AA. VV., Cosa distingue il linguaggio poetico dagli altri linguaggi?


Cosa distingue il linguaggio poetico dagli altri linguaggi? «Gli altri linguaggi (quello segnaletico per es.) ‒ diceva il critico d’arte Filiberto Menna ‒ hanno un rapporto preciso e formalizzato tra cosa e segno, nel linguaggio familiare lo è meno. Il linguaggio poetico è intermedio tra il linguaggio preciso e la varietà del linguaggio naturale, sta tra il linguaggio della notte e il linguaggio del giorno. Il linguaggio poetico conserva qualcosa della confusività della notte e la distinzione del giorno. Oscilla. Ancora sulla soglia». Insomma, la poesia è un dato privilegiato, e se lo è perché?

 

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Lucia Triolo – Per brevi accenni penso che a distinguere il linguaggio poetico, non sia solo (e soprattutto) ciò che lo caratterizza in se stesso, ma sia piuttosto l’inten-sione che lo muove e che lo fa arrivare, qualcosa insomma che concerne chi lo pronuncia e chi lo riceve. È là che va ricercata, a mio avviso la sua peculiarità, se l’operazione tra emittente e ricevente riesce. Ma ovviamente tutto va precisato.

Paolo Carnevali – Il linguaggio poetico è fotografia dell’anima che prende forma in parola e viene mosso dall’interesse di rappresentazione subliminare. La bellezza di una rappresentazione poetica è in funzione della possibilità di esprimere il mondo delle relazioni umane. Quando lessi Palomar di Italo Calvino entrai dentro questo concetto: in un linguaggio scientifico c’è il desiderio di ispirazione ad un ordine armonioso e di conoscenza e in un testo letterario o poetico il desiderio di esprimere un’immagine che crea il pensiero, stimola i sentimenti, per mezzo dei quali è possibile dare una lettura del mondo. Allora un concetto scientifico e uno poetico, rappresentano entrambi “frammenti di realtà” che ci commuovono ed entusiasmano attraverso le immagini che ci suggeriscono. Entrambi i linguaggi tendono ad una rappresentazione.

Lo scrittore-poeta, spazia nel linguaggio della propria fantasia all’interno di mondi immaginari e possibili in accordo con le riflessioni necessarie ad ampliare le frontiere di conoscenze nuove. Leggiamo il mondo attraverso i linguaggi che troviamo in un testo poetico, come nel linguaggio scientifico o filosofico. La poesia non può ignorare questo, se intende muoversi in una direzione stimolante, verso una consapevolezza e una maturità intellettuale. L’attenzione del linguaggio deve rivolgersi a paradigmi culturali nuovi e di interesse per una connessione al dialogo, alla conoscenza di rapporti reali, nel trovare le infinite relazioni che si nascondono.

Se noi pensiamo ad un altro libro di Italo Calvino, Le cosmicomiche, capolavoro di intelligenza e satira entriamo in un universo informe alla costruzione poetica per cercare di dare un significato con il linguaggio e distruggere quelle forme ossificate. Il linguaggio della poesia cammina con gli altri linguaggi, ma acquista una sua propria autonomia spaziando con la fantasia all’interno di mondi possibili. La poesia è un collante della vita sociale, definisce la nostra appartenenza, il nostro universo di finzione: “Story telling animal”. Uno strano comportamento che ci porta a mettere al centro delle nostre esistenze la fantasia. È con la fantasia che esploriamo i mondi alternativi. L’incanto dell’invenzione è ciò che ci rende diversi. Credo che il linguaggio poetico elogi una certa lentezza: il goderci un attimo  senza l’impazienza di entrare in quello successivo, un modo efficace per riscoprire i linguaggi della poesia. L’interiorità della lettura, della pittura, del giardinaggio, delle passeggiate…

Perché anche questo rappresenta “linguaggio poetico”. Il rallentamento ha una sua dimensione spirituale con il recupero del tempo e della tranquillità necessari alla poesia e ai legami che contano. Il linguaggio poetico deve guardare al vivere meglio.

Lucia Stefanelli Cervelli – L’autenticità necessitante di una Parola che ha attraversato la profondità: del Pensiero, concettuale e insoddisfatto; dell’animo, perturbato e presenziale; della memoria disperata di riannodarsi a se stessa; della vita come percezione del proprio percorso; dell’unicità del soggetto che guarda all’unicità dall’altro; della tragica grandezza di vivere accettando la fragilità dell’umano; della sonorità d’eco che Essa esprime; dell’insondata pluralità dell’esserci…

Marco Zuccaro – Il linguaggio poetico ha l’obiettivo di essere sintetico, ovvero ha come scopo quello di svanire in favore del significato che si vorrebbe comunicare. Perciò una poesia è tanto più efficace quanto meno è mediata per il suo linguaggio.

Francesca Farina – La poesia è resistenza al facile… a partire dal linguaggio il che non vuol dire che non deve essere facile…piuttosto che non deve essere banale e sempliciotta o superficiale… da dilettanti allo sbaraglio.

Antonio Spagnuolo – Carissimo Giorgio Moio io modificherei la domanda e più che linguaggio userei “scrittura”, perché per lo più la “poesia” si esaurisce in una quindicina di versi e si offre al fruitore come bocciolo di pensieri e illuminazioni che nascono quasi sempre dalla metafora. Ora il linguaggio prevede corposi testi che si aprono alla discussione, al dibattito, alla diffusione alla interpretazione della politica e del quotidiano. La poesia affonda le sue radici nella realtà e la interroga, molto spesso partendo dagli impulsi imprevedibili del sub conscio, che corrode silenziosamente le nostre circonvoluzioni cerebrali. La poesia con la sua scrittura intreccia la favola nella sua struttura illusoria e la ripropone arricchendola di quegli aloni che partendo dal mistero diventano arcobaleno della musicalità.

Giorgio Moio – Carissimo Antonio, se vogliamo tutto è scrittura, anche un semplice segno; essendo tutto scrittura, secondo me la differenziazione tra i generi la fa il linguaggio. E quello della poesia affonda ‒ come dici tu ‒ le sue radici nella realtà e la interroga. Ed è ovvio che è tutto considerabile scrittura, ma i generi, ossia le varie discipline (poesia, arte, musica, prosa, ecc.) prese nella loro peculiarità e differenziandole tra esse, credo che occorra parlare di linguaggio. Questa è la mia convinzione, ovviamente; ma posso anche sbagliarmi.

Eugenio Lucrezi – Caro Giorgio: poesia è quel discorso che non si parla addosso ‒ che non preesiste alla formulazione ‒ che è finito nell’indefinitezza che va all’inumano e al silenzio.

Giorgio Moio – I passi nello stagno della scimmia nel video che hai postato potrebbero rappresentare la vera metafora della poesia: potrebbe affondare e affogare in ogni momento, ma pur traballando resiste e continua per trovare una via d’uscita. Un abbraccio anche a te, Eugenio, e a Marisa.

Marisa Papa Ruggiero – Forse un po’ riduttivo come accostamento. Comunque lo stagno c’è, eccome!

Giorgio Moio – Marisa, perché riduttivo? Non è sempre sull’orlo del precipizio la poesia, specie in società opulenti e mercimoniose come la nostra?

Marisa Papa Ruggiero – Trovo che la poesia, quando non è sfiatata o manieristica è qualcosa di più che uno stentato barcamenarsi in uno stagno. L’immagine della scimmia trasmette ilarità e debolezza. Il rischio, d’altra parte, la costituisce, la fa forte, non l’indebolisce. Qualcuno ha detto, non ricordo chi, la poesia (l’arte) non potrebbe neanche cominciare senza questo rischio…

Giorgio Moio – Marisa, forse hai frainteso il mio pensiero. Ho detto che «potrebbe affondare e affogare in ogni momento, ma pur traballando resiste e continua per trovare una via d’uscita». La poesia traballa non in quanto poesia, ma nei confronti della realtà, di questa realtà che stiamo vivendo, allontanandola sempre di più come se fosse un’appestata. È ovvio che il poeta rischia, anzi mette il rischio anche dell’incomprensione. La debolezza non è in sé ma nel farsi accettare da una società che tende sempre più ad isolarla. Ma forse è questo il suo fascino, questa lotta e questa resistenza per una dimensione umana più abitabile.

Alessandro Sebastiano Porto – La poesia è un linguaggio ritmico, melodico, basato sulla prosodia delle parole. La retorica nella poesia si è sviluppata proprio a causa della natura metrica del linguaggio poetico. Se il testo non “suona”, non è considerabile poesia; non basta andare a capo ed utilizzare immagini suggestive.

Gualberto Alvino – Il dire molto con poco. (Peccato che il 99% dell’attuale poesia italiana dica poco con molto.)

Anna Fresu – Il linguaggio poetico mira a rivelare l’essenziale che è anche ma non è solo sintesi; a scoprire ciò che è nascosto dietro parole e linguaggi quotidiani; a trovare bellezza anche in ciò che bello non è o proprio per questo; a inventare altri sguardi sulla realtà; a costruire ponti… e mille mille altre cose. Ogni poeta a suo modo.

Marisa Papa Ruggiero – Giorgio, avevo considerato questo aspetto, indotto e di riflesso, la sua vulnerabilità di fronte alla realtà, etc. Era la ridicolaggine (scimmiesca) a dirmi poco di lei (della poesia)

Giorgio Moio – Marisa, più che ridicolaggine direi ironia. Non mi sarei mai permesso di scimmiottare la poesia ‒ e tu lo dovresti sapere ‒, neanche quando mi trovo davanti una cattiva poesia lo faccio. Giochiamo quanto vogliamo, diciamoci le cose come vogliamo, critichiamo quello che vogliamo, ma la poesia è una cosa seria e tale resta, per me, per te e per quelli come noi.

Michele Nigro – Sarei tentato di tirare in ballo la connessione esistente tra linguaggio poetico e autismo, coraggiosamente ipotizzata da Arthur Koestler in un suo famoso saggio; un linguaggio che ‒ nonostante i tentativi, da parte di professori e sacerdotesse della metrica, di razionalizzare la versificazione ‒ segue un quasi sempre inspiegabile percorso neurolinguistico riguardante sia il singolo individuo che la civiltà a cui appartiene. Percorso che, oggi più di ieri (senza per questo scadere in sfoghi pressappochistici) ‒ potete sbatterci la testa quanto volete! ‒ non sarà mai del tutto regolarizzato e “istituzionalizzato”. E aggiungerei per fortuna. La poesia è un corto circuito tra visibile e invisibile: mentre con gli altri linguaggi “spieghiamo”, descriviamo, con la poesia (pur essendo costituita dagli stessi elementi scritturali degli altri linguaggi) si sfiora la realtà seguendo un ritmo interiore che gli sciocchi definiscono “acapismo” anche quando acapismo non è.

Alfonsina Caterino – Il linguaggio poetico si distingue dagli altri linguaggi, in quanto la sua genesi ed organizzazione, sono spiegabili come reinvenzione formale di immagini il cui valore espressivo-semantico deve inevitabilmente violare, sia la sistematicità del linguaggio comune e dei meccanismi che ne caratterizzano la comunicazione della vita quotidiana, sia quella delle altre categorie culturali. Il segno poetico quindi, possiede una sua autonomia rispetto ai linguaggi standard, in quanto la sua funzione precipua, attraverso i fattori che lo costituiscono (il metro, il ritmo, la struttura del verso, gli effetti sonori, fonici e melodici) deve concorrere alla costruzione di un testo il cui principio primo, è lo straniamento dalla realtà. Realtà, peraltro individuabile attraverso lo studio dello stile, dei livelli di senso e dei molteplici elementi formali ed estetici da cui è strutturata.

Così concepita la Poesia, derivante dal termine poiein, (fare, creare), deve tendere alla realizzazione di una forma espressiva tanto privilegiata che seppure astratta, risulti incontrovertibilmente capace di assumere sembianze esaltanti, riformistiche dei nuovi contrasti necessari a rigenerare le essenze all’esistente: bello-brutto, vita-morte, felicità-dolore, con linguaggi esclusivi ed assoluti. Leggendo e studiando quindi, l’uso che la Poesia si accredita nella storia dell’umanità, scopriamo che la sua finalità è evocare al pensiero, in ogni tempo ed assetto sociale, l’incompiutezza del vivere sulla terra. Questa tematica è stata dottamente e con sapienza, ricercata e sviluppata dal grande critico, saggista, clinico e storico dell’arte, Filiberto Menna il quale riconosce proprio alla Poesia, attraverso le sue specialistiche indagini e riflessioni, il misterioso, originale e unico mezzo, da essa posseduto, per individuare, scorgere ed esprimere, ignote realtà altrimenti invisibili.

La Poesia, per F. Menna, è un dato privilegiato in quanto i suoi complessi significati, stratificati fra coscienza e inconscio, riflessioni sulla ricostruzione puramente storica del divenire e la pratica di nuove strutture artistiche, possono creare al suo interno, innovate metodologie critiche che ne rilevano forme seppure mutabili, operative e contingenti a dispensarne la purezza. La quale è fonte necessaria agli impavidi che perenni vagano per scrutarne il giaciglio profondo in cui è generata, tra sconosciute armonie le quali risalendo scheggiano la realtà di colori mai visti. E questo anche nel mercificato spettacolo globale, post-contemporaneo e industriale. Il linguaggio poetico è anche intermedio, tra i linguaggi: pragmatico-politico, di giorno-notte, in uno stordimento che incanta il fruitore. O poeta! Figura questa, che in un momento di grande decadenza storico-artistica, sta tentando, a costo di ripararsi nella solitudine piena, di vorticare tra dubbi , crisi identitarie e parole, il recupero della linfa grezza, affinché trattandola con sostanze chimiche, liquide e diversamente sane, possa risalire la radice e dare primizie ai frutti.


 

Discussioni - Interviste

Informazioni su frequenzepoetiche

Giorgio Moio è nato a Quarto (NA) il 25 maggio 1959. Poeta, è stato redattore delle riviste «Altri Termini» e «Oltranza» (di quest’ultima è anche tra i fondatori). Direttore editoriale di una piccola casa editrice, nel 1998 ha fondato e dirige la rivista «Risvolti», quaderni di linguaggi in movimento. Ha collaborato con numerose riviste, attualmente collabora assiduamente col magazine on line "Cinque Colonne" e con la rivista webzine "Malacoda". Ha pubblicato una quindicina di volumi.

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