GIORGIO MOIO, Intervista a Marco Palladini

L’ultimo romanzo di Marco Palladini, Stecca mutismo e rassegnazione. Storia di una naja non tripudians (Editrice Zona, 2017), verte sul servizio militare di un giovane, Michele, tribolato tra ideali rivoluzionari e desiderio di libertà, «tra il soggetto fondamentale ribelle, insofferente, bastian contrario che naturalmente era, e il soggetto subordinato, obbediente, integralmente sottomesso ai comandi altrui che il corpo militare ti costringe. Un bel casino questa schizofrenia. Ed è nelle more di questa schizofrenia che la sua vita sarebbe trascorsa per un anno». Michele alla fine della leva ne esce non senza conseguenze, un’esperienza che lo segna, accorgendosi che la sua vita non era come prima. Si ritrova catapultato in una società sull’orlo della guerra civile, tra spettacoli teatrali e servizio d’ordine per Avanguardia Operaia, un altro “servizio militare”, forse più comandato di quello originale. Il dopo, tra ricordi di canzoni di protesta giovanile, sottomesso o rivoluzionario? Lasciamo al lettore l’incognita scoperta.

Il dopo di Marco Palladini (Roma, 1954), scrittore, poeta, drammaturgo, performer e critico nell’ambito del teatro d’autore e di ricerca, si è nutrito di una quarantina di testi, spettacoli e performance teatrali e poetico-musicali che lui stesso ha scritto e allestito, oltre a numerose pubblicazioni in prosa e poesia.

Il tuo romanzo si dispiega per gran parte sul servizio militare di leva. C’è un passo di canzone di Lucio Dalla, Quando ero soldato, riportato alla fine del tuo romanzo (Quando ero soldato che bellezza / scoppiavo di vita e di allegria / poi è finita, sono tornato a casa mia… // Complesso di colpa… / Portatemi via / Portatemi via… // Quando ero soldato beato me / la guerra non c’era adesso c’è / l’han dichiarata tutti d’accordo contro di me // Quando ero soldato / vivevo tranquillo / ora son tanti a bombardare la mia vita). Quanto ti ritrovi in questi versi e cosa ti ha dato e cosa ti ha tolto il servizio militare?

La citazione è chiaramente ironica. Anzi ironica al quadrato, che già i versi della canzonetta di Dalla erano intrisi del suo spirito beffardo e antiborghese. Mi è servita quella citazione per sottolineare la condizione contraddittoria che ad un certo punto della naja si trova a vivere il protagonista Michele Parravicini ‒ che mi assomiglia, ma non sono io (come dice Philip Roth di Nathan Zuckerman). Da un lato c’è il senso di oppressione, di pesantezza, di gesti coatti e ordini da rispettare della vita in uniforme, ma dall’altro lato c’è una sensazione di singolare e ambigua leggerezza che deriva dall’essere deresponsabilizzati, dal non dover pensare, dal non dover decidere cosa fare o non fare, perché tanto ci sono i superiori che decidono per te. E persino l’ex rivoluzionario, ribelle Parravicini percepisce l’insidioso fascino di una vita eterodiretta. Nel protagonista del mio romanzo si riflette, almeno in parte, la mia stessa esperienza di soldato. Un anno di naja ti fa vivere in uno spaziotempo separato, dentro una alienazione rispetto alla tua vita civile che ogni giorno vedi rispecchiata nelle facce e nei comportamenti di commilitoni, ufficiali e sottufficiali. Ma questa stessa alienazione può acuire il tuo straniamento critico e farti misurare lo scarto tra la tua autonomia pensante e il dominio burocratico-militare a cui sei sottoposto. È questo il nocciolo di pensiero forte che mi sono portato dietro dalla naja e questo ho voluto raccontare attraverso i dodici mesi in grigioverde di Parravicini.

Ripristineresti oggi (se avessi l’autorità), come esperienza di vita, il servizio militare di leva?

Sarebbe, credo, anacronistico riproporre oggi la leva obbligatoria. Dietro c’era l’idea, in buona parte sostenuta dalla sinistra politica, di un esercito ‘di popolo’ come contraltare ad un esercito professionale che si temeva potesse diventare strumento di avventure reazionarie, di tentazioni golpiste – basti pensare all’eversivo Piano Solo progettato nel 1964 dal generale de Lorenzo, o al tentato “golpe Borghese” organizzato nel 1970 dal caporione fascista Junio Valerio, ex comandante della X Mas. Però nei fatti era una visione populistica, per cui l’esercito di leva era massimamente inefficiente ed era vissuto dai ventenni generalmente come una perdita di tempo – chi poteva cercava in tutti i modi di farsi riformare, pagando chi di dovere. La corruzione nel corpo ufficiali e nella sanità militare era data per scontata. Ciò non toglie, e in parte è il mio caso, che quella naja sommamente inutile sotto il prospetto militare, potesse diventare un’esperienza coatta interessante, dove nel microcosmo casermesco vedevi concentrate tutte le differenze, le distonie, le contraddizioni, le aporie della società italiana, come messe sotto una lente di ingrandimento. Il crogiuolo interclassista, interculturale, interlinguistico dell’esercito di leva era, dal mio punto di vista e “di vita”, un osservatorio formidabile per capire che l’Italia non c’è, è un’astrazione, che ci sono tante Italie disunite e incoerenti ed eteroparlanti. Ma questa è la mia personalissima esperienza di giovane intellettuale che era già un giornalista pubblicista e uno scrittore ‘”in pectore”. Sarebbe paternalistico e vetero-nostalgico volerla addossare ai ventenni di oggi. Ogni generazione deve vivere il proprio tempo. Era quello che dicevo da giovane agli adulti che avevano fatto la guerra e mi facevano la predica ogni volta ripetendo «ai miei tempi». Ecco, io ho scritto un romanzo per dare testimonianza narrativa, non per fare prediche antistoriche.

All’inizio del tuo romanzo parli di libertà sottomessa alle istituzioni, come il servizio militare di leva, di quella libertà assorbita “all’obbedienza”, al rispetto delle gerarchie, al vivere in una condizione extra-ordinaria in cui vivi senza sapere più “chi sei realmente”. Libertà sostituita dalla sottomissione. Ma che cos’è per te la libertà?

In parte ho già risposto. Quando sei sotto le armi sei sollevato dall’avere tuoi pensieri e sei anche esentato, si sa, dal problema di decidere cosa è bene e cosa è male. Se ti comandano di uccidere, lo devi fare, altrimenti sei accusato di diserzione o alto tradimento e, dunque, anche tu passibile di essere fucilato. Gli appartenenti alle SS che hanno commesso orribili stragi hanno sempre affermato: obbedivo agli ordini. Chi può sostenere che ciò sia falso? Nella logica dell’istituzione militare che è una spersonalizzante macchina di guerra e di morte, è assolutamente vero. Il punto è che la storia la fanno i vincitori. Ai criminali nazisti si fa il processo di Norimberga; Paul Tibbets e Charles Sweeney, i piloti che sganciarono le due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, che hanno annientato circa duecentomila civili, sono invece degli eroi e non dei criminali di guerra pure loro. Non ci sono qui due pesi e due misure evidenti? Se io uccido per una causa aberrante (il nazismo) sono un criminale, se invece uccido per una causa accettabile o condivisibile (la democrazia capitalista occidentale) sono appunto un eroe. Non è dunque un senso etico in sé, astratto e astorico, ma una ideologia precisa a decidere se le mie azioni sono malvage oppure benefiche. È allora chiaro per me che la libertà assoluta non esiste. La libertà è sempre sottoposta ad una miriade di condizionamenti storici, sociali, politici, ideologici. Il singolo individuo può pure illudersi di avere dei margini di libertà, di autodeterminazione e in parte ce li ha, ma in situazioni particolari, interstiziali e, quasi, sempre epifenomeniche. Tutta la nostra vita, da quando nasciamo a quando diventiamo adulti e pure oltre, è una lotta continua tra ciò che vorremmo liberamente fare e e quello che siamo costretti a subire, non di rado obtorto collo. L’eroismo nella vita quotidiana è riuscire ad andare avanti conservando, come diceva Montale, un poco di decenza.

Gli anni Settanta (i cosiddetti “anni di piombo”), è stato un decennio difficile da un punto di vista politico. Quali erano le prospettive di un giovane del tempo, post-sessantottino?

Come, credo, sai, sugli anni Settanta, cioè sui ‘miei’ anni Settanta ho scritto un romanzo-memoir Non abbiamo potuto essere gentili, uscito nel 2007, in cui rigettavo la definizione di “anni di piombo” tramandato dalla pubblicistica giornalistica ‘di regime’, avanzando di contro la definizione di “anni di fuoco” per significare la ricchezza bruciante di quella decade piena di tensioni pure creative, di contraddizioni, lacerazioni, illusioni, passioni e tragici errori. Scrivevo: «Anni folli, forse, ma anche traboccanti di energie vitali, di elettriche pulsioni, in cui accanto al terrorismo e alla lotta armata è impossibile non registrare l’ultimo scatto di una soggettività non ancora narcotizzata dalla deriva del postmoderno». Ecco, chi è stato un giovane militante politico nel decennio Settanta ha potuto esperire l’ultimo slancio apicale di uno spirito rivoluzionario, palingenetico totalizzante. A rifletterci col senno di poi, non è stato poco. Quello che è venuto dopo, anche in area antagonista, è stato ben lontano dalla forza destituente di quello spirito, o al massimo meramente epigonale.

E le tue sono state disattese?

La sconfitta è stata completa, non c’è dubbio. Molto prima che Gaber cantasse La mia generazione ha perso, ho scritto, testimoniato e ragionato su questa disfatta generale della movimentazione anni Settanta in tutte le sue articolazioni. Però: “anni di piombo” è la storia raccontata dai vincitori; “anni di fuoco” è la storia, la mia storia se vuoi, raccontata dalla parte dei vinti. E il racconto dei vinti è, dal mio punto di vista di scrittore, altrettanto importante della versione di chi gestisce il potere, che ha interesse a dimenticare, censurare, cancellare le tracce di troppe cose. Gran parte del mio lavoro di scrittura si dispone contro questa damnatio memoriæ, questa rimozione dolosa delle storie non allineate col punto di vista dominante, ufficiale. L’ho sempre considerato un dovere etico-civile, intellettuale e culturale. La verità è una cosa complessa e sempre rivedibile e, soprattutto, non sta mai da una sola parte.

A chi dare la colpa?

Il problema non sta nell’assegnare una colpa a questo o a quello, ma comprendere le dinamiche storiche. L’ideologia comunista rivoluzionaria manifestatasi nel ’68 e post-’68 sembrava un inizio – c’est ne qu’un début, si sloganava – mentre invece era una fine, era l’ultimo guizzo di una visione ottocentesca che aveva già patito le sue sconferme, pure brutali, nell’esperienza dei paesi del cosiddetto “socialismo reale”. La “rivoluzione permanente” di trotskijana memoria l’aveva fatta e continua, secondo me, a farla il capitalismo che ha saputo anche assorbire le pulsioni innovative, libertarie e liberazioniste del sessantottismo integrandole perfettamente con le più moderne configurazioni del consumismo. Su questo il filosofo Mario Perniola ha scritto pagine assai acute nel saggio Berlusconi o il ’68 realizzato.  

E le prospettive di oggi? Cosa ti attendi?

Contrariamente a molti miei coetanei che mi sembrano chiusi ad ogni prospettiva e che esternano un prevalente pessimismo annichilente su tutto, io cerco tuttora di nutrire la mia curiosità per la vita e di mantenere elevato il mio spirito critico. Da lettore appassionato di science-fiction psico-visionaria tra Philip K. Dick e il cyberpunk di William Gibson e Bruce Sterling, sono per esempio molto interessato alla questione del ‘post-human’. Futurologi ed esperti di robotica ci dicono che proprio in questi ultimi anni c’è stata una forte accelerazione delle ricerche sulla Intelligenza Artificiale (IA) e che non è una previsione fantasiosa quella che tra non troppe decadi (40, 50, 60 anni? chissà), avremo delle macchine intelligenti capaci di pensare autonomamente e persino di progettare la propria trasformazione. È evidente che mentre stiamo qui parlando, altrove si sta già costruendo l’era ‘post-human’. Già gli algoritmi si insinuano in ogni aspetto della nostra vita sociale. Ed è verosimile che avremo un periodo assai complesso di convivenza sicuramente non pacifica tra la sfera “human” e quella “post-human”. Nel lungo periodo nessuno sa cosa potrà accadere. Nelle visioni distopiche l’IA avrà il sopravvento e sottometterà la specie umana. Ma magari un mondo governato dalle macchine sarà meno peggio di quello governato dagli uomini. Non lo possiamo sapere e tanto, come cantavano Guccini e i Nomadi, Noi non ci saremo. Anche se un po’ mi dispiace. Io non ho mai creduto alle teorie sulla fine della storia, della civiltà, dell’evoluzione. È sempre tutto nel macrociclo del divenire, del permanente cambiamento. E, sinceramente, mi piacerebbe rinascere tra 150-200 anni per vedere a che punto è il mondo nell’intreccio tra artificiale e naturale. In ogni caso, per me, avere memoria critica del passato non significa ripiegarsi all’indietro, come l’Angelus Novus di Paul Klee, interpretato da Benjamin, lo sguardo retrospettivo deve alimentare una forte spinta al futuro, deve mantenerci aperti alla mutazione in qualsivoglia direzione essa si sviluppi.

Il protagonista del tuo romanzo, Michele, passa da una delusione dell’assoluto ad una imposizione, cioè da una ideologia rivoluzionaria marxista-leninista sprofondata nell’oblio da una società in perenne declino ad una di sottomissione ai comandi imposti dalle autorità militari. Quanto c’è di Marco Palladini in Michele?

C’è, come ho detto, una somiglianza, ma anche un’assoluta differenza. Mi spiego. Michele Parravicini non può essere il mero alter-ego del Marco Palladini di quasi quarant’anni fa, proprio perché è nel frattempo trascorsa un’intera vita. Io incominciai a prendere appunti per questo romanzo dopo avere letto nel 1982 Pao Pao di Tondelli, che avevo di vista incrociato nella caserma di S. Giorgio a Cremano. Dunque incominciai, forse, per spirito di emulazione. Dopo circa un anno però mi bloccai e misi quelle carte in un cassetto. Le riesumai, non so bene perché, nel 2010 e dopo averle rilette, decisi che era finalmente venuto il momento di scriverlo questo romanzo, ma in terza persona, affidando ad un personaggio il compito di situare l’esperienza della naja dentro un passaggio epocale cruciale dal decennio Settanta al decennio Ottanta, dove tutto o quasi cambiò. Michele è, pertanto, attraversato dai pensieri, le riflessioni e, ovviamente, le disparate esperienze di scrittura che ho fatto nell’arco di ben quattro decenni. Ciò che va di molto oltre il livello di autocoscienza del Marco Palladini del 1980. Al di là del fatto che vari episodi sono di pura invenzione, il dato saliente è che la coscienza di Michele ha un grado di implementazione percettiva, storico-critica e analitica che non poteva assolutamente avere il Palladini dell’80. Il mio libro è un romanzo, non una cronaca, e sono d’accordo con chi dice che i romanzi di matrice autobiografica sono in molti casi più fiction della fiction dichiarata.

Facendo un percorso à rebours, cosa ti porteresti dietro oggi dall’esperienza giovanile e cosa no?

Rispondendo di getto e di pancia vorrei recuperare l’energia e la stronzaggine irripetibili dei miei vent’anni. Paul Nizan aveva torto, quella è l’età migliore della vita, dove si oscilla tra il pensare molto e non fare nulla, e il fare tantissimo senza pensare affatto. E dunque facendo anche millanta inescusabili e inevitabili cazzate. Ma la lucente, prepotente, cieca energheia dei vent’anni ti regala sensazioni elettriche che vivi una volta e poi mai più. O mai più in modo così intenso e selvaggio, anche autodistruttivo, se vuoi. Di contro ciò che respingerei è il dogmatismo, l’ideologismo coatto, il piglio assolutistico e intollerante della mia giovinezza. In tal senso una delle mie canzoni preferite di Bob Dylan è My Back Pages dove ripete nel ritornello: «Ah, but I was so much older then, / I’m younger than that now» (Ah, ma ero molto più vecchio allora, / sono più giovane di allora adesso). Sembra un paradosso autoconsolatorio, ma Dylan scrisse questo brano a soli 23 anni, e aveva perfettamente e lucidamente inteso che si può essere vecchi di testa a vent’anni e si può essere mentalmente più giovani a sessanta o settant’anni quando hai perso le tante false certezze, le arroganti illusioni, i pregiudizi e le ridicole pretese che ammorbano la giovinezza.

A proposito di giovani. Come vedi il loro futuro?

Vedo oggi un enorme spreco di gioventù in Italia. Ho incontrato non pochi giovani odierni che mi hanno detto: ci sentiamo derubati di futuro. Non di rado ho visto nei loro occhi uno sguardo di accusa nei riguardi di noi adulti. Non sono credente e non mi piace la retorica del senso di colpa. Ma una sensazione di rammarico e di tristezza per come sono andate le cose, per la disfatta del nostro battagliare anticapitalistico, non posso non averla. Il finanz-capitalismo trionfante ha dato luogo a una società di giovani precari, inoccupati o sottoccupati, comunque sottopagati e umiliati in tutti i modi. Sto dicendo, mi rendo conto, delle banalità. Ma è questa oggi la banalità del vero male socio-politico. E non a caso i giovani migliori, più preparati e intraprendenti se ne vanno, emigrano in gran numero – quasi 700mila secondo i dati Istat se ne sono andati tra il 2008 e il 2016 per non tornare più. Il futuro non c’è, nel senso che non è già bello ed apparecchiato, il futuro lo si costruisce con l’azione e una visione di tendenza, strategica. Ma oggi tutto questo manca al fare politico.   

Il politico – si sa – è un mentitore, un imbonitore per eccellenza. Mentisce talmente bene che spesso mentisce anche a se stesso. A proposito di politica: cosa pensi della politica, di questa politica?

L’odierno fare politico in questo paese mi fa orrore. È il vuoto totale, non c’è visione del mondo, non c’è alcun progetto, non c’è senso etico, non c’è cultura. È soltanto una politichetta di corto, cortissimo respiro, ignorantissima, che specula sulle paure, gli istinti animali, i bisogni primari della popolazione, proponendo soluzioni sbrigative, rozze, superficiali, non di rado fascistoidi. Soluzioni oltretutto in gran parte immaginarie, prive di fondamento, irrealistiche, nel senso che non tengono conto della collocazione europea-atlantica dell’Italia e del fatto che un paese con il 130% di debito sul PIL se non rispetta le regole e le imposizioni dei poteri forti economico-finanziari internazionali, può finire in bancarotta nel giro di un weekend. Ma questo nessuno dei politicanti da strapazzo populistico lo vuole dire al “popolo”, proprio perché la politicanza attuale si basa sulla menzogna sistematica. D’altro canto la sinistra novecentesca è defunta, l’eclissi ha riguardato non soltanto il comunismo, ma anche la socialdemocrazia; e la post-sinistra del XXI secolo non ha elaborato alcuna nuova teoria e strategia di cambiamento strutturale del sistema. Sopravvive a se stessa acefala, con il cervello esploso, senza alcuna idea di come rifondarsi. Ho appena visto Loro 2, il secondo capitolo del film di Paolo Sorrentino su Berlusconi. Non mi è sembrato granché, non aggiunge nulla a ciò che in tutte le salse sappiamo del mefitico e “arcitaliano” personaggio. Però mi hanno colpito le due immagini finali del film: da un lato il mascherone grottesco di Servillo-Berlusconi nella solitudine notturna ed angosciosa della sua super-villa in Sardegna che con il telecomando aziona un vulcano artificiale che erutta nuvole di fumo, lapilli fiammanti e finto magma; dall’altro lato un lungo carrello serotino sui titoli di coda che scorre sulle facce e i corpi ingobbiti attorno ai falò dei cittadini terremotati dell’Aquila. Visi incupiti, spossati, mute espressioni di umanità desolata, disabitata, mentre alle loro spalle tralucono le silhouettes delle tragiche rovine. Ecco sono due immagini potenti ed eloquenti che riscattano, con la loro giustapposizione di montaggio, la pochezza politica del film. Da una parte c’è il potente-zombie che come un vecchio-bambino rincitrullito gioca con lo spettacolino tecnologico del finto disastro naturale; dall’altra parte c’è la dolente immagine vera dell’apocalissi sismica che diventa la metafora generale delle macerie materiali e psico-spirituali dell’Italia contemporanea. E si rabbrividisce perché in quelle macerie ci siamo tutti noi e perché il Berlusconi auto-mummificato è nella realtà ancora tra noi, convinto di potersi eternizzare nell’insaziabile voracità del suo potere denarocratico, invulnerabile a tutto. Anche al senso del ridicolo e del patetico. Forse perché è un potere patologico che rispecchia l’essenza malata di una parte cospicua delle italiche genti.  

E della cultura?

Stenderei un velo pietoso. Ha vinto la comunicazione, la cultura e vieppiù la cultura critica è stata messa fuori gioco. Ho detto più volte che il mercato ha bisogno di organizzatori di consenso, non di propalatori di dissenso. E la cultura obbediente ai dikat del mercato questo fa: produce pensieri, anzi sottopensieri conformi e conformisti. Del resto anche nel passato di questo paese, assai raramente la cultura ha prodotto un pensiero forte, non cortigiano, oppositivo: basta andare a leggersi il meraviglioso Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani di Giacomo Leopardi. Questa è sempre stata, nella sua generalità, una simil-nazione di servi e sottomessi. Pasolini nel film La ricotta faceva dire a Orson Welles: «Abbiamo avuto la borghesia più ignorante e il popolo più straccione d’Europa». Chi può negarlo? Ci sono però, nonostante tutto, piccoli nuclei di cultura underground, resiliente, eteropensante. Io appartengo a questa “underzone”, anche se ne vedo i molti limiti, le debolezze autoreferenziali, la dispersione accidiosa. Però esiste, ed è importante difendere, finché si può, questo spazio di non allineamento, di disobbedienza, di alterità all’ufficialità sistemico-mediatica. Io continuo a cercare di non uniformarmi, esattamente come quando stavo in caserma e vestivo la divisa. In questo non sono cambiato.

Come se ne esce?

Ma questa è la “domanda delle cento pistole”!

Provaci. Un intellettuale come te una linea-guida deve pur darla a questa società catastrofica! Non ci si può tenersi lontano dai “guai”.

Ovviamente non lo so. Quest’anno cade il bicentenario della nascita di Karl Marx e ho letto che la filosofa ungherese Ágnes Heller, allieva di Lukács, sostiene che l’autore del Manifesto del Partito Comunista sul piano empirico-scientifico ha azzeccato quasi tutte le previsioni sulle dinamiche del Capitale, mentre sul piano filosofico trascendentale le sue predizioni si sono rivelate tutte sbagliate. Ecco noi scontiamo tuttora il contraccolpo del completo fallimento storico-filosofico della visione utopica comunistica preconizzata da Marx. E senza una nuova teoria-guida ogni velleità di trasformazione radicale del finanz-capitalismo attuale rimarrà ineffettuale. Ma io, del resto, non sono un politico, un teorico o un filosofo, sono soltanto un povero artista. Potrei citarti Antonin Artaud: «Se sono un poeta o attore non è per scrivere o declamare poesie, ma per viverle. Quando recito una poesia… si tratta della materializzazione corporea di un essere integrale di poesia». Ecco oggi la mia personale utopia si estrinseca nel provare ad attingere la piccola-grande verità di un “essere di poesia” vissuto integralmente, sino in fondo. È questa la mia epifenomenica, occasionale, ma persistente via d’uscita da un mondo che mi respinge, in cui mi è impossibile riconoscermi. E chissà, l’utopia-farfalla potrà provocare un giorno un cataclisma nell’ordine del mondo.


 

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Informazioni su frequenzepoetiche

Giorgio Moio è nato a Quarto (NA) il 25 maggio 1959. Poeta, è stato redattore delle riviste «Altri Termini» e «Oltranza» (di quest’ultima è anche tra i fondatori). Direttore editoriale di una piccola casa editrice, nel 1998 ha fondato e dirige la rivista «Risvolti», quaderni di linguaggi in movimento. Ha collaborato con numerose riviste, attualmente collabora assiduamente col magazine on line "Cinque Colonne" e con la rivista webzine "Malacoda". Ha pubblicato una quindicina di volumi.

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