ne conservo ottimo ricordo! Grazie!

Basti leggere il volume di Giorgio Moio “Da Documento Sud a Oltranza”, così ricco di esemplificazioni, per comprendere che tutto o quasi tutto è stato detto in materia di sperimentalismo. Quello ce si rimprovera ai giovani è proprio la mancata conoscenza di quanto è stato fatto negli anni passati, specialmente nella metà del secolo scorso. La “Poesia” ha ragione di esistere perché è una forma di arte indistruttibile, nella quale e con la quale i sentimenti esplodono sorretti dal bagaglio culturale del poeta. Giocare con le parole non è alla portata di tutti e la musica che ogni testo deve proporre non può essere manovrata senza la sensibilità del ritmo.

Giorgio Moio ‒ Mary, Antonio Spagnuolo, sulla questione web (dei social, per intenderci) ha pienamente ragione, anche se non tutta la poesia che si pubblica in esso è da buttare. Quanti presunti poeti incontriamo sul web? Quanti si credono poeti senza aver una degna pubblicazione alle spalle? Quanti ‒ specie se giovani ‒ sono convinti di fare a meno della storia, di quello che è successo prima di loro, rimanendo ignoranti e presuntuosi: credono che la storia inizi e finisca con loro. Ovviamente, fatte le dovute eccezioni. Forse si sentono in diritto di “sparlare” perché non c’è contraddittorio immediato, e a bocce ferme ogni discorso cambia. Ma perché voi giovani non fate come quando eravamo noi giovani; ossia, studiare studiare studiare prima di mettervi a scrivere; accettare i consigli e anche i rimproveri benevoli di coloro che hanno fatto un pezzo di storia della poesia degli ultimi anni? C’è tutto da guadagnare, credimi. Il mio discorso è generale, ovviamente, non ad personam. Ma qui il discorso è un altro: i giovani sono disposti a sperimentare nuovi linguaggi o vanno dove li porta il vento del momento?

Per quanto riguarda la circolazione di una poesia inesistente e sciatta, hai pienamente ragione. Circolano poesie che fanno cagare sia tra i giovani sia tra gli anziani (la parola vecchio non mi piace, forse perché mi sto avvicinando a questa soglia umana). Nessuno lo mette in dubbio. Ma qui, alcuni stanno mettendo in dubbio che la maggior parte dei giovani (soprattutto quelli che scrivono poesie da far “cagare”) non conoscono la storia che li ha preceduti, convinti di essere impuniti se affermano che la storia comincia con loro e muore con loro. Non per tutti. Ho conosciuto e conosco anche giovani preparati e validi. Sì, il discorso è generazionale: a parità di generazione, cioè quella giovanile, la mia, prima di scrivere due versi ‒ come dici tu ‒ studiava studiava e studiava, facendo la famosa gavetta presso riviste e “vecchi” poeti o scrittori o critici o artisti, assimilando assimilando e assimilando.

Ha ragione Mary Blindflowers: il discorso è trasversale, come pure il discorso riguardante il web. In quanto ai giovani non tutti sono ignoranti, ovvio. Qualche “vecchietto” critica il mare magnum del web, ma non puoi dargli torto. Anche in questo caso il problema della cultura scesa ai minimi termini non è solo colpa del web. Ma in giro c’è molto marcio e presunzione che, ovviamente, non ha età.

La brutta poesia non dimora solo sul web, e sono d’accordo. non dimora solo sul web, ma vi veicola una grossa fetta, però, senza essere “contraddetta”; forse perché, di solito chi scrive sul web non è tanto convinto di aver scritto un buon testo. Questo lo si evidenzia anche fuori dal web, ovviamente; ma essendo il web “immediato” le “stronzate” hanno più rilevanza. Ritornando al tema ‒ sono convinto che la poesia debba sempre sperimentare, ma mai fine a se stessa ‒ quanti testi si leggono sul web che affrontano il rischio della sperimentazione, della sofferenza e del dolore, perché, come diceva il mio amico Mario Lunetta, scrivere controcorrente e sperimentare, è sofferenza e dolore, pur con la consapevolezza che alla fine ti aspetta il fallimento. Che senso ha scrivere poesia autobiografiche, quasi in prosa, in modo pacifico, che non fa altro il gioco di chi vuole l’appiattimento del pensiero, dell’arte per meglio controllare o fagocitare? Su questo bisogna riflettere, ma senza un’adeguata conoscenza di ciò che ci ha preceduto, è aria fritta.

Comunque, dovremmo fare una discussione-dibattito sulla utilità e/o inutilità dei social circa le proposte poetiche.

Carlo Marcello Conti ‒ Senza poesia non c’è consumo del presente.

Oronzo Liuzzi ‒ L’attuale poesia gettata in terra d’esilio è una voce in lutto. È caduta nelle caotiche leggi sociali, linguistiche e di consumo, per cui ha l’impegno di ripartire per risorgere, se non vuole morire del tutto. Si deve interrogare per raggiungere quello spazio linguistico sperimentale dove gli esseri si manifestano, andando ben oltre le nostre storie individuali.

Mary Blindflowers ‒ Le forme sempre nuove di espressione richiedono una potente forza di immaginazione che non tutti possiedono, da qui l’avversione di tanta parte del mondo chiamiamolo così “poetico”, alla poesia sperimentale e la nascita di apologeti del nulla per il nulla pronti, compatti e pieni di certezze sublimate dal super-ego. Essi sostengono con la voce grossa che tutto sia già stato detto, che tutto sia già stato scritto. Ma è così? Se fosse così la poesia non avrebbe ragione di esistere. La realtà è che i cervelletti che osteggiano la libera ricerca, lo fanno con la chiara consapevolezza di non aver proprio nulla da dire o da dare di diverso rispetto a ciò che è stato già dato e detto. In pratica sono deficitari e trasferiscono questo loro deficit personale ad una concezione della poesia che pretendono sia universale.

Mauro Dal Fior ‒ L’inizio del 900 scoperse la pentola dell’acqua in ebollizione nel tessuto sociale e nacque il Futurismo con la rivoluzione artistica, ma soprattutto poetica. Gli anni ’60 portarono la rivoluzione dei costumi e dei diritti sociali e nacque la Poesia Visiva, la Poesia Tecnologica. La poesia procede sempre sul binario della sperimentazione, è sempre disposta a creare, a proporre. Alcune volte ci riesce bene, altre meno. Il viaggio della poesia sperimentale corre in periodi di grossi rivolgimenti sociali, poi rallenta in periodi di riflusso, poi riparte, poi rallenta, poi si ferma alla stazione, scarica i poeti sperimentali nati per caso e riprende il cammino verso il non so. Ora sta rallentando, sta entrando in un tunnel nel cui fondo, però, si vede la luce… speriamo non sia un altro treno in arrivo sullo stesso binario.

Floriana Porta ‒ Secondo me sì, la poesia è sperimentazione, ed è un considerevole mezzo che abbiamo per dare vita alla nostra creatività. E penso che vada sostenuta, incoraggiata e promossa in questa società contemporanea che la esclude e la emargina.

Maria Allo ‒ La poesia è un atto dell’intelletto, una presa di coscienza che mette in discussione le vie segnate alla ricerca di un nulla da cui fuggire. La poesia non è letteratura. Per pensare, per agire, noi ricorriamo al pensiero concettuale, tuttavia la poesia ha bisogno di fruire dei mezzi che il pensiero presente concettuale offre al sogno. Non cerca significazioni, ma senso, il senso che c’è a vivere. In effetti, non si tratta solo tanto di poesia, quanto di un risvegliarsi della coscienza che permette al poeta, in alcuni momenti, di affinare le radici delle sue percezioni. La capacità di sorprendere la bellezza e di sorprenderla al fine di contemplarla alla luce della realtà. Ciò caratterizza la coscienza del poeta e lo rende degno di prendersi cura del mondo perché possa affiorare in ogni creatura esistente sulla terra con la realtà più comune, la Bellezza. Ed è per questo che la società ha sempre, e oggi soprattutto, un gran bisogno di poesia.

Tomaso Kemeny ‒ La poesia è resa sperimentale se raggiunge i gorghi del mito.

Per me il mito non è quello delle varie tradizioni storico-etnico-antropologiche, il mito è ciò che nasce da azioni eroiche-erotiche-eretiche.

L’eroismo consiste nel lottare contro i cultori del Dio Denaro con gli strumenti sublimi della poesia intesa come dono, in un tempo in cui nulla ha valore, ma tutto un prezzo.

L’erotismo consiste nel soddisfare con gioia le voglie della carne e nel coltivare il ritmo che trasfigura le parole in costellazioni di senso ignoto.

L’eresia consiste nel disprezzare tutte le confessioni istituzionalizzate all’ombra di interessi di Santa Bottega e nell’inseguire il sacro, l’energia che muove il sole e le altre stelle.

Alex Ragazzini ‒ Ogni vita, ogni vitalità, ha una solida base e foglie da protendere all’aria. L’arte, la poesia, necessita di spingersi oltre per esprimere anche ciò che abbiamo già visto, ciò che abbiamo già notato: perché ogni cosa è diversa nella sua essenza e nel corpo dell’osservatore. Ritengo che l’analogia più semplice, naturale, nel caso di una problematica complessa, possa essere una valida premura nei confronti del mistero della vita e dell’arte.

Antonino Contiliano ‒ direi che è necessario continuare nella scrittura poetica, e nella molteplicità delle forme espressive, che l’evoluzione temporale prospetta, proprio perché la società contemporanea l’è avversa e l’avversa come distorsione rispetto al piano globale che persegue l’omologazione estetico-estesica – l’estetizzazione –, cioè la negazione delle relazioni fra le differenze delle “cose” e degli “oggetti” che, fra l’altro, sono propri alla globalità come un insieme di forze in rapporto fra di loro. Un insieme piuttosto complesso di cui nessuna disciplina e sapere, in fondo, può dire “io” so tutto. Esistono processi nell’evoluzione e nelle rivoluzioni dei rapporti che nessun sa come funzionano se non a costo di speculazioni e supposizioni che rinviano sempre a ciò che, presupposto, non è ancora disponibile né ai calcoli né agli sciamani (basterebbe uno sguardo a tutte le congetture possibili e non che girano e fanno girare l’esplorazione del mondo subatomico; le congetture lineari e non lineari che sciamano lo “zoo quantistico” del principio di indeterminazione di Heisenberg su posizione e velocità, energia e tempo, o di quello paradossale di Gödel: se un modello è coerente non è completo e viceversa…). Non esiste globalità senza relazioni, o, in senso generale, un’estetica delle parti della globalità senza contatti e interferenze mescolate (chiare e scure…). Non esistono percettività di una singolarità, o di una collettività, ristretta o allargata, e geografie diverse, che non coinvolgano un individuo e il pianeta, il cosmo e il caos come un “conatus” di quiete e moto in continua evoluzione, rimescolamenti e riadattamenti organizzativi a suon di modelli e rapporti di potere esclusivi e inclusivi. Necessario è scrivere poesia e sperimentarla con/in nuove espressioni, proprio perché la società, nonostante l’avversi, rimescola e ibrida i linguaggi che la dicono, scopre nuove cose, inventa nuovi termini e parole per organizzarla in modo da controllare l’“estetica” dei rapporti tra il mondo e il modello che si persegue, sì che l’estetica diventa “estetizzazione” e la si finisce come stereotipo della pubblicità.  Necessario allora è interessarsi all’estetica passando attraverso ciò che estetico non è, la dimensione variabile dell’in-forma-zione e della plasticità della lingua, come della realtà evolutiva in relazione, negata dal sapere-potere speculativo (cosa che è senza fondamento alcuno) della globalizzazione estetizzante (come dire che i conflitti etico-politici… non sono più né credibili né agibili). Ma tutto questo ci riporta agli assunti del “Come far versi” di V. Majakovskij e alla (sua) “sentenza” che questo universo non è attrezzato per l’allegria, che non è certo l’omologazione sedativa dell’estetica conflittuale, e che allora è necessario riempire il “cranio” di quanto vecchio e nuovo la realtà elabora semioticamente nella materia grigia e mescolare il tutto dandogli nuova espressione. Perché se il mondo deve cambiare, come è urgente che lo debba (non fosse altro per emarginare chi decide della morte per fame e sete dei molti a favore dei pochi), è necessario che la poesia esperimenti nuove espressioni, salvo, naturalmente, che la giusta tendenza politica, come scrisse Benjamin, sia anche giusta poeticamente. Trovare nuove espressioni per sottrarsi ai sofisticati congegni sedativi della realtà contemporanea, che passano attraverso la “logica estetica” degli algoritmi perfetti, del loro controllo globalizzato ad opera di chi le crisi le crea e le ripropone per conservare solo se stesso e il modello di mondo a questo funzionale. Trovare nuove espressioni è un obbligo est-etico-politico spinoziano-comunista: rimuovere le cause che producono gli effetti della diminuzione della potenza dell’essere di tutti e ciascuno. Allo scopo, credo, solo per non  rimanere nel vago (anche se il vago per Leopardi era la via per sfuggire all’infinito catturato dalla ripetizione ricorsiva delle forme e delle equivalenze quantificabili), è esteticamente necessario, insopprimibile, che nel montaggio dei segni espressivi (in senso lato) verbali e non verbali, mescolamento di vecchio e nuovo (il nuovo è tale in rapporto al precedente), ridiscenda in azione anche il riutilizzo ‘ricorsivo’ di certe strategie espressive come l’anafora, l’enjambement, la dissociazione semantica, il ritmo ‘giambico’ del polemos, la levis immutaio (l’effetto farfalla della scienza delle turbolenze e delle armonie caotiche) etc. Strategie di rinforzo, come nella psicologia dei comportamenti guidati, non meno funzionali per attivare i luoghi spazio-temporali per le ragioni del dir di no al diniego di una “estetica” etico-politica eretica ed etero-utopica del mondo in cammino. Leggendo l’intervista di G. Moio a U. Piscopo (http://frequenzepoetiche.altervista.org/giorgio-moio-intervista-a-ugo-piscopo/), inoltre, fa agio esserne in compagnia, se leggo «Allitterazioni, dunque, sovrapposizioni e frammenti forzano il ritmo di un accumulo verbale antilirico; enjambement e non solo enjambement, anafora di grande tensione espressiva, paradossi dell’assurdo, mettono sul piano delle iniziative, nonostante qualche eco d’ispirazione alessandrino o tardo stilnovista, fatto salvo il ricorso alla matrice manieristico-barocca, non più il metodo ma i metodi, non più l’assolutezza ma la relatività, non più la verità ma le verità della scrittura, non già sulla strada dell’origine, ma sulla strada dell’uomo, nel tentativo di rendere possibile l’impossibile: «dui cilia quatto cilia sei cilia / sicilia silicia silicosi silicato // calabria calabritto caladritto / nel cratere di calasetta e calascibetta // sfoglia la pula che smaglia che sfoglia / la puglia le lune e gli sonagli // sotto lo sperone del gallo giallo come la puglia / la crapa crepa de la basilicata tutta bruciata». (Marsala, 10 nov. 2019)

Annamaria Ferramosca ‒ La poesia, in quanto sguardo liberissimo sul mondo e proiettato nel tempo nei suoi tre “versi” di passatopresentefuturo, è sempre sperimentazione, anche involontaria. L’ energia psichica di cui la poesia di nutre travalica infatti la razionalità e, pur riflettendo nella forma la temperie del reale in cui si trova a nascere, non può che offrirsi nelle modalità formali più impensate per sua intrinseca necessità, nonostante il frapporsi di qualsiasi ostacolo esterno.
Grazie, Giorgio Moio, per questa utile occasione di riflessione collettiva.

Marina Torossi ‒ Negli anni ’90 ho scritto parecchi articoli sulla poesia e su cosa potesse fare il poeta attraverso la parola per lottare contro la mercificazione della vita attuata dalla società dei consumi. Il mio impegno nella poesia aveva e ha ancora quel significato. Però prendo atto che questa lotta è impari e che la società dotata di ben altri mezzi ha ormai monopolizzato in toto le menti di intere generazioni rendendole quello che non si voleva cioè dei consumatori acefali. Oggi la lotta è davvero donchisciottesca. Le generazioni indottrinate da un’idea della vita basata su un io autorefenziale, su una distorta conoscenza del passato, su una scarsa capacità critica nei confronti del presente sono numericamente tali che rovesciare le idee è un’utopia, temo.

Donato Di Poce * ‒ LA POESIA

La poesia è come il vento
Nessuna sa da dove viene
E nessuna sa dove andrà.

E se cerchiamo di afferrarla
Ci resta tra le mani solo il dolore della vita
Qualche briciola di bellezza inconclusa
E le mani sporche d’inchiostro”.

* dal libro L’ALTRO DIRE

Alfonsina Caterino ‒ Sperimentare, penso sia il sinonimo naturale di proiettarsi fuori dal tempo con l’esigenza compulsiva di raschiare le attitudini all’agire e dare vita a combinazioni reazionarie che insorgano fenomenologie visionarie, ma auspicabili ‒ Questo è quanto esige di scovare la spietatezza intellettuale, alle infinità distanti, affinché masse informi si trasformino in realtà altre di Bellezza, Arte e Poesia ‒ Oggigiorno, nella società mediatizzata, sta divenendo quasi una forzatura, la produzione delle Arti Belle che va sempre più incardinandosi ad un mercato tendente a quotare il valore estetico dell’Opera, come prodotto da omologare tecnicisticamente ‒ Tale fenomeno denuncia quanto l’uomo moderno sia svuotato di riferimenti ed idealità ‒ Da una parte infatti, egli sente il bisogno di farsi memoria narrando poeticamente e non, una civiltà contadina ed operaia, perduta sotto il peso della mega-multimedialità i cui effetti hanno desertificato la natura in cui confortava la sua solitudine ‒ Dall’altra, uno sperimentalismo culturale anche estremizzato, depura sentimenti e storia, affiorando la realtà di un essere che affronta lo sconforto del vuoto con attitudini tele-mediatiche e digitali sistematiche, la cui interazione sta trasformando i linguaggi in strumenti ‒ Forse le sequenze di questa metamorfosi, potrebbero rappresentare l’emblematico valore estetico della nostra società dalla connotazione imprendibile …

Marco Palladini ‒ Rammentando Gianfranco Contini («Non esiste la critica, esistono i critici»), reputo da sempre che non esiste la poesia bensì i poeti. Dunque, occorrerebbe interrogarsi sui motivi per cui, almeno in Italia, la disposizione sperimentale nei soggetti poetanti sembrerebbe essersi drasticamente ridotta nell’arco degli ultimi trent’anni. Io credo semplicemente che abbia ripreso forza la tradizione letteraria italiota da sempre incardinata all’arcadia lirica, ad un fare poetico sommosso dalla sentimentalità, dall’idillio, dall’impulso autoconsolatorio. Per riprendere una osservazione di Arbasino sono le invarianti antropologico-culturali del Belpaese, quelle direttrici del genius loci ontologicamente misoneiste, ostinatamente continuiste rispetto al passato. Ciò che peraltro è di solare evidenza anche in campo politico. Va, comunque, soggiunto che si è indebolita anche quella che ad un certo punto si è convenuto di chiamare la “tradizione del nuovo”, un movimento di prosecuzione degli input avanguardistici o neoavanguardistici che ha però finito in gran parte per isterilirsi, per galleggiare lungo un’onda epigonale, per apparire stancamente ripetitivo rispetto agli schemi di rottura novecenteschi. Quando il nuovo si fa “novismo” diventa meno interessante, tiene il punto, ma è déjà vu, non è più realmente un’azione poetica innovatrice. Rispetto a cui allora persino tornare al sonetto e alle forme chiuse può apparire un gesto di novità. Va poi osservato che le spinte innovative e sperimentali in letteratura si sono storicamente interfacciate con le speranze politiche di tipo utopistico e rivoluzionario che reclamavano nuovi linguaggi e nuove parole. Vivendo oggi in un tempo palesemente distopico è naturale che l’ambito poetico si richiuda su di sé, si aggrappi a vecchie certezze e ad estetiche consolidate. Detto questo sul fronte della poesia scritta, rilevo però dei segnali interessanti sul fronte della poesia orale. L’affermarsi dei Poetry Slam e dei poeti slammer se, di per sé, non è garanzia di una vera sperimentazione, induce comunque gli autori ad investire la parola detta o recitata di una forte carica energetica ed espressiva, a cercare forme di comunicazione pubblica non obsolete, a dare all’oratura un valore che esalta l’astanza di voce e corpo. Ecco se l’atto scrittorio appare oggi, nella maggior parte dei casi, trascinarsi in una deriva dove è assente la ricerca di nuove forme e di nuovo linguaggio, nell’atto performativo trapela un bisogno di ridinamizzare la parola poetica, dandogli ritmo e nuovi cortocircuiti tra significante e significato. È una parola acusmatica, che richiama l’ascolto, che si riconnette alle origini aediche, di melos verbale, di canto aboriginario e mitopoietico che si fa canto di una comunità. Non mi sembra poco.

Lucio Mayoor Tosi ‒ La poesia non so. È un fatto che riguarda chi ne scrive, i poeti, le loro scelte; che a me sembrano per lo più dovute a contaminazioni interne all’ambiente letterario. Pochi hanno il coraggio, o sentono la necessità, di piegare anche la lingua madre all’urgenza di essere e di essere in modo autentico. Per questi pochi conta la forma poesia, che è forma pensiero. Il pensare poetico andrebbe aggiornato al pensare attuale, che è breve e punta all’efficacia – in contesto di devastata solitudine –. La poesia non teme alcun cambiamento, ha capacità adattive formidabili. Se mai sono le convenzioni a porre ostacoli. Ma non sarebbe questa una novità.


 

Pubblicato da frequenzepoetiche

Giorgio Moio è nato a Quarto (NA) il 25 maggio 1959. Poeta, è stato redattore delle riviste «Altri Termini» e «Oltranza» (di quest’ultima è anche tra i fondatori). Direttore editoriale di una piccola casa editrice, nel 1998 ha fondato e dirige la rivista «Risvolti», quaderni di linguaggi in movimento. Ha collaborato con numerose riviste, attualmente collabora assiduamente col magazine on line "Cinque Colonne" e con la rivista webzine "Malacoda". Ha pubblicato una quindicina di volumi.

Una risposta a “AA. VV., Poesia, nonostante una società avversa?”

  1. Poesia è Sentire il ritmo Preciso su un testo Pensato sul flusso di un dolore o l’ebbrezza della gioia, formando un pentagramma sul quale dare Vita alla musica che si porta Dentro. Scaturita da una forte emozione di stato o stabilitasi a ostinato filo conducente, o da un coinvolgimento universale che tutto abbraccia. Antonio Spagnolo e Maria Allo, sono in profonda sintonia col mio sentire la poesia, ponendosi Criticamente poi al freddo della gioia persistente al l’incontro. Comunque possa essere la forma attuale della versificazione, la Poesia deve trasmettere sempre Emozione e il Desiderio di Comprendere fino in fondo il senso della Bellezza suscitata.

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