AA. VV., Poesia come opposizione al commerciale scaduto o filiale dell’intrattenimento effimero?

A partire dal dramma che un poeta antagonista è costretto a vivere in un presente dove tutto si produce unicamente in funzione di un mercato, si tenta – appunto – di puntualizzare il suo dramma esistenziale nei confronti del presente apocalittico, perché di questo si tratta, vista la totale chiusura da parte dei mass-media, delle istituzioni, delle case editrici ufficiali e più in generale della cultura cosiddetta ufficiale globalizzata e consumistica a una letteratura di rottura, d’avanguardia, tutt’altro che pacifica, redditizia, consolatoria, e per questo etichettata, sommariamente, “letteratura di nicchia”.
Secondo noi la letteratura deve distinguersi dalla letteratura della resa, da armonie incantevoli, nel tentativo di “riconquistare la distanza” della complessità, una resistenza contro l’avanzare della società spettacolo, ipnotica, pacifica, volgare e rissosa del controllo e consumo commerciale scaduto in una connotazione d’intrattenimento effimero. Cosa ne pensate? Come vi difendete, se ritenete che ci si debba difendere da questa pacificazione di linguaggi?

* * *

Vittorio Pannone – Il nostro vecchio dibattito. Vado in libreria, e trovo difficoltà a trovare libri interessanti. Una accozzaglia di libri insignificanti ed inutili. Solo carta inchiostrata. I buoni libri non si vendono. O si vendono pochi. FARE CULTURA. Siamo costretti a scegliere: medio-basso o medio-alta. O sola alta cultura. Ci scocciamo, e puntiamo sulla alta cultura. Anche nel passato puntarono sull’alta cultura, con le conseguenze annesse. Isolamento, denigrazione, ed altre negatività. Nonostante tutto, puntiamo sulla alta cultura. Dovremmo incrementare i rapporti tra gli operatori tutti di alta cultura. Incontrarci. Vederci. Dar luogo a dei centri culturali di alta cultura. Che vanno ad organizzare eventi vari. Niente amicizie, e confraternite varie. ALTA CULTURA. Aprire un dibattito forte. Una dialettica forte. Uno scontro forte. Per arrivare a delle SINTESI epocali. Primo strumento: una rivista. Come tu stai facendo, caro Giorgio. L’ALTA CULTURA tornerà protagonista, inevitabilmente. L’unica in grado di trovare soluzioni alla vita presente, con proiezione nel futuro.

Giorgio Moio – Vecchio dilemma, caro Vittorio, ma ancora non ha trovato la sua via. È ora che ci prepariamo o al peggio o a risvegliare “l’alta cultura” ‒ come dici tu ‒, che abbia il coraggio di “esistere”, di non nascondersi. Non c’è una terza via, tranne che il vuoto, il nulla, l’assorbimento di ogni mente pensante da una falsa promessa di “felicità”. Stiamo facendo come quel cinese che, seduto sulla sponda di un fiume, attende che passi il suo “nemico”! E poi tutti in fila a lamentarci, ad accontentarci del niente!

Alma D’amato – No, non sono d’accordo con l’alta cultura, quest’ultima deve essere a portata di tutti, anche di persone meno acculturate, e, attraverso la vostra bravura, portare alla lettura tutti, solo così si potrà espandere la cultura, piano piano, lentamente si potrà notare l’incremento di cercare di leggere e perché no di studiare attraverso scritti più semplici… Sbaglio?

Vittorio Pannone – ALTA CULTURA. Come il SUPERUOMO di Nietzsche. Una cultura che abbia il coraggio di essere “CULTURA”. IL CORAGGIO DELLA VERITÀ. DI ESSERCI. DI PRENDERE POSIZIONE.

Vittorio Pannone – In Italia, ci sono numerose GENIALITÀ. Che lo facciano. Dando un contributo alla cultura tutta.

Giorgio Moio – Alma D’amato ti rispondo io, ma non riferendomi all’alta cultura ‒ questa è una prerogativa di Vittorio Pannone, specie alla luce di quando abbina il “superuomo” di Nietzsche ad essa ‒. Mi riferisco alla poesia. Posto che non esiste una poesia “semplice”, conseguentemente non può esistere una lettura alla portata di tutti. O meglio: esiste una lettura alla portata di tutti ma la comprensione rimane ad appannaggio di chi sa interpretare. Oggi la poesia ha perso la sua consistenza perché, invece di “urlare” contro l’inerzia del pensiero che vaga tra vuoti e solitudine, ha scelto il “politicamente corretto”, la facile fruizione con la pretesa di essere compresa da tutti. Cosa assurda e impossibile: la matematica la comprende chi ha studiato la matematica; la chimica la comprende chi ha studiato la chimica; l’ingegneria la comprende chi ha studiato ingegneria, etc.! Perché per la poesia dovrebbe essere diverso?

Alma D’amato – Buongiorno, lei ha ragione in parte, ed io mi domando, allora chi non ha avuto la fortuna di poter interpretare la poesia, per mancanza di cultura, non potrà mai avere la gioia di capirne il significato perché scritto in modo culturalmente alto? Credo che dovremmo abbassarsi un po’ di livello e rendere la dolce poesia comprensibile a tutti e non lasciare nell’ignoranza perpetua anche chi desidera apprendere! Si ricordi, non è mai troppo tardi, per capire ed imparare, la bravura dello scrittore, poetico o meno, consiste proprio in questo. Insegnare a far capite anche usando termini più semplici. La poesia o altro non ha bisogno di paroloni, ma semplicemente di farsi capire ed apprezzare, il valore di chi scrive, consiste proprio in questo. Mi correggia se sbaglio e se sono riuscita ad esprimere il mio concetto. Buona giornata.

Giorgio Moio – Ci diamo del lei? Bene. Le ho detto più sopra che non parlo di cultura alta o di poesia incomprensibile: anche quella che lei definisce comprensibile con termini semplici, non è ‒ e ripeto ‒ non è comprensibile a tutti. Ci vuole un animo poetico, un sentimento poetico, che non s’insegna in nessuna scuola. Quindi non parliamo di poesia aulica, d’élite. Parliamo di poesia semplice che però non esclude perseguire qualcosa di non detto, qualcosa che c’è dietro le parole, dietro gli oggetti. E qui si evidenzia, ahimè, il limite della gente comune. D’altronde, se la cultura e/o la poesia fosse ad appannaggio di tutto l’essere umano, oggi staremmo qui a parlare di una società quasi perfetta, a dimensione umana, altruista, economicamente ripartita equamente. Oggi, non mi sembra che tutti abbiano un animo poetico, un sentimento poetico: su cento persone, credo trenta rientrino in questa comprensione, prerogativa naturale di una “selezione”. Potremmo affermare che tutti comprendano le poesie di Neruda (e Neruda non scriveva “difficile”), di Ungaretti, Palazzeschi, etc.? Eppure queste poesie resistono nel tempo, hanno cambiato la cultura, il modo di pensare! Ora taccio! La parola agli altri.

Vittorio Pannone – CI SONO TANTI GENERALI DELLA CULTURA, CHE CONTINUANO A FARE I SOLDATI SEMPLICI. FACCIANO I GENERALI. INOLTRE, SE SI HANNO PROBLEMI DI SALUTE, SI CERCA SEMPRE IL MIGLIORE PRIMARIO. CHE STRANO.

Alma D’amato – Preferisco non commentare. Con molte cose non sono d’accordo, voglio solo aggiungere che tutto ciò che proviene dall’intimo di chiunque è poesia, magari non espresso bene per mancanza di cultura, ma magari è ancora più affascinante perché detto nella più grande semplicità, ove vi risiede il cuore!!!

Giorgio Moio – Signora Alma D’Amato, sarà un piacere interloquire con lei un giorno o magari vederci di persona: mai dire mai!

Alma D’amato – Ok, la ringrazio per la sua gentilezza e disponibilità mostrata!

Vittorio Pannone – CRISTOFORO COLOMBO DELLA CULTURA. PER ANDARE AL SOLE, ED ENTRARE DENTRO AL SOLE.

Vittorio Pannone – Giorgio conosce il panorama della ricerca in Italia. Lo conosce troppo bene.

Alfonsina Caterino – Secondo me, è obbligo dell’uomo, non adeguarsi a nessuna realtà umana, foss’anche la più provvidenziale accreditata da valori, ricchezze, benignità e progressi a cui, certamente si aspira. Tale sentire, fra l’altro, nasce congenito all’uomo, come sentimento compulsivo che in maniera naturale, proietta il soggetto avanti, laddove egli intuisce “altro”. ‒ Ed è questo altro, a rendere urgente, destabilizzare gli assetti costituiti e resi convenzionali, per addivenire a nuove fisionomie la cui vitale immanenza imposti e innovi perpetuamente la realtà, contraddicendola, affinché essa sia spendibile in più vaste cosmologie e fruibile dall’umanità, come fa il mattino con il sole! Questo insegna la storia agli uomini e la narrazione attesta, a sua testimonianza! Dunque, dire che non è lecito adeguarsi mai, legittima la rivolta degli uomini di tutti i tempi. Pertanto, compito dei letterati, delle persone dedite all’Arte, al criticismo letterario, etico, poetico, storico e filosofico, è destrutturare i principi su cui poggia ogni presente esistente per innestarvi blocchi fabbricati “altrove”, onde sconvolgere correnti e orientamenti, dilatare immagini, segnali e, con interrogazioni e postulati, sovrapporre nuove pronunce, ogni norma trasgredendo ed ogni scrittura sottoponendo alla continua mutazione. Nella società cosiddetta complessa, per gli elementi che la caratterizzano, il fenomeno differenziante la cultura ufficiale, molto seguita e consumistica, da quella antagonista, di rottura e diversificata, sta aprendo, al proprio interno, un vero e proprio divario. Infatti, se la prima si presenta in veste vivace e accattivante, tanto da assecondare, in modo effimero, il vuoto sociale registrato ad una solitudine umana, epocale, l’altra, quella “dell’impegno”, chiede all’Artista, all’uomo di pensiero, al letterato, di attivarsi, coinvolgersi ed agire in prima persona, eticamente, e professionalmente, immettendo nel flusso storico-letterario, declinazioni dell’esistenza conseguenti a ricerche e assunti abili a frantumare le armonie “a bon prix” somministrate nel villaggio globale, dai sistemi di potere comunicazionale, vigenti. Questo nella finalità di contrastare le facciate immobili, rassicuranti offerte in pasto ad una opinione sociale condivisa e controllata, fratturando la realtà con passaggi e materiali incandescenti posti in campo, irriconoscibili, affinché suscitino continue curiosità, riflessioni ed ideazioni rivelanti concetti devianti da ogni direzione. Tale compito, certamente presenta grandi difficoltà. Travalicarle è lavoro immane. Infatti l’opposizione alle culture dominanti, i cui linguaggi stordiscono e sinuosamente abbagliano, crea enormi distanze le cui conseguenze sono il restringimento dei gruppi che non ne riconoscono valore, la “non azione” metamorfica sulla materia, e la “facile letteratura”, sterile, sovente da poter equiparare, nella trasmissione della narrazione, a raccoglitore di conoscenze omologanti, posto in bella vista, nella vetrina del sapere. Pure è doveroso riuscire a preservare, attraverso gli studi sperimentali, la consapevolezza dell’importanza di investire energie e convinzioni, nella volontà attuativa, capace di scheggiare le cose incartate e coperte di fiocchi, con immagini, parole, linguaggi affioranti da pulsioni e sentimenti perseguiti, fiutando le tracce alle diversificate classi di cultura e immergendo il pensiero in tessuti plastici che inverino, finalità della ricerca, altre interpretazioni degli elementi, per ascriverli con rigore e intuizione, al pianeta dell’Arte. Il nostro tempo, intanto, sta rendendo tale opposizione, prova sempre più impari da sostenere, considerate le strategie di mercato “dell’editoria primaria”. Questa infatti, per le molteplici ragioni addotte, in primis il non poter divulgare le opere, frutto di sperimentalismi e studi di ricerca, pur considerate oggettivamente valide, in quanto classificate di non facile lettura, non vendibili perché non portatrici di motivi ammalianti e di facile fruizione. Insomma non si riesce a farle circolare, come avviene nella pratica routinaria della letteratura di costume. Tale fenomeno apre un’altra divaricazione, interna alla crescita culturale delle società. Vale a dire che, se è grave per gli operatori intellettuali, non riuscire ad essere accreditati, riconosciuti, accolti e ripagati del proprio ruolo di lavoratori “delle avanguardie”, presso l’editoria cosiddetta ufficiale, più umiliante prassi, segue, dover pellegrinare in cerca di editori disposti ad accettare l’opera, pubblicarla, pubblicizzarla e distribuirla. E, mentre questo, di fatto non avviene, faticoso e destabilizzante, diviene, doversi rifugiare nella ridda delle piccole e medie case editrici, accoglienti e sempre disposte a pubblicare l’opera, dietro il pagamento di somme pattuite al momento che, non raramente trovano “impossibilitati a fronteggiarle, proprio gli autori meritevoli di “navigare”! ‒ Tali e tante altre, sono le cause che negli ultimi decenni, stanno contribuendo all’estensione di una voragine inquietante che acclama impoverita, una condizione culturale, di tutti i popoli del villaggio globale! A confortare la criticità della situazione, per molti aspetti sedimentata, sono i fronti del “modernismo”, edificanti e propositivi, che si interrogano su “quale cultura oggi?”, investendo in neo-ideologie, schemi, moduli e metodi, l’idonea critica letteraria, storica, artistica e linguistica che l’uomo post-contemporaneo ha a sua disposizione, per poter destrutturare i desueti strumenti della loro declinazione e subentrarvi nuovi orientamenti rappresentativi delle realtà transitanti. I curricoli che approntano, sono le risposte a studi rigorosi e progressisti che non smettono implicazioni avanguardiste, atte a fiutare al sapere, lo spirito sacro e combustivo da cui estrarre soluzioni sconosciute e connetterle interfacce, affinché specchino il malcontento umano epocale, rendendo proposito lungimirante e fattività, una narrazione che non indugia nel desiderio di vanificare l’ammasso disorientante e inutile di una pseudocultura-notiziario, data in pasto alle società, in dosi dopanti che inducono il pacificamento dei sensi. Questo avviene nelle sfere della conoscenza nuova che muovendo nel silenzio, si dirama energia sulle cose, le smuove e ne condivide, attraverso i raffinati sistemi digitalizzati, i dialoghi culturali improntati su neologismi, espressioni e coinvolgimenti segnici, atti a strattonare menti ed attenzioni, alle generazioni giovani, meno giovani, vitali e vogliose di trasformare il mondo, in “sempre migliore mondo”. Ben venga dunque, il tempo come immaginifico paesaggio d’un pensiero inverato quadro, sguarnito di cornice che tutto slega, rinnova e trasmuta in accadimento rivelatorio “d’un mare, sul mare!” – Questo l’amo che sento di gettare avanti alla speranza, quale proiezione d’un profilo umano necessitante, al pari del respiro, innestare infinità, un divenire di visioni e sommovimenti che rivelino mondi ovunque innalzanti “nouvelles architectures”… Quelle che smistano il sole negli occhi affinché penetri in tutte le finestre, le porte, i tunnel le miniere e nei fondali, contemporaneamente e perennemente… Bisogna provare a spostare l’esistenza avanti alle sue leggi, ai suoi proclami, al suo assurdo diktat che fa vagare ogni uomo alla ricerca d’un significato che abbia un senso, ancora introvabile!… Tutto questo spero divenga obbligatorio, affinché io non veda più, le mie gambe saltare da sole, alla vista della vita posta in un cucchiaio pieno di omogeneizzato, già mangiato, digerito ed espulso!” ‒ Impegnarsi quindi, movimentarsi e imbrattare il tempo, sia il gioco nuovo da svolgere affiggendo cartelli “mai visti”, sui frontespizi dei sistemi vigenti. E questi si convincano che, spostare il “Sapere” ai margini, dove ovattare le sezioni urticanti, è più agevole, non pregiudica riuscire a sconvolgere l’esistenza, ad ogni universo, in quanto il divenire è bene mobile, liquido che nessun regime può imprigionare.

Anna Caterino – Solo gli spiriti coraggiosi e liberi riescono, anzi, avvertono l’esigenza di non adeguarsi a nessuna realtà umana precostituita, convenzionale e imposta. Esprimi il tuo pensiero in un modo Divino, cara. Ti stimo e tvb.

Vittorio Pannone – LA SOCIETÀ ITALIANA NON CAPÌ LA BOMBA ATOMICA, E NEANCHE CAPÌ MOLTO LE ONDE DI GUGLIELMO MARCONI. OGGI NON STA CAPENDO MOLTE COSE. CONTINUA NEL SUO PIACERUME ED ESTETICUME QUOTIDIANO.

Marisa Papa Ruggiero – Esiste (direi fin troppo) per chi la vuole, una poesia semplicistica, scontata, accessibile a tutti.  Non capisco, però,  perché si voglia negare alla poesia di avanzare! Di esplorare nuove forme , nuovi itinerari, nuovi movimenti; non metto in dubbio che ognuno sia libero di ignorarli se non li gradisce. Preferire di veder regredire la ricerca sul linguaggio lo trovo aberrante, svilente, oltre che mortificante per chi lo pratica e per il lettore. Una melassa sentimentale e rassicurante, comprensibile a tutti, non è poesia! Buona per chi non ama la cultura, ma ama contemplare in eterno lo stesso stagno privo di riflessi e di emozioni. Teniamoci, invece, a livello di un costante avanzamento culturale, non chiediamo alla poesia di abbassarsi! Con la devozione e l’umiltà che si deve alla poesia, alla sua inaudita parola. E poi, di quale “comunicazione” si parla? Ce n’è fin troppa in giro ed è svalutatissima, lo abbiamo sotto gli occhi ogni momento. C’è chi si serve della poesia, e chi la CREA. La poesia è arte della parola, creazione.  Non è la preghierina della sera. Chi si serve della poesia per esporre in pubblico il proprio volontariato di buoni sentimenti, molto spesso non sa che cosa è poesia, o non gli interessa, cerca solo il riconoscimento del proprio operato. E se, finalmente, la poesia fosse soprattutto RICERCA SUL LINGUAGGIO? Se fosse in primo luogo aprire nuovi SPIRAGLI  DI CONOSCENZA? Non altro che severa, autentica, disinteressata, appassionata ricerca? E studio, fatica, anche, non dando nulla per scontato, avendo in odio l’ovvietà. La poesia è una dea incontentabile, chiede il massimo! Ma chi dice, poi, che il sacrosanto significato ne debba venire sacrificato? Ritengo sarebbe recepito, invece, a meno che il poeta non si limiti soltanto a sterili esercitazioni di stile, altrettanto estranei, a parer mio, alla poesia.


 

Discussioni - Interviste

Informazioni su frequenzepoetiche

Giorgio Moio è nato a Quarto (NA) il 25 maggio 1959. Poeta, è stato redattore delle riviste «Altri Termini» e «Oltranza» (di quest’ultima è anche tra i fondatori). Direttore editoriale di una piccola casa editrice, nel 1998 ha fondato e dirige la rivista «Risvolti», quaderni di linguaggi in movimento. Ha collaborato con numerose riviste, attualmente collabora assiduamente col magazine on line "Cinque Colonne" e con la rivista webzine "Malacoda". Ha pubblicato una quindicina di volumi.

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Un commento su “AA. VV., Poesia come opposizione al commerciale scaduto o filiale dell’intrattenimento effimero?

  1. Marisa Papa Ruggiero il said:

    Esiste (direi fin troppo) per chi la vuole, una poesia semplicistica, scontata, accessibile a tutti. Non capisco, però, perché si voglia negare alla poesia di avanzare! Di esplorare nuove forme , nuovi itinerari, nuovi movimenti; credo che ognuno sia libero di ignorarli se non li gradisce. Preferire di veder regredire la ricerca sul linguaggio lo trovo aberrante, svilente, oltre che mortificante per chi lo pratica e per il lettore. Una melassa sentimentale e rassicurante, comprensibile a tutti, non è poesia! Buona per chi non ama la cultura, ma ama contemplare in eterno lo stesso stagno privo di riflessi e di emozioni. Teniamoci, invece, a livello di un costante avanzamento culturale, non chiediamo alla poesia di abbassarsi! Con la devozione e l’umiltà che si deve alla poesia, alla sua inaudita parola. E poi, di quale “comunicazione” si parla? Ce n’è fin troppa in giro ed è svalutatissima, lo abbiamo sotto gli occhi ogni momento. C’è chi si serve della poesia, e chi la CREA. La poesia è arte della parola, creazione. Non è la preghierina della sera. Chi si serve della poesia per esporre in pubblico il proprio volontariato di buoni sentimenti, molto spesso non sa che cosa è poesia, o non gli interessa, cerca solo il riconoscimento del proprio operato. E ribadiamolo: se, finalmente, la poesia fosse soprattutto RICERCA SUL LINGUAGGIO? Se fosse in primo luogo aprire nuovi SPIRAGLI DI CONOSCENZA? Non altro che severa, autentica, disinteressata, appassionata ricerca? E studio, fatica, anche, non dando nulla per scontato, avendo in odio l’ovvietà. La poesia è una dea incontentabile, chiede il massimo! Ma chi dice, poi, che il sacrosanto significato ne debba essere sacrificato? Ritengo sarebbe recepito, invece, a meno che il poeta non si limiti soltanto a sterili esercitazioni di stile, altrettanto estranei, a parer mio, alla poesia.

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